Quello che il vuoto trascina con sé


Uscimmo dal locale e camminammo in direzione di casa sua, senza che nessuno lo proponesse. Sembrò naturale farlo. La serata poteva concludersi così, con un saluto davanti alla sua porta.
Pensai che in quel momento avrei voluto darle un bacio. Lo desideravo moltissimo e avrei accettato anche solo quello, niente di più. Non pensai alla moltitudine di eventi che sarebbe seguita a quella sera: il giorno dopo, i prossimi incontri, le telefonate, i saluti andando al lavoro, forse le passeggiate che avrei fatto per tornare a casa dopo essere sceso ancora alla sua stessa fermata. Tutto in realtà era molto vicino, ma si trovava al di là di quel bacio che invece mi sembrava lontanissimo.
Ogni tanto, camminando, la guardavo di profilo. Mi piacevano davvero il suo viso, i suoi capelli, la forma delle guance e delle labbra. Mi davano un senso di pace e di morbidezza.
In quelle ore ci eravamo aperti profondamente, come forse non avevamo mai fatto con nessuno. Quelle parole per me rappresentavano un senso di fiducia.
Per terra notai le prime gocce di pioggia. Poi le sentii anche sui capelli e sul viso, e lei me lo confermò. “Comincia a piovere,” disse.
Feci un sospiro. Nessuno aveva l’ombrello, ma non ce ne importò. Mi sentii disarmato di fronte alla pioggia e glielo feci capire con un vago sorriso sulle labbra, che guardava con una leggera amarezza verso qualcosa di inevitabile e fastidioso, ma insignificante. Non si cammina indifesi sotto alla pioggia per un senso di libertà o per la bellezza di sentirsela addosso, ma per fare qualcosa di irrilevante rispetto alla vita. Si prende la pioggia per dare valore al resto: per dire che in realtà, della pioggia, non ce ne importa niente.
Lei si fece prendere per il braccio, per venire più vicina a me, come se dovessimo stare così per trovare spazio sotto allo stesso ombrello che quella sera era il cielo sopra di noi.
La pioggia aumentò di intensità. Le persone che non avevano l’ombrello cominciarono a correre per trovare un riparo e andarono sotto ai portici o dentro ai locali, sperando che prima o poi la pioggia cessasse. Io sentii l’acqua bagnarmi anche le labbra. Era pioggia fredda, di dicembre, ma sulle labbra quella goccia si era scaldata e mi aveva dissetato di qualcosa.
La sentii profondamente.
Mi voltai verso di lei, fermai il suo cammino e le presi il viso fra le mani. Le abbassai la sciarpa e la baciai. Non so perché lo feci così, improvvisamente, io che di solito aspettavo a lungo prima di aprirmi a una decisione del genere, ma in quel momento avevo pensato solamente a una cosa: volevo sentire quella stessa goccia di pioggia anche dalle sue labbra.
La sua bocca era morbida, proprio come la immaginavo. Lei rispose bene al mio bacio, quasi come non fosse una sorpresa. Chiuse gli occhi e continuò a farsi baciare, muovendo leggermente le sue labbra nelle mie. L’acqua cadeva, ci bagnava i vestiti e ci infreddoliva, ma era tutto lontano. Il centro del mio corpo si trovava sulla superficie delle mie labbra e aveva il sapore delle sue.
Il bacio poi si fermò, noi due ci guardammo, ci abbracciammo e di lei sentii il profumo dei capelli bagnati quando si fece ancora più stretta.
Sapevo quanto ogni dettaglio fosse importante, per noi, a partire dai primi sguardi scambiati sull’autobus. Nulla era successo per niente. Io e lei davamo un senso anche agli occhi che donavamo a qualcuno, se quegli occhi avrebbero destato attenzione e un effetto di ritorno. Gli sguardi, l’incontro, le parole, la libertà di raccontarsi, i passi sotto alla pioggia e infine quel bacio.
Mi prese per mano e iniziammo a correre. Sulla strada ormai eravamo rimasti solo noi. Mi sembrò di vederci, dall’alto, mentre andavamo veloci cercando di non perdere la stretta delle mani e di evitare le pozzanghere.
Le luci della città continuavano a illuminare dolcemente la notte di dicembre, indifferenti rispetto al freddo e alla pioggia. Le altre persone ormai avevano trovato spazio e calore nei posti a loro più vicini e per un po’ non avrebbero pensato a come tornare a casa. Noi due invece andavamo forte: pestavamo l’asfalto bagnato, correndo a perdifiato, e man mano che ci avvicinavamo a casa sua capii che quali erano le nostre intenzioni: non correvamo per raggiungere un luogo asciutto, ma per andare incontro alle nostre intenzioni, ai nostri desideri, a quello che fino ad allora era stato solo un sogno.
Arrivammo davanti alla sua porta e le diedi un altro bacio, premendo anche contro al suo corpo.
Lì della pioggia potevamo ascoltare solo il rumore, ma non ci toccava più. Eravamo bagnati fradici. Chiusi gli occhi e cercai di percepire la sua dolcezza il più possibile. Le mie mani le accarezzarono il collo e il viso. Le sfiorarono i capelli e le nostre labbra socchiuse si cercarono e colsero i dettagli più lievi e tutte le sfumature delle nostre vite.
Oggi ancora non so cosa significhi baciare una ragazza: forse è solo una questione di odori e di zone particolarmente sensibili che vengono stimolate da zone altrettanto sensibili, e tutto arriva al cervello a ondate così forti da far provare piacere e perdita di controllo, ma io quella sera sentivo che i nostri baci arrivavano da ben più lontano, da qualcosa di esterno a noi. Mi sentii felice, mi sentii orgoglioso: tutto ciò che mi mancava e che volevo ora si trovava davanti a me, ed era piccolo addirittura da stare dentro alle mie braccia. Non potevo chiedere di più.
Entrammo in casa. Lei mi portò per mano fino in camera sua. Ci spogliammo, continuando a baciarci e a toccarci.
Cercai di togliermi i vestiti più veloce che potevo. Man mano che la vedevo spogliarsi, il pensiero dolce che nutrivo nei suoi confronti cambiava ancora. Ora la dolcezza della sua persona, di lei come ragazza e come donna, si arricchiva anche di un senso puramente erotico. Prima volevo fare l’amore con lei per il legame che si era creato, ma adesso che la vedevo spogliarsi, togliersi le scarpe e i jeans e rimanere, solo per me, in reggiseno e in mutandine, la desideravo anche per un altro motivo: per la voglia squisita che mi era venuta del suo corpo.
Le misi una mano fra le gambe. La mia mano era ancora fredda, ma così lei me la scaldò. La parte interna delle sue cosce, dove la mia mano premeva, era calda. Sentii il tessuto delle sue mutandine e arrivai a toccarla lì con la punta delle dita. Lei vibrò. Mi abbracciò. Poi le tolsi il reggiseno e le toccai il seno e i capezzoli. Glieli succhiai mentre la stendevo sul letto.
Ricordai la sua immagine, quando guardava fuori dal finestrino, con le cuffie nelle orecchie. A lei che leggeva i suoi libri e che coltivava i suoi pensieri. Al suo sorriso accennato. A lei che adesso si lasciava toccare fra le gambe, lì dove era più vulnerabile, e che mi accarezzava allo stesso modo chiedendomi di fare di più. Speravo che anche a lei venisse in mente lo stesso pensiero, di tutte le parole dette che ora si scioglievano in quel modo. Speravo che mi pensasse non solo per il ragazzo che l’aveva guardata e che l’aveva cercata scendendo con lei solo il giorno prima, ma che per quell’istante mi volesse solo per il suo desiderio di donna, per farsi fare l’amore da me.
Ci scambiammo un ultimo sguardo, prima di andare oltre, uno sguardo che era di comprensione ma che in fondo era una reciproca richiesta di fiducia. Eravamo andati oltre le nostre attese, forse troppo velocemente, ma questo non doveva cancellare il percorso che avevamo fatto. Fare l’amore può valere tutto o nulla, sia da giovani che da adulti, ma era un altro dettaglio che volevamo aggiungere a quello che stava accadendo.
Ci chiedemmo se eravamo pronti a gettarci nel vuoto e in tutto quello che il vuoto trascina con sé.
Lo sguardo fu interminabile, in cui ci dicemmo tutto con gli occhi prima di farlo con le mani e con la pelle.

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