I Nuovi Uomini


Sognai di essere a casa nostra, prima che tutto iniziasse.
Ero sulla poltrona della cucina, verso mezzogiorno, e guardavo Elena che apparecchiava la tavola. Non so perché mi trovassi proprio lì, dato che su quella poltrona mi ero seduto sempre molto raramente, ma non ci pensai: il sogno iniziava con mia moglie, con l’ambiente confortevole di casa nostra e con una sensazione di pace che veniva da molto lontano.
Elena sembrò non voler far caso alla mia presenza, come se io fossi altrove e lei mi stesse aspettando di lì a pochi minuti. C’era una leggerezza anomala nei suoi gesti, una leggerezza quasi sognante, di quelle che si manifestano solo quando nessuno ci può vedere. Intonò anche una canzone, ma appena a fior di labbra, come a dar voce a pensieri che altrimenti non potevano essere descritti.
Sembrava l’inizio di un giorno speciale, perché aveva scelto una tovaglia rossa con le decorazioni di Natale e nell’aria sentivo il profumo di qualcosa di buono che si stava cucinando nel forno. Non so cosa fosse, ma era delizioso: un profumo così non lo sentivo da molto tempo.
Elena era più bella di come la ricordavo. Sembrava più giovane, più in carne, con i capelli ancora lunghi, come li portava una volta, e con un velo di trucco che rendeva più vivi i suoi occhi.
Mi venne voglia di fare qualcosa per noi, così mi alzai e controllai la stufa. Aggiunsi un pezzo di legno e rimasi a guardarlo fino a quando non si accese di fiamme variopinte. Nella stanza il calore aumentò leggermente. Non lo sentii nella differenza di temperatura, ma nel senso di percezione che avevo io di quel calore. Era un bel fuoco, pulito e asciutto, e faceva il suo dovere: scaldava la cucina mia e di mia moglie e preparava l’ambiente per farci pranzare insieme in un giorno tanto speciale.
Sulla tavola notai che Elena aveva preparato solo per due. Non pensai che fosse importante, ma le chiesi lo stesso, per pura curiosità, dove fosse nostro figlio.
Lei finì di mettere le posate accanto ai piatti, poi mi guardò e mi sorrise apertamente.
“Perché me lo chiedi? Non te lo ricordi più?”
Me lo disse lasciando inalterata l’espressione del volto e quel sorriso felice, stranamente, iniziò a preoccuparmi.
Pensai a dove fosse andato, ma non mi veniva nessuna risposta. Dall’espressione di Elena sembrava che dovessi averla sulla punta della lingua, eppure quella risposta proprio non veniva.
Mentre cercavo di mettere in ordine i ricordi e di inquadrare il senso della situazione, sentii un rumore provenire dall’esterno e un brivido mi passò lungo la schiena. Andai alla finestra e vidi nuvole scure e pesanti riempire tutto il cielo.
“Non te lo ricordi?” ripeté Elena alle mie spalle, con un tono di voce leggermente più alto.
Quando anche nel sogno cominciò a piovere, mi svegliai.

Non appena aprii gli occhi sentii un profondo senso di umidità riempirmi le narici e la bocca. Le lenzuola e le coperte erano bagnate e fredde. Fuori, il rumore della pioggia era incessante, ma a quello ormai eravamo abituati, era diventato il normale sottofondo della nostra quotidianità.
Mi alzai dal letto. Accanto a me Elena dormiva ancora. Mi passai la mano sulla fronte e la sentii come sempre molto umida. Non per il sudore freddo venuto dal sogno, quello era insignificante. Era l’aria ad essere così. Sembrava rarefatta e piena d’acqua.
Mi misi qualcosa sulle spalle e guardai dalla finestra, come si faceva una volta per controllare il tempo. Il nostro panorama, però, da mesi, era sempre lo stesso: il cielo era plumbeo come tutte le mattine e una pioggia torrenziale cadeva senza tregua sulle montagne.
Finii di vestirmi e scesi al piano inferiore. Prima di farlo passai nell’altra stanza, dove dormivano Mattia e il padre di Elena. Il loro respiro sembrava tranquillo e li lasciai riposare. Anche i loro volti erano bagnati dall’umidità e le coperte erano sudicie e intrise d’acqua.
Ogni giorno pensavo a come uscire da quella situazione, ma non mi veniva in mente nulla. Del resto, quando in televisione avevano spiegato quali sarebbero state le conseguenze degli impatti, avevano già detto che non ci sarebbe stato niente da fare. Decenni di studi erano serviti solo a questo: a farci capire per filo e per segno cosa sarebbe successo dopo, scientificamente, ma non a evitarlo. Il problema non si poneva più nei termini di come salvarci, ma di come sopravvivere giorno dopo giorno, fino a quando avremmo potuto.

In cucina ripensai al sogno e un altro brivido mi attraversò tutto il corpo.
Da quando eravamo lì sognavo tutte le notti, ed erano sempre sogni assurdi. Sembrava che in quella casa, durante il sonno, dovessi ripercorrere tutta la mia vita, ma in un modo che non mi permetteva di capirla. Era come se la rivivessi troppo velocemente, come se nei sogni i ricordi fossero concentrati, compressi gli uni sugli altri, o messi in disordine o addirittura misti alla loro forma più negativa, quella delle speranze mancate. Tutto mi veniva mostrato in una confusione totale, lasciandomi la sensazione di ciò che i ricordi erano stati, ma senza indizi per riconoscerli e comprenderli.
Anche quel sogno mi era rimasto vivo nella mente. C’erano molti dettagli, ma come al solito tutti quasi incomprensibili. Non sapevo se ridere o piangere. Non capivo se il sogno mi parlasse del passato o del futuro. Se nel futuro ci sarebbe stato un ritorno di quanto era accaduto. Se anche Mattia sarebbe morto, o se saremmo morti tutti di lì a poco. Quella era comunque la cosa più probabile.
Bevvi un sorso d’acqua, anche se mi nauseava. Pensavamo di dover bere almeno mezzo litro d’acqua al giorno, ma solo di quella potabile, proveniente dalla nostra scorta. L’acqua piovana poteva essere contaminata e per il momento era meglio lasciarla stare. In caso ci avremmo pensato più avanti, sempre che a quel giorno ci fossimo arrivati con ancora qualcosa da mangiare.

Mi trovavo in una cucina molto diversa da quella del sogno. Quella non era casa nostra.
Eravamo saliti sulle montagne subito dopo il diffondersi delle notizie, sulle Prealpi del Friuli, in un luogo che mi sembrava abbastanza sicuro, almeno fino a quando non avremmo verificato gli effetti di quella sciagura sul mondo. Il piano, da lì in poi, era aspettare, capire, valutare e infine muoversi in qualche altra direzione.
La gente fin dall’inizio aveva scelto strade diverse. Non tutti avevano fatto come noi. In molti avevano aspettato il loro destino chiusi in casa, dopo aver svuotato i supermercati, in scene che sembrano di film post apocalittici, visti e rivisti. Quella che i film non avevano previsto però era stata la moltitudine di gente che si era riversata sulle strade e che aveva cominciato a uccidersi ben prima dell’inizio degli eventi.
In principio, alcuni anni prima, la scoperta non fece allarmare quasi nessuno: quella di cui si parlava era una possibilità, interessante solo a fini scientifici. Certo, scientificamente, come si faceva sempre, si erano valutate tutte le combinazioni, e i risultati erano stati d’ispirazione a registi e a scrittori che si erano divertiti a pensare alle nuove, improbabili, varianti del mondo.
Poi qualcosa andò storto. I motivi non furono molto chiari: si parlò di calcoli sbagliati, della presenza di nuovi dati che prima non erano stati considerati e addirittura che la verità fosse nota fin dall’inizio, ma che per motivi politici avessero deciso di non comunicarla al mondo. Comunque, con molto poco preavviso si capì che quella minuscola possibilità era diventata una vera certezza, e che l’effetto sarebbe stato semplice, chiaro e dall’esito infausto.
Chi ne aveva la possibilità cercò di organizzarsi, ma dipese molto dallo spirito di ciascuna famiglia: dalla propria filosofia verso la vita, che era nota, e da quella verso la morte, che ognuno scopriva in quel momento per la prima volta. Qualcuno aveva deciso di non crederci e aveva continuato a vivere normalmente; altri si erano barricati in casa, ignorando le conseguenze, come se le acque non fossero arrivate fino a lì e non li avessero fatti annegare tutti come mosche; altri avevano creato nuove comunità per raggiungere insieme i luoghi migliori, in alto, sulle montagne, anche loro tentando di sopravvivere fino a quando avrebbero potuto.
Unirsi a quei gruppi sembrava la scelta più ragionevole, ma io non mi fidavo di quelle persone e delle nuove comunità che si sarebbero formate. Mi era bastato vedere, il primo giorno, nei limiti del mio piccolo paese di provincia, i cadaveri sulle strade.
Credo che fin dall’inizio dei tempi la natura dell’uomo si sia fondata sul vivere apertamente su tutto lo spazio che era noto e che poteva occupare, nel pieno delle sue possibilità. Nella storia, non appena si scoprivano nuove terre, qualcuno partiva per andare a conquistarle, e questa idea di espansione, anche solo nella sua potenzialità, permetteva di vivere più o meno pacificamente. Ma quando si verificava la situazione opposta, cioè quando le risorse non bastavano più, gli uomini dovevano muoversi di nuovo, tornando indietro e riconquistando luoghi già occupati da altri, mescolando i viaggiatori ai nativi e le proprietà delle terre, che non erano più di nessuno. Qui si è visto il lato peggiore dell’umanità, e ora, davanti ai nostri occhi, si sarebbe ripetuta la stessa scena, moltiplicata per milioni di volte. L’istinto di sopravvivenza finale, quello che spinge a uccidere anche i propri simili, pur mascherato dalla bontà di facciata o dalla bontà ignorante della nostra penultima civiltà, è sempre stato presente, ma ora si sarebbe manifestato in tutta la sua durezza.
Per questo, per me e per la mia famiglia avevo deciso di provare a cavarcela da soli, secondo quelle che erano le mie capacità di uomo, alle quali, naturalmente, si dovevano sommare anche le mie paure. Nella società in cui ero cresciuto, forse sbagliando, ebbi sempre la sensazione di essere protetto e tutelato, ma la ragione di questa “civiltà” era l’insieme infinito delle risorse a cui potevamo attingere. Adesso, invece, nella “Nuova Era”, quando in poco tempo quelle risorse si sarebbero esaurite per tutte le specie, si poneva il problema di come dividerle e razionarle da lì alla fine. Chi avrebbe garantito l’eguaglianza tra le persone? Io non ero pronto né a sottomettermi né a governare secondo le nuove leggi che certamente avrebbero favorito solo il più forte. Preferivo morire da solo, di fame o di polmonite, come sarebbe comunque successo a tutti molto presto.
Alla fine avevo chiamato i miei genitori e gli avevo spiegato le mie intenzioni, ma erano troppo lontani e non potevo andare a prenderli per portarli con noi. La loro voce al telefono era fredda e arrendevole. Fu in quel momento che realizzai quando tragica fosse la situazione. Ora si discuteva della vita e della morte con la stessa naturalezza con cui prima si affrontavano gli aspetti più insignificanti dell’esistenza. Vieni qui, vai lì, cosa hai fatto domenica e cosa mangerai per cena. Usavamo gli stessi toni per parlare di come raggiungere le montagne per fuggire alle acque che avrebbero sommerso le coste e le città.

Avevo scelto quella baita già prima di partire. Conoscevo la zona molto bene e sapevo che almeno per il momento ci avrebbe garantito un buon riparo. Era essenziale che fosse in un posto isolato, con poche vie di passaggio, dove altri non sarebbero arrivati in cerca di salvezza come avevamo fatto noi. Di quella baita conoscevo anche i proprietari e sapevo che lì non sarebbero venuti.
Il piano terra era dedicato essenzialmente alla cucina, con un tavolo, poche sedie, una poltrona e un grande caminetto che noi però non potevamo accendere. Di sopra c’erano il bagno e due camere da letto.
Stavamo quasi sempre in cucina. Ogni tanto mi mettevo gli stivali e l’impermeabile e uscivo nei boschi, cercando di non affondare nel fango. Il clima era stato molto caldo fin dall’inizio delle piogge, e adesso, per essere dicembre, era ancora relativamente tiepido. Di giorno c’erano tre o quattro gradi. In condizioni normali, in quelle zone ci sarebbero stati freddo e neve, e la scelta di andare in alto (ma non troppo in alto) per il momento si era rivelata giusta. Comunque non potevamo sopravvivere a temperature più rigide dato che non sapevamo come scaldarci.
Quando uscivo andavo in cerca di qualcosa da mangiare. La ricerca del cibo era il mio unico pensiero. Mi spostavo con attenzione dentro ai boschi, non troppo distante dalla strada, con gli occhi sempre rivolti alle vie di passaggio per nascondermi se ci fosse stato qualcuno. Nei boschi raccoglievo qualunque cosa fosse commestibile, ben sapendo che prima o poi avrei dovuto arrendermi anche lì. Le case dei dintorni ormai le avevo passate tutte, ma erano o sbarrate o vuote. Più in basso non potevo scendere, perché l’acqua saliva continuamente di livello e diverse frane avevano bloccato le vie principali. Segretamente speravo di trovare qualche cadavere sulla strada, di qualcuno morto di malattia o di freddo cercando di scendere dalle località più in alto per colpa del gelo o delle condizioni di vita. Mi sentivo incapace e inutile, ma a un morto forse ero in grado di rubare qualcosa. Comunque non avevo mai trovato nessuno. Di solito tornavo a casa a mani vuote e con lo spirito sfinito.

Elena scese dalle scale col bambino per mano. Mattia aveva cinque anni.
“Tuo padre come sta?”
“Male.”
Lo avevo sentito tossire.
“Ha l’acqua nei polmoni.”
“Lo so.”
“Dovrei andare in cerca di antibiotici, di medicine, di qualcosa.”
“Sai che è inutile.”
Fece sedere Mattia su una sedia.
“Hai freddo?” gli chiese.
Lui fece segno di sì.
Era una risposta ovvia e sbagliata.

Non avevamo elettricità. Non potevamo nemmeno accendere il fuoco perché nessuno sapeva come fare. In quelle condizioni mi sentivo un fallito. Mi resi conto di quanto fossimo dipendenti dalla cosiddetta società del futuro, che di futuro ormai non ne aveva più nessuno. Il mondo a cui eravamo abituati faceva parte di un’altra epoca.
Mia moglie era dimagrita moltissimo. Una volta aveva trovato un paio di forbici e si era tagliata i capelli perché non sopportava di sentirseli bagnati sulle spalle. I suoi occhi erano ogni giorno più scavati. Soffriva per se stessa, per Mattia e adesso per suo padre che se ne stava andando.
Credo che mi odiasse, ma non potevo biasimarla perché aveva tutte le ragioni per farlo. Prima di partire già sapevamo che ogni decisione sarebbe stata sbagliata e che non avremmo avuto un futuro molto lungo davanti a noi, ovunque fossimo andati. Il tempo rimanente era la sola variabile. Di queste cose però ci si dimentica presto, e invece di arrendersi, in pace con se stessi e con ciò che è stata la propria vita, si manifesta una tortura sottile, crudele e costante, rivolta chi è stato il responsabile di quelle scelte. Una tortura che si riconduce a una semplice domanda: “Come sarebbe stato, se…”
Era una domanda che finora aveva avuto la cortesia di non farmi, ma sapevo che la fame, la sete o la debolezza, prima o poi, l’avrebbero portata a guardarmi negli occhi e a pretendere una risposta, e sapevo che quel giorno non avrei avuto niente da dirle. Non avevo nessuna scusa. La verità era che come uomo non valevo niente. Facevo il possibile per tirare avanti, ma in realtà non ero capace nemmeno di accendere un fuoco senza accendini o fiammiferi, non sapevo procurarci da mangiare, e le mie scelte venivano dalle mie paure invece che dal mio coraggio.

Per colazione mangiammo dei biscotti e un cucchiaino di marmellata.
“Oggi è la Vigilia di Natale,” disse Elena.
“Lo so!” fece Mattia.
Io avevo smesso di contare i giorni, ma Elena no, e lo faceva con Mattia. Forse aveva deciso di farlo almeno fino a Natale e poi lasciare che i giorni si perdessero, uno uguale all’altro, fino a quando ce ne se sarebbero stati concessi. O forse voleva che Mattia continuasse a vivere come sempre, nonostante tutto, e che la cultura della nostra società non si arrendesse di fronte alle condizioni in cui eravamo. Pensava che dovessimo farlo non solo per nostro figlio (che aveva il diritto di vivere tutta la vita che gli rimaneva), ma soprattutto per gli uomini che erano venuti prima di noi e che quella società erano stati capaci di costruirla. Dovevamo continuare ad essere i portatori di quei valori anche se fossimo rimasti solo noi al mondo, perché secondo lei non dimostravamo di essere vivi ed evoluti solamente per come occupavamo la terra, ma per come agivamo in mancanza delle motivazioni estrinseche a cui eravamo abituati. Quello era il senso che dovevamo dare alle nostre vite, da lì in avanti.
Per me il punto era un altro, molto più pratico, ma non avevo mai voluto affrontarlo con Elena. Alla fine l’avevo lasciata fare, ma quando sentii Mattia così felice per il Natale, come se da quel giorno si aspettasse chissà cosa, mi innervosii e lo feci pesare a mia moglie con uno sguardo molto severo.
Ero contrario al ricordo della vita di prima. Per me, se non c’era più traccia del Natale era solo meglio. Un anno prima eravamo a casa nostra, con i miei genitori e col padre di Elena, tutti riuniti per festeggiare. Avevamo pranzato e poi aperto i regali. I soliti doni inutili e insignificanti. Cosa dovevamo insegnare a nostro figlio? Di ricordarsi di quel Natale pieno di bontà e di speranza? Mi veniva da ridere. Chissà quanti sopravvissuti adesso stavano pensando al momento di festa che stava per arrivare. Forse i preti o i veri credenti, ammesso che lo fossero ancora, che si sarebbero inginocchiati per pregare sperando in un nuovo senso di rinascita. Peccato che anche i loro luoghi sacri, ormai, fossero tutti sommersi dalle acque.
Elena mi guardò e sembrò perdonarmi per quello che mi passava per la testa. A volte riusciva a leggermi nel pensiero e così, con quegli occhi che ormai non mi davano più niente, sembrava volermi chiedere altrettanto.
“Solo fino a domani,” mi diceva con quell’espressione silenziosa. “Facciamo finta di dover arrivare solo fino a domani.”
Ripensai alla tovaglia del sogno. Era rossa, con ricami bianchi e gialli e con disegni di alberi addobbati sugli angoli. Non era un sogno, ma una premonizione, ed ecco cosa voleva dirmi: era il giorno di Natale, mia moglie avrebbe cantato per me e poi mi avrebbe servito un bel pranzetto.
Sorrisi amaramente.
La verità era che il sogno mi era tornato in mente per un altro motivo. Per il profumo che avevo sentito uscire dal forno. Avevo una fame insana, che mi scavava dentro, e non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea di quel profumo e il desiderio di sapere cosa ci fosse dentro al forno. Era un arrosto con le patate? Un branzino al sale? Uno stufato con le verdure? Mi pentii di non aver guardato, di non aver mangiato, di non aver saputo.
Il profumo ormai non lo ricordavo più, ma mi bastava l’idea per farmi venire l’acquolina in bocca. Sapevo che era irreale, ma volevo sapere a tutti i costi cosa avrei mangiato nel mio sogno. Era un pensiero che mi faceva andar fuori di testa. Pensai di chiederlo a Elena, ma sarebbe stato assurdo e alla fine mi sarei arrabbiato con lei ancora di più perché di certo non avrebbe saputo come rispondermi.
Stavo diventato pazzo.

La mattina era stata più fredda del solito, ma Mattia sembrava allegro.
Anche in casa l’aria si condensava a ogni respiro, e a guardarci così, al freddo, senza difese, vedevamo il quadro di tutta la nostra impotenza.
Ogni tanto, sia io che sua madre gli tastavamo la fronte, senza motivo, solo per paura che si ammalasse. Non serviva a niente, ma con quel gesto ci sentivamo genitori migliori, e tanto ci bastava. All’inizio lo facevo anche con lei, quando veniva vicina e mi guardava con l’aria sfiduciata e triste, ma avevo smesso perché da un giorno all’altro mi aveva fatto capire che non ce n’era più bisogno. Un’altra bella cosa che ci insegnano le estinzioni di massa: la fine delle carezze avviene prima della fine della vita.
Suo padre ci raggiunse in cucina, scendendo dalle scale con estrema fatica. Era malandato e lento nei movimenti, e si prendeva tutto il tempo che gli serviva per affrontare ogni singolo scalino. Aveva paura di scivolare e di rompersi la testa. Eseguiva quelle azioni una dopo l’altra, come se il suo corpo agisse in un contesto diverso rispetto alla sua mente, in ciò che sembrava la riproduzione al rallentatore di una persona normale. Prima stringeva il corrimano e dopo controllava con gli occhi di averlo stretto bene, poi metteva un piede sullo scalino successivo e aspettava di capire se tutto fosse sicuro prima di continuare. Dopo ogni passo faceva un sospiro di sollievo, a dire grazie, non si sa a chi, per essere riuscito nell’impresa.
Quelle condizioni climatiche, per un vecchio, erano come un veleno. Stava male e peggiorava a vista d’occhio. Riusciva a dormire ancora abbastanza bene, ma quando era in piedi diceva di sentirsi i polmoni pesanti, come se gli mancasse la forza per respirare. In quella situazione mi stupivo di come potesse essere ancora vivo.
“Nonno, domani è Natale!” gli disse Mattia.
Il nonno si sedette e gli sorrise. Poi lo abbracciò e lo baciò sulla fronte, cercando di tenerlo stretto a sé. In quel momento mi fece tenerezza, anche se il mio cuore era come il terreno delle montagne attorno a noi: bagnato fradicio e non più coltivabile.
Pensai ai sentimenti che doveva provare un nonno per l’arrivo del Natale. L’anno prima aveva portato regali per tutti, come se quei regali contassero qualcosa nella vita di chi li riceveva. Per Mattia c’era un giocattolo e all’ora di cena si era già stancato di giocarci. Il nonno se ne era accorto, ma non era deluso e non aveva perso il suo sorriso nei confronti della vita e della bellezza di quel giorno. Il regalo più bello sembrava averlo ricevuto proprio lui, mentre guardava Mattia vivere il suo Natale da bambino.
Quell’anno comunque non ci sarebbero stati regali. Almeno avremmo vissuto la vera atmosfera natalizia, senza beni materiali. Il Natale, qualunque cosa volesse dire, nasceva in quella cucina fredda e umida e doveva bastare solo a noi quattro. Di nuovo guardai il nonno. Era malato, magro da mostrare le ossa, con i denti marci e i vestiti pesanti e fetidi, eppure sembrava essersi dimenticato di tutto davanti a Mattia che gli ricordava del Natale.

Dato che era ancora presto, decisi di uscire.
Andai alla finestra per studiare la situazione, come se mi aspettassi un cambiamento del tempo per valutare cosa fosse più conveniente, ma la pioggia non cessava mai, non cambiava mai, scendeva sempre uguale e il cielo era sempre coperto di nembi carichi d’acqua. Non serviva controllare il tempo per decidere il da farsi, ma ero ancora abituato alla vita di prima e a quel gesto che ripetevo meccanicamente. Quindi guardai il cielo e vidi che la pioggia, no, non sarebbe cessata, ma decisi comunque di uscire.
Indossai l’impermeabile e gli stivali, come al solito, e me ne andai salutando tutti solo con lo sguardo.
Mattia credeva che andassi a svolgere una specie di lavoro e mi fece un sorriso, senza capire davvero cosa stesse succedendo. Elena e suo padre mi guardarono con la loro solita espressione poco comunicativa. Era uno sguardo spento, come se la lucina che stava dietro ai loro occhi si fosse esaurita e non potessero più regolarla per manifestare un sentimento. Sui loro volti potevo trovare un incoraggiamento, una disillusione, una speranza, un ringraziamento o una pura e semplice derisione per quello che facevo. Dipendeva da me. Era come tentare di leggere da un foglio bianco.
Uscii dalla porta e mi sentii subito bagnato fradicio, dalla testa ai piedi e fin dentro le viscere. Mi strinsi il cappuccio dell’impermeabile ancora più stretto attorno al viso e mi portai la mano al naso per sentire l’odore della pioggia. Un altro dei miei gesti meccanici. Lo facevo sempre col terrore di sentirla inacidita, carica di odori sulfurei. Anche quella era una possibilità considerata molto attentamente dagli studiosi, ma per il momento si era rivelata sbagliata. Alla vista e all’olfatto quella che precipitava da mesi era semplice acqua piovana, leggermente scura a causa di polvere e cenere, ma all’apparenza non pericolosa.
Camminare all’aperto diventava sempre più faticoso. La malnutrizione si manifestava con una debolezza fisica sfiancante. Sotto sforzo, forse perché non ci pensavo, non sentivo la fame o il fastidio allo stomaco che mi venivano quando rimanevo fermo in casa, ma la stessa quantità di dolore si diluiva su tutto il corpo e mi provocava spossatezza e giramenti di testa.
Salii su un sentiero dietro a casa e dall’alto controllai la situazione della nostra baita e di tutta la zona.
Dall’ultima volta non c’erano stati cambiamenti. I camini delle altre case erano tutti spenti, le finestre erano sempre chiuse e un senso di desolazione e morte avvolgeva tutto lo spazio disponibile. Quella pioggia sembrava avesse il compito di ripulire la sporcizia accumulata sul mondo nell’ultimo miliardo di anni.
Camminai lungo alcuni sentieri, fra gli alberi. Alla fine mi ero ridotto a guardare verso il basso. Non c’erano animali lì attorno, né di terra né di aria. Avevo smesso anche di guardare sotto agli alberi, dove speravo di trovare qualcosa caduto dall’alto, come uova o nidi d’uccelli: non ce n’erano più. La speranza ormai erano gli insetti, le lucertole o gli altri piccoli animali che si muovevano nel fango e che per qualche mistero erano ancora vivi.
Proseguii fino a quando non raggiunsi un piano dietro a una vecchia casa disabitata, dove avevo nascosto il nostro furgoncino. Lo avevo coperto con un telo verde per mimetizzarlo. Non credevo che l’avrei guidato di nuovo, ma non volevo che qualcuno lo trovasse e pensasse di farci qualcosa. Alla fine era roba mia.
Lo tenevo comunque funzionante e pronto per essere usato in qualsiasi momento. Si trovava sotto un pendio e da lì potevo vedere gli alberi sui terreni in pendenza, mossi dal vento e tormentati dalla pioggia. Era uno spettacolo deprimente.
Entrai nel furgoncino per trovare un attimo di riparo. Lo facevo spesso quando passavo da quelle parti, sia per controllare che tutto funzionasse sia per godere di un angolo di mondo tutto per me, dove potevo sentirmi come a casa. Mi faceva ricordare i tempi passati ed era come se mi sentissi ancora vivo.
Girai la chiave e la macchina si accese al primo colpo. Aveva ancora una buona riserva di carburante e far andare il motore era un modo per tenerlo attivo. Quel giorno accesi il riscaldamento e mi concessi un minuto del calore artificiale che usciva dalle bocchette.
Accesi la radio e passai tutte le stazioni. Non si sentiva nulla, da nessuna parte. In quelle zone c’erano sempre stati problemi di campo, anche prima delle piogge. Le tecnologie moderne non avevano mai funzionato bene, neanche la radio, ma ogni tanto qualcosa si riceveva. Adesso non si sentiva proprio niente. Nessuno che chiedeva aiuto, nessuno che lo offriva, nessuna stazione pubblica che fornisse istruzioni, nessun radioamatore che tentasse di comunicare con qualcuno, nessuna voce registrata. Non c’erano neanche sermoni religiosi che annunciavano la fine del mondo. Niente di niente.
Spensi la radio. Pensai a mio figlio e a mia moglie, dentro alla baita. Loro erano in casa, mentre io ero sperduto nei boschi.
Quella distanza non misurava il dovere a cui rispondevo come marito o come padre, né pesava la responsabilità che mi ero assunto molto tempo prima, quando avevo deciso di portarli con me sulle montagne. Mi sentii lontano a causa dei pensieri di quel pomeriggio, della mia poca considerazione per ciò che a loro stava a cuore e in generale per essere cambiato rispetto a prima, ogni giorno di più. In quelle condizioni ero diventato cinico, come se guardassi alla pioggia con un sorriso beffardo, come se non me ne importasse niente.
La cosa più difficile per una persona come me è dimostrare di essere una persona diversa.
Forse mi ero comportato male con Elena, e mi pentii di averlo fatto. Non volevo ignorare il Natale, ma sapevo che era una festa pericolosa. Bisognava affrontarla bene, con realismo, senza false speranze, e senza piangere per i ricordi che il Natale ci avrebbe fatto tornare.
Avrei voluto che fosse tutto più facile, secondo il bel senso materiale che avevamo una volta.
Mi bastava entrare in un negozio e prendere qualcosa dagli scaffali. Così avevo già fatto metà del lavoro. Il resto del lavoro prevedeva di aiutare mia moglie per la preparazione del pranzo, organizzare qualche gioco per il pomeriggio e fare in modo che tutti gli invitati si divertissero. Anche a me tornavano sempre vecchi ricordi, soprattutto prima di cena, quando anche il cielo sembrava diventare più triste, ma quella era una malinconia giusta, che sentivo di dover provare per dare un senso al trascorrere della mia vita.
Per quel Natale avrei potuto regalare a Mattia un dispositivo per ascoltare la musica. Sarebbe stato un buon regalo, o era ancora troppo piccolo per quelle cose? Ci pensai, ma mi convinsi di no, non lo era. Sicuramente gli sarebbe piaciuto.
Poi c’era Elena. Io non credevo più di tanto alla magia dell’atmosfera natalizia, ma se il Natale per me aveva un significato, mille anni prima, era solo per lei. Era la persona più importante che avevo al mondo.
Quel Natale sarebbe stato diverso. Erano cambiate troppe cose. Non c’era più nessun equilibrio. Ci guardavamo negli occhi ricordando quello che eravamo stati, ma senza trovare un senso nel nostro rapporto, se non la necessità di viverci accanto. Non eravamo più marito e moglie, questa era la verità: eravamo come due naufraghi che in comune avevano solo la scialuppa di salvataggio.
Chiuso in quel furgoncino, nella mia solitudine, realizzai che la mia vita era già finita. Potevo guardare indietro e analizzare l’insieme completo di tutti i miei ricordi più belli, dall’inizio alla fine, e fare una valutazione oggettiva di ciò che era stato. Non c’era più niente da aggiungere.
Cercai conforto nei miei pensieri e immaginai un regalo per mia moglie. Per Elena avrei comprato un lucidalabbra trasparente, o rosa, a meno che quel rosa che non fosse stato troppo visibile.
Pensai a come sarebbe andata, a casa nostra, in un distopico presente nel vecchio mondo.
A differenza degli altri, non avrei messo quel regalo sotto l’albero, e non lo avrei nemmeno preparato con un fiocco o con un’etichetta col suo nome sopra.
Immaginai di darglielo la sera di Natale, subito dopo essere andati a letto. Avrei aspettato che si mettesse il pigiama, che andasse in bagno a lavarsi i denti e a prepararsi per dormire, come faceva sempre, e poi, quando si fosse messa al mio fianco, le avrei mostrato il suo piccolo pacchettino di carta rosso porpora, elegante come un foulard di pizzo, un pacchettino che non aveva bisogno del nome perché la confezione, le dimensioni, il senso e il calore che portava erano sufficienti per capire che poteva essere solo il mio regalo per lei.
Elena mi avrebbe dato un bacio sulla guancia, facendomi sentire il suo profumo da notte e i capelli castani sul viso, poi avrebbe scartato il regalo, sempre distesa sul letto, al mio fianco, lasciando che la carta della confezione si perdesse fra le lenzuola.
Avrei visto la sua espressione di sorpresa e di felicità insieme, non per la bellezza del lucidalabbra, che era solo un gioco, un mezzo per arrivare a quel momento, ma per aver sfiorato una corda che solo io potevo accarezzare. Si sarebbe truccata sul letto, alla cieca, per sentire che sapore avesse e che effetto avrebbero avuto le sue labbra col mio regalo addosso.
“Guarda,” mi avrebbe detto, venendo più vicina. “Come mi sta?”
Io non le avrei risposto. Avrei solo assaggiato tutto quanto.

Mi svegliai da quell’immagine come se fosse un sogno. Un attimo prima avevo la sua fotografia davanti, costruita dalla mia mente sul suo ricordo, e adesso vedevo un parabrezza appannato e un telo verde che copriva la macchina.
Tirai un profondo sospiro e inquadrai di nuovo tutta la situazione. L’immagine che avevo creato di Elena, da sveglio, non c’era più. Era sparito tutto. Le sue labbra morbide e unte di lucidalabbra, i suoi capelli, il suo corpo caldo e profumato accanto al mio e il suo viso dolce come la vita, se ne erano andati in un posto dove non pioveva più.
Era una pugnalata. Era come il ricordo del profumo che usciva dal forno e che avevo sentito svanire nel sogno di quella notte.
La realtà era sempre più dura da sopportare.

Uscii dalla macchina e guardai dal basso il pendio della montagna. La nostra baita si trovava abbastanza in alto, a quattro o cinquecento metri di altitudine, ma sopra di noi c’era un mondo ancora ignoto. Il mio sguardo si perdeva su uno spazio che in apparenza era disabitato fino alla cima, ma che forse, sull’altro versante, sul quale si poteva salire anche percorrendo una strada dal lato opposto, ospitava comunità di sopravvissuti, quelle che io avevo voluto evitare a tutti i costi. Sull’altro versante c’erano località molto più conosciute e facili da raggiungere, ed era probabile che lì si fossero radunate più persone.
Ormai era passato molto tempo dall’inizio di tutto, e sapevo che il rumore della pioggia nascondeva un silenzio sempre più assordante. Sicuramente c’erano altri sopravvissuti su quella montagna. Mi chiesi come stavano, ma mi chiesi anche se volessi saperlo davvero. Ogni risposta raccoglieva in sé considerazioni diverse. Speravo davvero che lì attorno ci fosse stato qualcun altro? E se avessi visto un uomo venire verso di me, in quel momento, avrei voluto abbracciarlo o ucciderlo?
Tempo prima avevo letto un articolo sull’estinzione dei dinosauri. Ormai era quasi certo che la causa fosse un meteorite. Si era schiantato sulla Terra, aveva ucciso gran parte degli esseri viventi e provocato sconvolgimenti climatici durati millenni. Un evento del genere era stato apocalittico per il pianeta, ma non era questo il tema dell’articolo. L’articolo diceva che senza quei cambiamenti climatici e l’estinzione della specie dominante dell’epoca, i dinosauri, non si sarebbero poste le basi per l’esistenza dell’uomo sulla Terra.
L’uomo non è stato il risultato di una perfetta sequenza di avvenimenti, al contrario. Prima dell’uomo ci sono stati cataclismi, distruzioni, estinzioni di massa e formazioni di nuove specie. Col senno di poi, questo doveva insegnarci che la vita sarebbe andata avanti anche dopo di noi. Non sarebbe scomparsa del tutto. Forse il cuore del nostro pianeta avrebbe continuato a pulsare ancora per milioni di anni, e sulla Terra, prima o poi, si sarebbero riformati laghi di acqua tiepida e dolce, l’ambiente ideale per la nascita di nuove forme di vita.
Nelle combinazioni della natura, comunque, c’erano anche altre possibilità. Le nuove specie potevano anche non formarsi nell’acqua primordiale, ma potevano evolversi a partire dagli esseri viventi attuali, se avessero imparato a vivere con le risorse che il nuovo mondo offriva.
Mi chiesi di quanto tempo avesse bisogno una specie per evolversi. Poteva essere questione di decenni, ma anche meno. Quali parametri erano da considerare? Non ne sapevo niente di biologia, ma per intuito pensai all’alimentazione, all’unione con altre specie e alla capacità di adattarsi e di riprodursi in un mondo nuovo.
Poi guardai all’ambiente, e mi chiesi se quelle piogge avrebbero condizionato il futuro dell’evoluzione. Non potevo sapere cosa si nascondesse dentro ai nuovi oceani che si erano formati, né quali nuove molecole si erano create durante gli impatti. Non sapevo se nella pioggia ci fosse stata radioattività, ad esempio. Io non potevo sentirla e non avevo strumenti per rilevarla, ma una cosa del genere avrebbe provocato trasformazioni cellulari più veloci del normale e cambiato la natura del pianeta in modo molto più rapido.
In quelle condizioni poteva succedere di tutto. I parametri erano sballati. Perfino la scienza, se fosse esistita ancora, non avrebbe saputo da che parte cominciare.
Guardai di nuovo il pendio della montagna, dove forse vivevano altri uomini come me, che andavano in cerca di cibo nel sudiciume del fango dei boschi. Poi pensai a quelli che vivevano più in basso, vicini ai nuovi mari dolci, che avrebbero provato a nutrirsi delle specie marine nate in quelle acque.
Come si sarebbe evoluta la nuova specie? Come dovevo immaginarmi i “Nuovi Uomini”? E da dove sarebbero arrivati?
Se dall’acqua, la mia fantasia li descriveva con le branchie, col viso più rotondo del nostro e con la pelle in parte squamata. Esseri in grado di vivere indistintamente sull’acqua e sulla terra, onnivori, pronti a conquistare l’uno o l’altro ambiente a seconda di come sarebbe cambiata la natura nel corso dell’evoluzione.
Poi guardai la montagna, fissando ogni dettaglio di quel panorama in una scena che diventava sempre più inquietante.
Immaginai i Nuovi Uomini, quelli venuti dall’alto, scendere di corsa dal pendio. Non si erano ancora evoluti fisicamente, perché il vero istinto di sopravvivenza era nato nel loro cervello e non aveva ancora modificato il lato esteriore del corpo. Erano vestiti come gli uomini primitivi. Branchi di uomini sopravvissuti insieme ai lupi, che ai lupi avevano rubato l’istinto e l’indole animale, e degli uomini avevano tenuto l’abitudine al sapore della carne umana grazie alla quale non si erano estinti.
In mezzo alla montagna, da solo, mi sentii tremare.
Forse qualcosa mi fece vedere il futuro, non lo so, ma capii che la Nuova Era non iniziava con le piogge, ma quando la specie dominante avrebbe modificato la sua natura.
Qual era il punto in cui finiva il senso dell’umanità e cominciava la follia?
Chiusi la macchina e tornai a casa camminando più in fretta che potevo.

Entrai in cucina e bagnai tutto il pavimento cercando di togliermi l’impermeabile. L’acqua era dappertutto. In casa faceva un po’ più caldo e mi sentii meglio.
Trovai Elena che guardava dalla finestra, mentre Mattia e il nonno passavano il tempo con un gioco in scatola, un regalo dei vecchi proprietari della casa che evidentemente si divertivano così durante le loro villeggiature in estate o in inverno.
Mi guardarono tutti come se si aspettassero qualcosa, ma era una speranza vana, solo di apparenza. Per loro non avevo trovato niente.
Andai alla credenza della cucina e presi una bottiglia di cognac che avevamo trovato lì. Più che una bottiglia di cognac era un vuoto a rendere, pronto per la raccolta differenziata, ma sul fondo c’erano ancora tracce di alcol. Nessuno, fino a quel momento, aveva mai toccato quella bottiglia. Per quanto contenesse appena il fondo di un bicchiere, Elena pensava che non dovessi berlo. Secondo lei non era giusto, perché gli altri non erano uomini come me e quella cosa non si poteva dividere fra tutti, ma sapevo che il vero motivo per cui mi rimproverava di guardare alla bottiglia era un altro: anche se era impossibile ubriacarsi con quella ridicola quantità di cognac, la vedeva come una questione di principio. Non dovevamo arrenderci a quella condizione, non dovevamo nemmeno pensare di poter perdere i sensi a causa dell’alcol e di rinunciare a vivere, anche se era una vita miserabile. Non dovevamo lasciarci andare.
Quando andai in cerca della bottiglia sentii che mi stava guardando male, ma non la considerai. Mi portai la bottiglia alla bocca e aspettai che il rimasuglio di cognac mi arrivasse sulle labbra. Era una dose insignificante, ma in quelle condizioni la sentii bruciarmi la lingua.
Quel cognac era una bontà, una grazia dal cielo. Mi scaldò immediatamente tutto il corpo e arrivò a farmi girare la testa. Sembrava il cognac più forte che avessi mai assaggiato. Sul mio fisico, anche quella piccolissima dose aveva avuto un effetto fuori dal comune. Ero proprio messo male.
Mi sedetti sulla poltrona, in silenzio, godendomi la sensazione effimera dell’alcol nel sangue. Chiusi gli occhi e mi dimenticai di tutti i pensieri che avevo avuto quel giorno: i regali di Natale per la mia famiglia, l’amore di Elena, al cui pensiero mi veniva da piangere, la desolazione delle nostre montagne, la pioggia, la mia solitudine come uomo e la macabra evoluzione dei Nuovi Uomini, che prima o poi sarebbero scesi dai pendii in cerca di qualcosa da mangiare.

Cenammo prima che facesse buio.
Nel resto del pomeriggio si era parlato del Natale, ma in modo innocuo, indolore. Per fortuna non avevamo affrontato il tema dei ricordi e della bellezza delle cose passate, i cui nodi non si erano sciolti, ma avevamo creato un Natale più semplice, che sapeva solo di presente, un Natale per bambini che ruotava attorno all’idea di un gioco per Mattia.
Elena aveva cercato qualcosa per fare un albero. Aveva usato delle spugne per i fiori, anche se erano quasi completamente intrise d’acqua, le aveva tagliate e messe a piramide e sui lati aveva inserito rametti d’albero trovati sul cortile, portati lì dal vento e dalla pioggia. Poi aveva addobbato l’albero con strisce di carta stagnola e sulla punta aveva messo qualcosa di simile a una stella.
Mattia quel giorno si era divertito, nonostante tutto. Evidentemente la sua breve memoria non gli consentiva di fare paragoni a distanza di un anno, oppure si trattava di una questione più semplice, a cui non avevo ancora pensato: forse erano i bambini a farsi meno problemi rispetto a noi adulti.
Io e il nonno rimanemmo a guardarli per tutto il tempo. Credo che entrambi provassimo lo stesso sollievo, mentre Elena curiosava fra gli accessori della baita per trovare qualcosa che avesse almeno le sembianze di un albero di Natale o di una decorazione. Era sollievo per vederli ancora vivi, lei e Mattia, come sulla scia di una vera stella cometa.
Anch’io avevo partecipato ai loro discorsi, ma senza parlare davvero di me. Credevo che la bellezza del Natale si scoprisse nei giorni che lo precedevano. Ero convinto che fosse l’attesa del Natale a renderlo più bello. Sentire l’atmosfera arrivare sempre più presto, già all’inizio di dicembre, con gli addobbi e le luci sulle strade, i dolci, le cene natalizie e i negozi attrezzati per mettere in mostra i loro prodotti migliori.
Prima delle piogge, il Natale terminava quasi con la Vigilia, praticamente prima di cominciare, e le atmosfere da bomboniera che avvolgevano ogni cosa ci sembravano all’improvviso già vecchie. Quando le luci di Natale si spegnevano una volta per tutte, a gennaio inoltrato, nessuno se ne lamentava o aveva rimpianti. Tutto era passato e basta, e il Natale lasciava ciò che ognuno sentiva di poter tenere per sé.
Dopo un po’ di riposo, avevo recuperato la mia condizione e mi sentivo più tranquillo. La solitudine mi faceva male, mi faceva pensare troppo, e in quello stato era molto meglio che le ore passassero in fretta, senza fermarsi su niente, in mezzo alle distrazioni. Stare con altre persone mi era d’aiuto almeno per questo.
Per cena, aprimmo due scatole di tonno e fagioli, da mangiare in quattro, con mezzo bicchiere d’acqua minerale e un pezzo di cioccolato per dessert, l’unica concessione che feci per il Natale.
La cena, a metà pomeriggio, era l’unico vero pasto del giorno.
Finimmo di mangiare. Mentre masticavo il mio boccone di tonno e fagioli, sentivo lo stomaco che si preparava a riceverlo. Mi bastava tenerlo in bocca per sentirmi meglio, più forte, come se il sangue si arricchisse già in quel momento di preziose sostanze nutritive.
Avevamo imparato a mangiare molto lentamente, non so se per allungare il tempo del piacere o della sofferenza, ma finì tutto subito. Troppo presto.
Quando fece più buio, accendemmo una torcia a led che avevo portato da casa, uno degli oggetti più preziosi che avevo messo nell’auto prima di partire.
Faceva una luce bluastra e la mettemmo al centro della tavola, per stare ancora un po’ così, prima di andare a letto. La nostra vita era ormai un tutt’uno con la natura: ci alzavamo con la luce e andavamo a dormire quando non si vedeva più niente. E il cielo, quasi sempre nero, accorciava sempre di più le nostre giornate.
Forse era il caso di farsi gli auguri di Buon Natale, prima di salire in camera. Sapevo che secondo certe tradizioni il Natale arrivava la sera del 24, allo scendere della sera e con l’inizio del buio. Aspettai che fosse Elena a parlare, per non rubarle la scena, ma Mattia anticipò tutti.
“È l’ora del regalo!” disse Mattia, come se avesse trattenuto quelle parole fin dalla mattina.
Non potevo vedere il viso di Elena, ma speravo che si fosse messa a piangere. Stava succedendo proprio quello che mi aspettavo, e ora toccava a lei dire a nostro figlio che non c’erano regali per lui.
“Mattia…” disse Elena, ma lui fu più veloce. Prese la torcia a led e corse al piano di sopra, lasciandoci al buio. Io lo chiamai per nome, a voce alta. Non volevo che girasse con la torcia al piano di sopra, dove non avevamo oscurato le finestre. Qualcuno, da lontano, nel nero profondo di quelle montagne, poteva accorgersi facilmente di una piccola luce che brillava. Sarebbe stata molto invitante per chiunque.
Continuai a chiamarlo a voce sempre più alta, fino a quando non scese con la torcia e con una scatolina in mano.
“Papà, questa è per te!” disse.
Me la mise nelle mani, mi abbracciò e mi diede un bacio sulla guancia. “Buon Natale!”
Io non sapevo cosa dire. Presi la torcia e la puntai verso l’alto, in modo che ci illuminasse tutti. Per un attimo, i volti magri e stanchi che ero abituato a vedere sotto a quella luce si mostrarono più vivi. Sia il nonno che Elena allungarono la testa per vedere meglio cosa ci fosse dentro alla scatola portata giù da Mattia.
“Tu ne sapevi qualcosa?” chiesi ad Elena.
“Niente,” fece lei.
“Mattia, e questa dov’era?”
“L’ho trovata. Buon Natale!”
Era una scatola molto piccola, di un legno simile al compensato e con un disegno sulla parte superiore.
“Dai, aprila,” disse Mattia.
L’aprii. Dentro c’erano un pacchetto di sigarette e quattro fiammiferi.

Le sigarette erano inservibili, col tabacco che era si era scomposto dentro alla scatola, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di fumare. Guardai i fiammiferi e prima di tutti guardai il viso di Elena. Non so se si commosse davvero, ma mi sembrò di vedere i suoi occhi brillare veramente nella luce asettica della mia torcia.
“È un bellissimo regalo,” dissi a Mattia. “Ma dove lo hai trovato?”
Mattia ci disse di aver trovato quella scatola curiosando per la casa, e di averla nascosta per regalarmela il giorno di Natale. Dai nostri discorsi aveva capito che i fiammiferi erano molto importanti e che allora dovevano essere il regalo del giorno più importante di tutti.
Mi avvicinai al caminetto, con le mani che tremavano. Lì erano rimasti alcuni pezzi di legno che avevo usato per provare ad accendere il mio primo fuoco, tempo prima, ma senza riuscirci.
Anche i fiammiferi erano molto umidi, ma tentai lo stesso di accenderli. Strappai un pezzettino del cartoncino che conteneva i fiammiferi e lo misi dentro alla scatola di legno.
Staccai il primo fiammifero e provai ad accenderlo. Il legno era bagnato e la capocchia non prendeva. Provai diverse volte, ma il fiammifero si piegò invece di spezzarsi. Allora lo misi da parte e presi il secondo fiammifero. Guardai Elena, sempre alla luce della torcia, e aspettai una conferma. Mi fece segno di sì, ma quasi con timore, come se fosse una responsabilità troppo grande per lei. Gli altri stavano in silenzio, come se si aspettassero da me una specie di magia.
Provai anche il secondo fiammifero, ma anche quello si piegò e non riuscii ad accenderlo. Lo misi da parte e presi il terzo. Cercai di impugnarlo con più attenzione, tenendo la capocchia quasi sulle dita. Provai più volte, fino a quando il fiammifero non si accese.
Il rumore della fiamma che prendeva si espanse in tutte le direzioni, come un boato in tutto lo spazio della cucina.
Sembrò durare un’eternità. Il tempo rallentò ed io riuscii a muovermi nello spazio molto piccolo che si era creato. Riuscii a distinguere ogni singolo evento che permetteva a un fuoco di accendersi. Dopo il primo rumore, vidi la scintilla e subito dopo provai una sensazione di calore arrivarmi direttamente sul viso. Quella fiammella prendeva vita in un momento specifico della nostra esistenza, come se la dividesse in due, in una ritrovata era della tecnologia.
Sentii bruciarmi i polpastrelli, dove tenevo la punta del fiammifero, ma non me ne importò. Quella piccola fiammella, che io tenevo sulle dita, riusciva a scaldarci, e a modo suo combatteva l’umidità e la pioggia che cadevano su tutto il resto del mondo, ma non lì.
Misi il fiammifero dentro al contenitore, accanto al pezzo di cartone, e aspettammo di vedere se prendesse. Nell’aria cominciammo a sentire l’odore inconfondibile della carta che bruciava. Il cartoncino era umido e mi aspettavo da un momento all’altro che la fiammella si spegnesse, ma qualcosa funzionò lo stesso e la fiamma continuò ad alimentarsi. Molto lentamente la fiamma intaccò anche la scatolina, e sotto ai nostri occhi, con coraggio, quella piccola luce cambiò colore e diventò più grande.
Era il fuoco che avevamo acceso.

Guardavamo a quel fuoco come aspettando un bambino che stava per nascere. Il cartoncino e la scatola lo avevano alimentato, e piano piano era riuscito ad intaccare anche la parte del legno più debole, nonostante l’umidità. Nell’aria si era diffuso un odore sgradevole, che sapeva di muschio e di terra, e dal fuoco si alzava un fumo fastidioso, come un vapore scuro, ma non ce ne importò.
Il nonno tossì, ma anche lui si fece più vicino al fuoco.
Aggiunsi altri pezzi di legno, scegliendoli con cura fra quelli meno bagnati che c’erano in casa, e lasciai che il calore iniziasse ad asciugarli. Li avremmo messi sul fuoco più avanti, una volta asciutti, cercando di alimentarlo continuamente e di preparare così altra legna da ardere.
Non ricordo se pensai a quel momento come a una vera magia natalizia, ma quella fiamma stabile, sotto ai miei occhi, aveva davvero rallentato il tempo fino a fermarlo.
Non persi di vista lo scorrere del tempo guardando la fiamma danzare nel caminetto, ma al contrario lo guardai meglio e lo compresi. Pensai che la nostra vita avesse un termine e che anche quella notte l’avrebbe avuto. Era un tempo che si misurava in frazioni di ore e di minuti, ma se noi avessimo diviso il tempo che mancava in frazioni sempre più piccole, quel tempo si sarebbe allungato, e saremmo arrivati a una frazione così piccola da perderci in una lunghezza di tempo incalcolabile.
Non solo il fuoco ci scaldava e ci asciugava, ma creava qualcosa attorno al quale potevamo riunirci.
Il padre di Elena si alzò, tossendo un po’ più forte, e ci diede la buonanotte. Ebbi rispetto per lui, perché capii che non voleva andarsene, ma lo fece lo stesso per regalare un presente a una famiglia che esisteva ancora, nonostante tutto, e che poteva vivere insieme un’ultima notte di Natale.
Salutò Mattia, mi mise la mano sulla spalla e la strinse con la forza che gli rimaneva, in un ultimo saluto da uomini, poi andò da Elena e la baciò con più affetto di tutti, come se non ci fosse un giorno dopo, come se nonostante l’amore che manifestava continuamente verso il nipote volesse dire a sua figlia che l’amore più grande della sua vita era stato solo per lei, e che non doveva dimenticarlo.

Elena pensò di preparare del tè. Mise dell’acqua su un pentolino che era lì da forse trent’anni e lo lasciò accanto al fuoco. In poco tempo l’acqua cominciò a bollire, poi mettemmo dentro una bustina di tè e aspettammo che fosse pronto. Ne preparammo tre mezzi bicchieri.
Mattia prese il suo bicchiere con entrambe le mani e io aspettai che lo bevesse prima di fare altrettanto. Controllavo che non si perdesse nemmeno una goccia. Lo sorseggiò con calma, scoprendo per la prima volta lo strano sapore del tè. Poi toccò a me e ad Elena. Lo bevemmo insieme. Quella bustina di tè era lì da chissà quanto tempo, era un tè amaro che sapeva di vecchio, ma riscaldò e ringiovanì il mio corpo in maniera splendida.
Il senso di calore che sentivo nelle vene riuscì a mescolare i miei pensieri. Sentii il desiderio di voler baciare Elena, ma non lo feci, come se quelle cose ormai non servissero più. Mi limitai a guardarla con estrema tenerezza, senza pretendere nulla in cambio. La sensazione tiepida del tè nel mio corpo mi aveva fatto pensare al suo, che provava il mio stesso calore.

Rimanemmo lì per un tempo incalcolabile. Fu lungo o breve, non lo so, ma le sensazioni che provai davanti al fuoco riuscirono a dilatarlo in modo indefinito. Non erano ricordi, né speranze. Era il senso di qualcosa che avevo vissuto e che finiva lì, e che lì riusciva a condensarsi in una singolarità che non aveva né un prima, né un dopo, in cui non c’erano cause o effetti, e che esisteva in quanto tale, sufficiente a se stessa. Era come un’immagine ricercata per tutta la vita e che ora si mostrava con assoluta chiarezza, per quanto fosse incomprensibile, ma di cui non era più importante capire il significato.
Mattia si addormentò nel mio abbraccio e anche Elena disse di essere stanca. Io non volevo andare a dormire perché non volevo perdere la bellezza di quel momento. Sapevo che il giorno dopo la piccola conchiglia che avevo fra le mani non ci sarebbe stata più e che il resto del tempo, da lì in avanti, non si sarebbe più fermato per noi.
Alla fine mi arresi. Elena prese una candela che avevamo trovato in un cassetto. Era una candela di quelle portate dai preti quando passavano per benedire le case, mai usata prima. L’accendemmo per salire le scale e per portare un po’ di quel fuoco con noi.
Ebbi cura di lasciarlo vivo, così che non si spegnesse durante la notte, con altri pezzi di legno sui bordi del caminetto perché si asciugassero per il giorno dopo, al calore pulito del fuoco.
Quella notte dormimmo tutti insieme in camera nostra. La candela illuminò il nostro salire le scale, il nostro letto, io che mettevo Mattia sotto le coperte e infine noi due che ci stendevamo ai suoi lati, come quando era piccolo.
Io ed Elena ci addormentammo così, alla luce di quella candela che si accendeva per noi per la prima volta, guardandoci negli occhi, entrambi sfiniti da una stanchezza che arrivava da sempre più lontano.

Quella notte, dopo tanto tempo, dormii un sonno lungo e senza sogni, come se la profondità del mio riposo avesse dovuto sancire anche la separazione fra me e tutti gli avvenimenti di quel giorno. Un meccanismo di autodifesa aveva tenuto lontani tutti i pensieri e lasciato che il mio fisico recuperasse le energie, ma era un meccanismo da nulla perché non teneva conto di ciò che avrei trovato al mio risveglio. A pensarci bene, l’epilogo migliore che poteva capitarmi era di morire durante il sonno, come un malato che non sa di esserlo e che una sera chiude gli occhi per non riaprirli mai più.
Quando li riaprii io, invece, sentii piombarmi addosso tutto ciò che il giorno prima era rimasto in sospeso, solo assopito dal momento di pace che avevamo avuto davanti al fuoco.
Come previsto, il tempo aveva ricominciato a scorrere e fra le mani non mi era rimasto nulla per poterlo controllare ancora. Sapevo che il miracolo non si sarebbe ripetuto più. Forse aiutato dal risveglio, che ci rivela il mondo dietro a uno strato di opacità che ha ancora l’aria del sogno, ma che del sogno porta anche la verità inconsapevole, provai la sensazione che viene quando si è di fronte a una certezza. La questione non riguardava la conseguenza della rivelazione: buona o cattiva che fosse, quella sarebbe venuta dopo. Sentii il momento di solitudine in cui se ne vanno le possibilità e le speranze. Sapevo con chiarezza di trovarmi sul ciglio di una vertigine e che da lì in avanti ci sarebbe stata solo una discesa, come avevo letto negli occhi di Elena.
“Facciamo finta di dover arrivare fino a domani,” mi aveva detto con lo sguardo, e a quel domani ora ci eravamo arrivati.
Un altro giorno mi accoglieva e mi salutava col suo solito sorriso beffardo, ma era un giorno che si trovava al di là di un limite. Dopo il Natale non avevamo più niente da aspettare.
Sentii l’umidità nell’aria, un’umidità fastidiosa e sempre più penetrante.
La violenza dei pensieri non si fece attendere. Tutto si materializzò in modo molto rapido. Ebbi ricordi contrastanti, di felicità e di paura insieme, di ragione e di pentimento. Pensai alla nostra casa alla luce del giorno e al fumo scuro e costante che saliva verso il cielo. Quel fumo sarebbe stato ben visibile anche da lontano, specialmente dall’alto delle montagne, come una croce rossa al centro di una mappa. Mi pentii di averlo acceso, ma allo stesso tempo sperai che non si fosse spento.
Sul letto ero rimasto solo io. Elena e Mattia si erano già alzati. Respirai con calma e mi passai la mano sul viso, massaggiandomi le guance e la fronte. Sulle dita rimase uno strato d’acqua e provai una sensazione di fastidio, simile al dolore. La pelle delle mani era bianca e tenera, e sembrava potersi rompere al minimo sforzo.
Mi alzai e guardai la candela che Elena aveva lasciato lì per me.
Brillava ancora della sua piccola luce e sul fondo si era formato uno strato di cera. Il segno tangibile del tempo che scorreva. Fissai la fiamma aspettando che mi dicesse qualcosa, come per ritrovare il filo perduto verso la notte di Natale, e fu in quel momento che mi accorsi di qualcosa di nuovo.
Non veniva da me, dove avevo imparato a cercare tutte le risposte, ma dal mondo esterno. Cosa poteva esserci di diverso, nel mondo? Per capirlo studiai tutti i miei sensi, uno alla volta, fino a quando non compresi che era il rumore del mattino ad essere cambiato. Ero talmente abituato al suono della pioggia che alla fine lo avevo assorbito nel mio mondo, ma ora quel rumore non c’era più. Quando andai alla finestra e guardai i pendii e le montagne davanti alla nostra baita, ne ebbi la conferma.
Le nuvole ricoprivano ancora tutto il cielo, da lì alla fine dell’orizzonte, ma aveva smesso di piovere.

Scesi dalle scale lentamente, ascoltando i nuovi rumori della casa. Sembrava che il rumore continuo della pioggia avesse tenuto nascosto un altro mondo, che prima non conoscevamo. Così scoprii il suono dei miei passi sul parquet, il rumore del legno della casa che si ritraeva e che si espandeva, anche se in modo impercettibile, e di qualcosa di ancora vivo che cresceva attorno a noi.
Elena e Mattia avevano già fatto colazione e guardavano dalla finestra il mondo senza pioggia. Elena mi fissò, ma non fece nessuna espressione. Mi disse solo queste parole: “Lo avevo sognato.”
Mi avvicinai alla finestra e guardai il panorama da lì, come facevano loro, come se dal cielo cercassi la conferma della verità del suo sogno.
“È vero,” disse Elena, con un sorriso a cui sembrava credere davvero. “Ho sognato tante cose, da quando siamo qui, anche che avrebbe smesso di piovere.”
Non le risposi. Era un sogno che anch’io facevo di continuo.
Accarezzai Mattia sulla schiena e continuai a guardare il cielo.
Era il giorno di Natale e non pioveva più.

Il fuoco era rimasto acceso. Aggiunsi un pezzo di legno e lo ravvivai, poi mangiai un biscotto e bevvi la mia dose mattutina d’acqua. Rimasi davanti al caminetto, aspettando di asciugarmi dall’umidità che mi arrivava fino al centro del corpo. Con quella temperatura la cucina era diventata molto più accogliente.
Elena si alzò e venne dietro di me. La sentii camminare piano, in un modo che mi appariva invitante, ma non mi voltai. Mi passò la mano sulle spalle e sulla schiena, e a quel contatto tremai. Conoscevo il potere delle sue mani e il loro modo di toccarmi. Pretese il mio abbraccio e io glielo diedi. Mi aspettavo di sentire un abbraccio di affetto, che desse conforto a entrambi, ma lo scoprii molto sensuale. Sono cose che si sentono subito, quando una donna lo vuole. Era il primo contatto fisico che avevamo dopo molto tempo. Il corpo di Elena era pelle e ossa, ma era vivo, ed era un corpo che non avevo smesso di amare.
Chiusi gli occhi e la tenni stretta, cercando di non perdere il senso di quell’abbraccio, di non farlo svanire.
“Tuo padre non è sceso,” le dissi, dopo il tempo di un respiro.
“Non ce la fa.”
Baciai mia moglie sulle labbra, per darle il sollievo di cui aveva bisogno, ma dal suo modo di rispondere capii che era lei a volerlo dare a me. Mi baciò con le labbra socchiuse, giocando con la lingua, in modo simile a come pensavo di fare nel mio sogno ad occhi aperti, quello del regalo di Natale. Mancava solo il sapore del lucidalabbra. “Scusami,” pensavo di dirle, mentre la baciavo. “Scusami per le mie scelte sbagliate, per essere venuti fin qui, per tutto ciò che non è stato.” Il nostro bacio si reggeva su un equilibrio. Il mio era di amore e di disperazione, il suo di speranza. Non sapevo da dove le venisse. “Non è importante,” mi spiegò, dentro al bacio e davanti all’evidenza del mio pensiero. “Lo so e basta.” Eravamo ai lati opposti della stessa vertigine.
Poi mi ricordai che fuori non pioveva più.
Indossai gli stivali e qualcosa di pesante e mi preparai per uscire.
Sapevo cosa fare.

Ormai non avevamo niente da aspettare e nulla con cui farlo. Le nostre scorte di cibo erano quasi finite e da lì in avanti ci aspettava soltanto una lenta agonia. Raggiunsi il furgoncino e lo scoprii dal telo verde. Luccicò nei colori di quella strana mattina senza pioggia. Misi tutto dentro e mi preparai per fare un viaggio: avevo deciso di percorrere l’unica strada disponibile per raggiungere l’altro versante, dove forse c’era qualcun altro come noi. Esseri viventi che si erano evoluti più di come pensava la scienza, capaci di aiutarci, di darci da mangiare, di sollevarci. Una comunità diversa da come le immaginavo, ospitale con chi arrivava da lontano e che aveva bisogno di aiuto.
Misi in moto. La macchina funzionò come previsto. Cercai di fare tutto lentamente, in modo da non sprofondare nel pantano e di non trovarmi in una condizione pericolosa. Speravo solo che il furgoncino facesse il suo dovere e che quei mesi di pioggia non l’avessero danneggiato in un modo che non riuscivo ancora a vedere. Se si fosse fermato a chilometri di distanza da casa nostra, sulle montagne, ero un uomo morto. Non avrei mai avuto la forza per tornare indietro a piedi. Mi feci coraggio e iniziai la mia corsa.
Il rumore della macchina era inconfondibile. Sembravo il primo astronauta a metter piede su un pianeta pronto per essere esplorato, dove stranamente l’aria era respirabile come quella della Terra.
Percorrevo una strada in salita cercando di arrivare fino a dove avrei potuto, per scoprire cosa ci fosse nelle zone che vedevo per la prima volta dopo l’inizio delle piogge. L’aria sapeva di ammoniaca e di altri odori strani, ma non mi dava fastidio. Era respirabile come sempre, ed era forse la stessa di sempre, solo che non ero abituato a sentirla senza il peso della pioggia.
Guidavo lentamente, ma con gli occhi vigili su ogni dettaglio. Guardavo i bordi della strada, da dove poteva uscire improvvisamente qualcuno, e alle mie spalle, per paura di essere seguito. Soprattutto avevo il cuore in gola prima di ogni curva, ma ero pronto a tutto.
Non avevo dimenticato il pensiero dei Nuovi Uomini, costruito sulle mie paure. Non sapevo chi avrei trovato, dopo quei mesi di separazione dall’umanità. La distanza fa evolvere ogni gruppo in modo distinto, questo era un altro insegnamento che avevamo imparato dalla Storia. Per questo dovevo aspettarmi di trovare chiunque, dai cacciatori primitivi che mi avrebbero assalito ai bordi della strada, agli uomini ancora sani nella mente, portatori di civiltà come lo eravamo noi, che vivevano in una forma di società capace di progredire nonostante le condizioni del mondo.
Non sapevo a cosa credere, ma speravo di guardare presto al mio passato mettendo in luce tutti i miei sbagli.
Avevo deciso di mettermi alla ricerca di una comunità per il senso che volevo dare a quel Natale.
Per me, la fine del Natale cominciava subito dopo la Vigilia, ancora prima che quello stesso giorno si fosse compiuto. Dopo, la vita tornava ad essere come quella di prima, senza cambiamenti, se non per l’idea di aver vissuto alcuni giorni di festa. Per la prima volta, grazie al fuoco che avevo acceso per merito di un bambino di cinque anni, pensai di portare il senso del mio Natale in avanti. Ero convinto che il tempo si fosse fermato davvero, di fronte a quel fuoco, e che le tracce del Natale non si fossero esaurite. Potevano continuare ancora, in una forma diversa. Come era stato il bacio di mia moglie. Come il miracolo di una mattina senza pioggia.
Le nostre scorte di cibo e di acqua non erano aumentate, durante la notte di Natale. Lo scaffale dove avevamo messo i nostri viveri era sempre più vuoto. Gli scienziati avevano detto che la nostra specie si sarebbe estinta, perché il fondo degli oceani si sarebbe riempito e l’acqua di tutti i mari sarebbe salita nel cielo prima di tornare sulla terra, in cicli lunghi decenni, provocando la morte di tutti gli uomini per mano della natura. Per la prima volta però pensai a un errore della scienza, come quello che c’era già stato, e che forse, davvero, da lì in avanti qualcosa poteva invertirsi.
L’asfalto era in pessime condizioni, ma continuai la mia strada.
Percorsi diversi chilometri, salendo di altitudine. Sentii più freddo e accesi il riscaldamento. La strada si snodava fra gli alberi, ma in alcuni tratti, dall’alto, potevo vedere l’insieme delle vallate fra le montagne: le vallate e le pianure erano diventate masse d’acqua, laghi o paludi, non so di che profondità, ma bastavano a farmi capire che in quei luoghi non era possibile vivere.
A un certo punto notai un’altra macchina, un furgone che andava nella mia stessa direzione. Quando mi accorsi del furgone mi fermai subito, aspettando di vedere se si muovesse. Lo guardai con attenzione e capii che si trovava lì, sul bordo della strada, da molto tempo. Non c’era nessuno lì dentro, quindi avanzai a passo d’uomo, in seconda marcia, fino a quando non accostai proprio al suo fianco. La macchina era spenta, ma le portiere non erano state chiuse del tutto. Cercai di capire se contenesse ancora qualcosa, ma i sedili erano vuoti e nel furgone non c’era niente da prendere. I suoi vecchi proprietari si erano portati via tutto.
Pensai che avessero esaurito il carburante e che avessero deciso di continuare a piedi. Questo mi fece ben sperare. Se il furgone era vuoto, evidentemente erano riusciti a trovare quello che cercavano ed erano tornati indietro a prendersi le loro cose.
Continuai la mia corsa.
Sulla strada trovai altre auto. Una era finita contro la parete di roccia, ma dentro non c’erano né vivi né morti. Mi fermai a controllare anche altre macchine. Penso che ne trovai in tutto cinque o sei, ma in nessuna c’era qualcosa di utile.
Nonostante la salita, il mio furgoncino reggeva bene e continuava la sua corsa. Ormai ero arrivato sull’altro versante e sulla strada non c’erano tracce di neve, neanche di rimasugli di ghiaccio. Anche questo mi fece ben sperare perché erano condizioni atmosferiche da cui potevamo difenderci.
Arrivai a un rettilineo e lì vidi un’altra macchina, che andava in direzione contraria alla mia. Man mano che mi avvicinavo, mi accorgevo di qualcosa di diverso. Quell’auto aveva i finestrini sfondati. Mi fermai e guardai meglio, senza scendere dalla macchina. Abbassai il finestrino e sentii aria gelida entrare nell’abitacolo. Anche lì non c’era nessuno, ma questa volta furono i sedili ad attirare la mia attenzione, perché erano sporchi di macchie rosa che la pioggia non aveva ancora lavato.
Mi guardai attorno, pensando a cosa fare. I pendii erano deserti e tutto sembrava tranquillo, ma mi chiesi se non fosse la tranquillità del presagio. Non sapevo da che parte andare. Decisi di continuare.

Vidi la barricata subito dopo la curva seguente. Sembrava uno smottamento, ma era chiaro che non si trattava di un’opera della natura: era una costruzione ben progettata, per quanto avessero usato materiali di fortuna. Avevano messo sassi di varie dimensioni, tronchi e parti di rifiuti a formare una specie di muraglia, per non far passare nessuno.
Se quella strada era bloccata, non c’era modo di arrivare in cima, se non a piedi. Ci rimaneva da scalare la montagna, camminando sui pendii, ma era impossibile per i nostri mezzi e per le nostre forze.
Mi avvicinai di più, poi spensi il motore e scesi dalla macchina. Un brivido di freddo mi riempì tutto il corpo.
Sulla barricata non c’era nessuno. Era una guardia vuota. Non si sentiva nulla fino a molto lontano. Tutto era avvolto da un silenzio indefinito, come esiste solo sulla cima di una montagna deserta. Pensai se dietro ci fosse una nuova città, e se i viaggiatori delle auto ferme lungo la strada avessero raggiunto la salvezza camminando fino a raggiungerla.
Poi pensai alla macchina che scendeva in direzione contraria alla mia.
Le macchie rosa erano tracce di sangue.
I finestrini erano stati sfondati da qualcuno, non so se con colpi di fucile, o con le clave.
La pioggia non aveva ancora lavato i segni del sangue.
Erano passati mesi da quando le prime comunità erano salite sulla quella montagna, e avevano costruito una barricata.
E ora nelle macchine abbandonate non c’erano persone, né vive né morte.
Salii nel furgoncino e feci inversione cercando di non cadere nel burrone di alberi e fango del lato aperto della strada. Feci tutto lentamente, con razionalità, ma col cuore che mi batteva forte, in una visione che diventava sempre più piccola e che mi mostrava tutto con enorme chiarezza.
La guardia era vuota e quella barricata non sapevo se proteggesse i vivi o i morti: in ogni caso era meglio andarsene al più presto.

Tornai a casa a pomeriggio inoltrato. Riuscii a malapena a spogliarmi e a sedermi sulla poltrona. Elena venne da vicino, mi fece una carezza sul viso e tentò di baciarmi ancora, ma io non ricambiai. Col mio rifiuto speravo di farle capire che non era il caso di continuare quella scenetta. Non mi ero guardato allo specchio, ma sapevo che sul viso si stava spegnendo ogni mia espressione.
Lasciai che Elena mi guardasse. Che leggesse sui miei occhi la fine delle nostre speranze. Sull’altro versante della montagna non c’era niente per noi, ed era meglio stendere un velo nero su ogni straccio di terreno fuori dal nostro giardino. Sperai che lo capisse senza il bisogno di spiegarglielo, perché certe verità con la voce è sempre stato meglio non dirle. L’ultima traccia della nostra vecchia cultura.
Elena però non capì e continuò a tenere il suo sorriso di prima, lo stesso di quella mattina, in un’espressione che si mostrava esattamente opposta alla mia.
“Bene,” mi disse, senza chiedermi nulla. “Ora che sei tornato posso preparare il pranzo.”
Di sopra, suo padre tossiva continuamente. Era una tosse violenta, senza pause, che a ogni colpo gli esauriva il respiro. Sembrava affogare nel suo stesso corpo.
“Il nonno sta male,” mi disse Mattia, venendo da vicino e parlandomi all’orecchio, come a volersi nascondere da sua madre.
Strinsi le labbra. “Lo so,” gli dissi. “Vedrai che andrà tutto bene.” Avevo cominciato a mentire a mio figlio anche sulla certezza del presente.
Era chiaro che il padre di Elena stava per morire.
Mi chiesi se si rendesse conto della sua fine, ora che si materializzava davanti a lui.
Era opinione comune pensare che un vecchio arrivasse al cospetto della morte più preparato degli altri, come se avesse avuto il tempo di organizzarsi, vivendo una vita lunga, e che così potesse guardare all’ora fatidica senza timori. Ho sempre pensato che fosse assurdo e banale considerare in questo senso la morte di un anziano. Non conta l’età, nemmeno se si è vecchi, e non conta nemmeno come ci si arriva. Si è sempre giovani e impreparati davanti alla morte.
“Guarda cos’ha trovato la mamma,” sentii dire alle mie spalle, ma io non badai a quelle parole. Elena stava apparecchiando la tavola pensando solo a noi, che eravamo in quella cucina. Dalla sua voce non trapelava il dolore per il padre. Parlava con suo figlio come se giocasse. Perfino Mattia la guardava con occhi strani.
Per pranzo Elena aveva aperto due confezioni di carne in scatola. Oltre a quelle ne erano rimaste ben poche. Aveva preparato la tavola come per un vero pranzo di Natale, e considerando la situazione ci diede porzioni abbondanti di carne e gelatina.
Provai una sensazione familiare durante il pranzo, di già visto, come un déjà vu, eppure non avevo mai mangiato carne e gelatina in una baita di montagna, con mia moglie e mio figlio. Neanche quando ero piccolo, con gli occhi di Mattia, insieme con i miei genitori, avevo mai visto una scena del genere.
Mangiammo con i colpi di tosse del padre di Elena in sottofondo. Ogni tanto la guardavo, sempre in silenzio, sperando che le arrivasse il mio consiglio di marito. Provavo il timore di dire qualsiasi cosa, come a rompere la protezione che evidentemente Elena aveva costruito attorno a sé per non pensare al padre, ma toccava a lei il compito di sedersi al fianco di quell’uomo nel momento del suo ultimo respiro.
Dopo mangiato tornai a sedermi sulla poltrona.
Elena sistemò la cucina e mise un altro pezzo di legno sul fuoco.
Io non volevo morire. Questa era l’unica verità che sentivo profondamente. Ero terrorizzato dall’idea di spegnermi. Ero disposto a tutto pur di non scoprire cosa ci fosse sul fondo della mia discesa.
Pensavo che la morte avrebbe avuto un’intensità simile e contraria a quella provata la sera prima, nella pace raggiunta guardando il fuoco, in un istante che non aveva né un prima né un dopo, e che si era fermato in un momento senza tempo. Ma quella non era la morte: era la massima espressione della Vita, che si era rivelata per noi nella notte di Natale. Se la vita assomigliava al Sole, la morte era un buco nero. Lì non c’era un fuoco a scaldarci, ma un buio scuro e glaciale, senza che qualcuno ci tenesse per mano o che ci preparasse il tè attorno a un comune centro di gravità. Nel buco nero della morte ognuno era solo, in un lungo tunnel che non aveva né inizio né fine. La morte iniziava lì dove finiva il tempo.

Intanto, al piano di sopra, il nonno aveva smesso di tossire.
“Oggi possiamo fare il caffè,” disse Elena.
Pensai a cosa ci restava da mangiare. Da lì non potevamo né salire né scendere, e non c’era niente da mangiare, da nessuna parte.
Poi mi venne una domanda, che subito tentai di scacciare, ma la domanda tornò più forte di prima. “Quanti chili pesa il padre di Elena?”
Non aveva senso, pensai. Era una scena che avevo visto nei film.
Nello stomaco avevo un vortice che mi consumava.
Immaginai il buio totale della morte.
In cucina si sentiva lo scoppiettio del fuoco.
Elena mi portò una tazza di acqua calda, che del caffè aveva solo il colore.
Quanti chili pesa il padre di Elena?
Seduto sulla poltrona fissavo il cielo in tutta la sua lunghezza, ripensando a quella frase, mentre dal piano superiore non scendeva nient’altro che il silenzio.
E se dopo fosse toccato a Mattia?
Mi feci la stessa domanda.
Non sarebbe successo.
Eppure non volevo morire.
Qual era il punto in cui finiva il senso dell’umanità e cominciava la follia?
Elena bevve il suo caffè davanti alla finestra, in piedi, stringendosi le spalle, ammirando il panorama delle montagne.
Ho sognato che avrebbe smesso di piovere.
Ho sognato che avrebbe ricominciato.
Nel cielo qualcosa si ruppe e improvvisamente una pioggia scrosciante ritornò a battere sulle finestre, coprendo come un sudario ogni forma di vita e di morte su quella terra.
Elena non si mosse, continuò a guardare le montagne davanti a noi come se non fosse successo niente. Accolse il ritorno della pioggia quasi con amore, con la convinzione di essere al riparo e di sentirsi felice per il giorno di Natale trascorso con la sua famiglia, in un posto caldo e accogliente.
In quel momento pensai al déjà vu, alla strana sensazione di già visto mentre ero seduto a tavola, e oltre che nel cielo qualcosa si ruppe anche dentro di me perché capii da dove veniva quel ricordo.
Avevo commesso l’errore di cercarlo partendo da lontano, dove pensavo fosse nato, ma era un inganno della memoria e per trovarlo bastava cominciare dalla fine, a non più di un giorno di distanza.
“Guarda cos’ha trovato la mamma,” aveva detto Elena, mentre apparecchiava la tavola.
Era una tovaglia con le decorazioni di Natale identica a quella del mio sogno.

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4 pensieri su “I Nuovi Uomini

  1. Caro autore, ti ringrazio di cuore.
    Con questo racconto ti sei donato nelle più intime paure, nei più inconfessabili desideri, nelle più inaccettate fragilità.
    Sono le paure, i desideri, le fragilità di ogni uomo, eppure sono di questo uomo in particolare; di questo uomo, che nel tuo racconto è vivo.
    Grazie, perché col tuo lavoro “sporco” ci guidi sulla strada della comprensione.
    E, soprattutto, perché col tuo lavoro fai apparire tutto così semplice…
    Ad Maiora!

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