Una lettera


Scusa se ti rispondo solo dopo qualche giorno, ma ho voluto riflettere con calma prima di scriverti. Volevo trovare le parole giuste, soprattutto per ripagarti della fiducia che hai avuto nell’aprirti con me e nel parlarmi liberamente dei tuoi pensieri.
Mi sono rivisto in te leggendo la descrizione dei tuoi dubbi, così come avevi previsto. Addirittura, mi sembrava che le parole che hai usato fossero le mie.
Nel tempo, da quando ho una ragione per pensare, anch’io a volte mi sono sentito isolato nel mondo. Non so se i motivi di questa lontananza dagli altri siano gli stessi che hai tu ora, forse no, ma credo che la sensazione sia molto simile.
Da parte mia posso dire che per molto tempo ho cercato di risolvere un conflitto: il conflitto tra la ricerca dell’originalità, della voglia di scoprire un qualcosa che sia puramente autentico in me, e il desiderio di essere come gli altri. Da qui arrivano i miei dubbi. Altrimenti saremmo accondiscendenti e rinunceremmo alle nostre idee pur di non perdere il legame con gli altri, altrimenti ci libereremmo volentieri di questo legame e la nostra solitudine sarebbe una conquista. Invece sentiamo il bisogno di spingerci oltre per capire, ma quando finalmente ci riusciamo ci rendiamo conto di essere soli.
Forse l’unica cosa da accettare è quella più semplice: noi non siamo né diversi né più speciali degli altri, ma siamo normali, come tutti, e siamo speciali e unici esattamente come lo sono tutti. Normalità però non è sinonimo di mediocrità. Essere normali non significa ripetere il comportamento della maggioranza delle persone, seguire le mode o dare per vero quello che pensano gli altri solo perché loro sono più numerosi. Essere normali, secondo me, significa fare quello che ci sentiamo di fare, come bambini, come uomini e come donne, senza vincolarci a un gruppo che stabilisca per noi cosa sia giusto, senza scegliere un set preconfezionato di azioni o un modello a cui ispirarci. Essere normali significa essere quello che ci sentiamo di essere.
Se accetti di far parte di un mondo in cui tutti sono “normali”, pur nelle infinite varianti che esistono, senza escluderti, capirai che anche qualcun altro potrà avere i tuoi stessi dubbi, i tuoi pensieri e i tuoi desideri, anche mantenendo la sua originalità. Potrà provare i tuoi stessi sentimenti e anche lo stesso senso di solitudine. E potrà avere voglia anche lui di seguire il percorso – anche se impegnativo – che porta alla consapevolezza profonda di sé.
Non è facile conoscere altre persone con cui condividere questa filosofia, ma perché deve esserlo? Le cose importanti non lo sono mai. E poi, anche se alcuni momenti della vita non sono facili, possiamo cercare almeno di renderli più semplici, e vivere con serenità.
Pur facendo parte della categoria, riconosco che gli uomini non sono proprio delle cime quando si tratta di essere sensibili e valutare i propri sentimenti. Forse molti uomini hanno una visione più basilare delle cose e mettono al primo posto l’aspetto pratico della vita, ma credo che esistano anche uomini “normali” con la voglia di scendere più a fondo per conoscere le loro emozioni più di quanto non sembri.
Il motivo per cui proviamo qualcosa di speciale per una persona è che quella persona è unica per noi. E allora in che modo io e te potremmo essere sbagliati? Solo perché vogliamo qualcuno che oltre a volerci bene sappia anche stimolarci e capirci veramente? E se pensiamo che quella persona sia unica per noi, perché dovremmo rimanere delusi da tutti gli altri?
Mentre pensavo alla mia risposta ho indagato sulle ragioni per cui le persone preferiscono galleggiare in superficie. Ci sono molti motivi.
All’inizio, la tua premessa non mi aveva convinto e ho pensato che non è sempre vero che lo si fa perché è meno impegnativo: ho pensato che per molti è l’unica via possibile, l’unico comportamento utile. Sono le persone che non sentono né il richiamo interiore né lo stimolo per cercare di più. Loro si bastano, per così dire, e non hanno bisogno di niente che non faccia parte della loro vita “pratica”. Ma io non vedo niente di male in questo. Bello o brutto, è un percorso che riporta a se stessi, e ognuno raccoglie quello di cui ha bisogno, poco o tanto che sia.
Poi però mi è venuta voglia di rileggere un libro (sono un sostenitore della biblioterapia se non si era capito): “La ragazza dello Sputnik”. In questo romanzo viene narrata la devastante solitudine che può accompagnare un essere umano quando si sente privato di questa profondità d’animo. Senza anticiparti nulla, è la storia di un ragazzo “normale” che conosce una ragazza, Sumire, la quale diventa per lui immediatamente speciale. C’è un brano che parla proprio di questo: il narratore scrive che Sumire lo fa interrogare su questioni a cui prima non pensava nemmeno, e che grazie a questo rapporto può conoscere se stesso come mai gli era accaduto prima. E quando, per un gioco di forze, non può stare con lei, si sente infinitamente solo davanti a questa mancanza.
Alla fine ho capito che i rapporti con le persone, così come le letture, servono per aiutarci ad avere pensieri che altrimenti non sapremmo coltivare, solo che non tutti lo vogliono: hai ragione quando dici che restare in superficie è meno impegnativo, perché se alcuni colgono il senso e la pienezza della vita nella comprensione dei sentimenti, altri lo trovano follemente doloroso. (Ma come il protagonista del libro, qualcuno potrebbe trovare follemente doloroso anche il contrario.)
Voglio darti solo un consiglio in questa lettera. Premetto che non dovresti fidarti dei miei consigli, e lo dico non per mettere le mani avanti ma per sottolineare che quello che penso deriva dal mio essere arrivato appena fin qui, e il cammino può essere ancora pieno di sorprese. Se alla fine di questo periodo di riflessioni trarrai una conclusione e deciderai di cambiare, sii cauta: perché a volte si cambia in bene ed effettivamente si migliora, ma altre volte, specialmente quando si cambia per amore di qualcuno, si può andare incontro a una natura diversa dalla propria, e in questi casi può essere veramente complicato tornare indietro.

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Un pensiero su “Una lettera

  1. Io penso che ciò che di buono gli altri ci donano, poi vada verificato nell’esperienza , solo l’esperienza ci dice se quel valore, quella strada, quella visione , ci corrisponde veramente. È dentro di noi il criterio per giudicare ma ci vuole l’esperienza e la lealtà. Ciao

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