Dove si trovano le risposte semplici


La casa si trovava su una collina e dalle finestre si poteva guardare fino molto a lontano.
Il panorama era sempre lo stesso, ma sempre diverso, e ad ammirarlo non ci si annoiava mai, sarebbe successo solo se un giorno ci si fosse stancati anche di guardare il cielo.
Attorno alla casa c’erano altre colline. Fino al periodo del raccolto si coloravano di diverse tonalità di verde, riempiendosi, quasi rinascendo in una distesa infinita di germogli. A nord invece si potevano vedere i boschi sulle colline, che in estate si mostravano freschi e asciutti e facevano venire voglia di andarci, non per vedere cosa si nascondesse fra gli alberi, ma per viverci dentro.
Non era casa sua, di Ginevra intendo, ma capitava che ci andasse una o due volte ogni anno. Era la casa dei suoi nonni e per lei era un posto speciale, come tutti ne hanno uno al mondo, e non importa quanto sia vicino o lontano, basta che ci sia una strada per arrivarci.
Quella strada l’avevo trovata con non poche difficoltà, ma lo avevo previsto fin dall’inizio dato che in macchina non ho mai saputo muovermi con tranquillità, specialmente nei dintorni dei posti nuovi e nelle regioni diverse dalla mia. Se sei uno del luogo hai almeno la giustificazione di poterti perdere a tuo piacimento, perché lì in fondo è tutto anche un po’ tuo, ma in giro per l’Italia non sono mai riuscito a guidare in scioltezza.
Ero arrivato nel tardo pomeriggio, dopo molte ore di viaggio, dopo aver girato attorno a quelle colline fino a quando non avevo riconosciuto casa sua, dal basso e da lontano, e non avevo trovato una strada per arrivare fino in cima.

L’inverno era già iniziato. Per vari motivi, in quei giorni Ginevra si trovava in quella casa da sola, in una specie di vacanza, e accettando il suo invito ero andato a trovarla. Pensavo che sarebbe stato bello vivere insieme in quel luogo per un po’, senza bisogno di spostarsi o di andare altrove, anche solo per godere di una casa non ancora scoperta da me e così importante per lei.
L’avrei vissuta attraverso i suoi sentimenti e i suoi ricordi, che arrivavano fin dall’infanzia. Avevo la convinzione che lì mi sarei arricchito anch’io, come faceva lei, ma non delle sue stesse ragioni. Ogni persona dà un suo valore personale alle cose, che è il risultato di tante somme di valori più piccoli, come le scatoline dove si mettono i pezzi di vita. Quando si condividono, questi valori cambiano, si completano e portano a nuove ragioni, di cui noi vediamo solo l’ultima parte.
Desideravo scoprire e sentire sul corpo quelle ragioni, che nel mio caso non arrivavano da lontano, come avveniva per lei, ma da vicino: per me iniziavano da lei.
Per fortuna durante il mio viaggio il tempo era stato perfetto e il cielo non aveva mai annunciato pericolo di neve. Quando scesi dalla macchina però sentii le prime briciole di ghiaccio appoggiarsi sui capelli. Non ci badai più di tanto: era il tempo dei luoghi non ancora conosciuti, pensai, e andai ad abbracciarla.

Per cena preparammo insieme qualcosa di semplice. In verità era stata lei a cucinare, perché pur studiando ormai da un sacco di tempo non avevo ancora il coraggio di provarci sul serio, e con la scusa di continuare a imparare figurai semplicemente come suo aiutante. Prima però avevo acceso il fuoco nel camino e il tepore che aveva riempito la stanza mi sembrava qualcosa di mio, creato per noi, che riuscivo a vedere anche sulle sue guance e di cui un po’ ne sentii il merito.

Avevo pensato a lungo a quali forze della vita mi spingessero verso di lei, al perché la pensassi anche quando non c’era, e sentissi di voler aver cura di lei, ma non riuscivo mai a rispondere a quelle domande. Non trovavo una ragione semplice che spiegasse tutto quanto, anche se in fondo c’era sempre una risposta semplice a ogni domanda.

Durante la cena, parlammo. Ogni tanto, mentre era lei a parlare, mi accorgevo di perdermi nella sua stessa voce e di soffermarmi a guardare ogni dettaglio del suo viso. Anche in quei dettagli però il mio sguardo andava a perdersi, questa volta in un altro insieme di elementi, più piccoli, e di nuovo mi ritrovavo a navigarci dentro.

Quando mi alzai per sparecchiare notai che fuori aveva cominciato a nevicare sul serio. La mia auto era al riparo, ma il prato davanti a casa e il vialetto d’ingresso erano ormai completamente bianchi. Le colline non si riuscivano a vedere perché il buio era totale e non c’erano altre luci oltre a quelle di casa sua, e di questo mi rammaricai perché si sarebbero mostrate ricoperte di neve fresca e pulita, in una bellezza nuova ai miei occhi. Quella sera però anche la luna aveva deciso di nascondersi.

Ci spostammo in salotto e ascoltammo delle canzoni. Le canzoni che sentivamo insieme erano sempre particolari, come quelle scatoline di valore che passano di mano in mano arricchendosi continuamente di qualcosa di nuovo. Io non capivo subito le canzoni che mi proponeva, ma in silenzio cercavo di percepire ogni singola parola, sia nel suo senso originale sia in quello più prezioso che gli veniva dato dall’accordo che la accompagnava. Mi fidavo di lei, della sua guida, del motivo per cui aveva deciso che proprio quella canzone meritasse di essere sentita da noi due.
A volte mi chiedeva di indovinare la sua frase preferita di una canzone. Per il mio carattere, in una situazione del genere mi sarei sentito in difficoltà e avrei avuto il timore di sbagliare e di deluderla, ma con lei non ebbi mai questa sensazione. Era come se la sua non fosse una vera domanda, ma un altro modo di conoscerci, e che la mia eventuale risposta sbagliata fosse in realtà un altro modo per venirci incontro.
Le frasi che Ginevra amava, però, io le indovinavo sempre.

Sul divano stavamo seduti vicini, dalla stessa parte, e ascoltando le nostre canzoni preferite sembrava che guardassimo verso la televisione, anche se era spenta. I nostri sguardi invece andavano ovunque, tranne lì, trasportati dalla musica che avevamo scelto, come se nella stanza ci fossero altre persone o altre cose da vedere, che prendevano vita grazie alle parole che sentivamo. Ogni tanto ci toccavamo le mani. Senza fretta, tra una nota e l’altra, cercavo una traccia di lei, che poteva venire dalla sua pelle, dalle sue mani o dalla morbidezza dei suoi vestiti. Quando la trovavo sentivo il mio cuore incendiarsi.

A turno, silenziosamente e con curiosità, ci alzavamo per controllare la neve. Dicevamo che la situazione non era preoccupante, anche se le luci delle lampade del giardino, contro il buio della notte di dicembre, mostravano fiocchi più grandi e più frequenti rispetto a prima.
La neve è così. Per i bambini e per gli adulti è l’evento dell’anno, anche se in pubblico non se ne parla sempre allo stesso modo. Si spera che non nevichi, a tutela dei grandi impegni che regolano le nostre vite, ma la neve è uno dei quei desideri che pur non chiedendoli ad alta voce speriamo sempre che ci vengano concessi.
Anche noi pensavamo ai disagi della neve, ma in fondo eravamo come bambini. Non avevamo nessuna strada da percorrere il giorno dopo, né per andare al lavoro né altrove, e in casa avevamo buone provviste e un caminetto che per me poteva rimanere sempre acceso.

“E se non dovesse smettere più?” disse Ginevra.
Eravamo entrambi davanti alla finestra, per dare un ultimo sguardo al cielo prima di andare a dormire.
L’abbracciai e sentii in quell’abbraccio la stessa tenerezza di prima, di quando ero arrivato e l’avevo rivista per la prima volta dopo il mio lungo viaggio. Sentii i suoi capelli ricci sotto al mento e le sue mani attorno alla schiena.
Ogni domanda ha una risposta semplice, ricordai, ma anche a quella sua domanda non sapevo come rispondere.
E se non dovesse smettere più?
Cercai per lei una risposta semplice, mentre fuori nevicava sempre più forte e io la tenevo sempre più stretta.

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