Il confine della nostra isola


Mi avvicino al corpo di Melania.
Dorme ancora.
La cerco, sul letto: un gesto che è il mio unico desiderio.
Ho aspettato l’alba prima di aprire gli occhi, e ora guardo la stanza al riflesso naturale delle prime luci del giorno.
Melania dorme stesa di fianco, verso di me.
Solo gli occhi escono dalle lenzuola.
Occhi chiusi dentro a un sogno.
I capelli riposano sul cuscino.
Non si sente che il rumore del suo respiro, a ricongiungersi con quello più lontano, profondo, che viene dalle onde del mare.
Dorme, e intanto viaggia oltre quest’isola, con le braccia strette attorno al cuore.
Chissà cosa vede.
Chissà cosa vive.

Camera sua.
La camera di una donna sola.
Sulla scrivania, compiti da correggere.
I suoi abiti, le sue scarpe, i suoi oggetti personali.
La luce blu che taglia la stanza.
Il rumore delle onde è ovunque, qui. Le finestre danno tutte sul mare.
E’ l’isola più bella del mondo, e ci si arriva solo in volo.

Abbasso le lenzuola e le scopro una spalla.
E’ la spalla nuda di una donna di 39 anni.
Io sono più giovane di lei, ma mi ha voluto qui, a dormire insieme nella sua stanza.
Chissà dov’è, adesso.
Chissà dove l’hanno portata i suoi desideri.
Le mie dita le accarezzano la spalla, prima coi polpastrelli e poi con le unghie.
Cerco nuovi modi per stimolare i suoi sogni.
Mi avvicino col viso alla sua pelle: voglio sentirne il profumo.
“Una musica che arriva,” le dico, con la voce a fior di labbra.
E’ la melodia malinconica di un pianoforte suonato sul mare.

Melania apre gli occhi, poi li chiude, poi li riapre.
Sorrido.
“Buongiorno.” Il mio sussurro.
Poi le porgo una mano per aiutarla a scendere dalla carrozza del suo sogno.

“Ho sentito che mi toccavi le spalle.”
“Ti dispiace?”
“Sei più giovane di me.”
“Ma ti dispiace?”
“No.”

“Non ho mai fatto l’amore su un’isola,” le dico.
Melania si sposta sul letto, si accomoda, si fa più vicina.
“Vuoi farlo con me?”
“Ho la sensazione che qui non sarebbe solo un amore fatto tra di noi, ma è come se lo facessimo insieme, noi due con qualcos’altro.”
“Ma vuoi cominciare da me?”

Traccio una linea sulla sua fronte.
Passa lungo il viso, sul naso, sulle labbra, sul mento. Arriva al centro del petto. Scorre sul ventre, fino all’orlo delle mutandine.
“Dove porta questa linea?” mi chiede.
Io non rispondo.

Traccio poi una linea più grande, ma al di là del suo corpo.
E’ una linea che non finisce, perché la fine è anche il suo inizio.
E’ un cerchio disegnato nell’aria.
E’ il confine della nostra isola.

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