Alice


Mi trovo in un appartamento, al momento sono da solo, è un sabato pomeriggio di luglio ed è appena dopo l’ora di pranzo.
L’appartamento non è molto grande, appena per viverci in due, e la stanza principale è arredata per condividere la cucina con un piccolo soggiorno.
Sono seduto sul divano e sto guardando la televisione, tenendo il volume bassissimo. Mi hanno insegnato fin da piccolo che nei sabati di luglio, subito dopo pranzo, bisogna aver cura di non fare il minimo rumore, per non disturbare quelli che vanno a dormire. Ho sempre seguito questa regola, anche adesso che sono diventato grande.
Ho provato quasi tutti i canali, ma in televisione non c’è niente di interessante. Così le rivolgo uno sguardo strano e poco partecipe: la sua è una misera compagnia.
I palinsesti estivi non aiutano molto. Sembra che il sabato pomeriggio sia fatto davvero solo per dormire, e chi non lo fa è meglio che trovi un modo alternativo per passare il tempo. In pratica ci sono solo documentari sugli animali, o trasmissioni in cui certi viaggiatori provetti descrivono paesaggi e sapori di luoghi in Italia di cui nessuno prima aveva mai sentito parlare.
Per un attimo spero di trovare un vecchio film, anche se non seguo il cinema. Ne vorrei vedere uno in bianco e nero e in lingua originale, ma nulla da fare. Scorro tutti i canali ma il film che vorrei vedere oggi non lo trasmettono.
Allora lascio su un canale a caso, sempre a basso volume, e mi guardo attorno. I miei occhi vagano per la stanza. Sono immerso nella penombra. Le tapparelle sono abbassate per non far entrare il caldo. Le stanze sono in ordine, io e Alice abbiamo finito di pranzare da poco e lei ha già lavato i piatti.
Penso a me, al motivo per cui sono qui e a come passerò i prossimi sabati di luglio.
Ascolto il mio corpo. In qualche modo metto in funzione un sistema di diagnosi automatica che dopo pochi secondi mi dà una risposta positiva. Gli impulsi partono dal cervello, attraversano muscoli e apparati e tornano portando informazioni. Tutto funziona bene. Il mio corpo sta vivendo e ha voglia di farlo.

Sento un rumore provenire dall’altra stanza. Il rumore è quello dell’acqua che scorre, a cui poi ne segue un altro: la porta che si apre e che si richiude e il rumore di piedi nudi che camminano svelti sul parquet del corridoio.
E’ Alice che torna dopo essere stata in bagno per rinfrescarsi e per lavarsi i denti.
Ci siamo fatti una doccia dopo pranzo e questo era il suo turno: il caldo e il momento ce lo impongono. In casa sua non c’è il condizionatore, anche se per fortuna tenendo le finestre aperte passa un po’ d’aria e non c’è da lamentarsi.
Ha una canottiera da notte rossa e un paio di mutandine nere.”Bei colori,” le ho detto la sera prima, scoprendo il suo intimo mentre la spogliavo degli altri vestiti inutili, quelli che poi infatti non ha rimesso più.
Alice è alta poco meno di me e ha i capelli lunghi e neri, dello stesso colore profondo di cui sono fatti anche i suoi occhi. Con questo colore si porta dentro anche la sua terra d’origine. Lei non è della mia stessa regione e viene da più lontano, ma non importa. Tranne questo particolare e i colori con cui ci mostriamo, siamo tali e quali.

Alice si siede sul divano, accanto a me, facendosi subito molto vicina. Le metto una mano sulle cosce, una mano che non vuol dire niente ma tanto basta perché mi sussurri qualcosa all’orecchio.
“Ho ancora voglia,” mi dice. “Mi accontenti?”

Alice non è il vero nome della ragazza di cui stiamo parlando, e se allora pensate che sia il nome della ragazza delle favole, avete indovinato. Più o meno ha sempre vissuto nel paese delle meraviglie, anche senza saperlo.
Alice era ingenua e seguiva il suo coniglio bianco senza immaginare dove l’avrebbe portata, ma ogni stanza e sentiero era per lei un posto da scoprire qui, nel mondo reale.
Alice si spostava di città, cambiava case e coinquilini, studiava, lavorava e aveva desideri, ma nessuna malizia.
Credo che tutti siamo molto condizionati dal sesso e dal nostro modo di cercarlo. Fino a una certa età, cioè fino a quando non siamo accompagnati, usciamo di casa con la speranza di incontrare qualcuno di nuovo, che voglia soddisfare con noi il suo desiderio. Non è solo la voglia della carne, ma è anche la sensazione di libertà e di bellezza che la accompagna.
Per Alice cominciò tutto in modo diverso.

Mi raccontò di aver provato il suo primo orgasmo durante un lungo viaggio in treno. Si trovava tutta sola in uno scompartimento isolato. Era una giornata calda, ma verso sera il sole si intimidì e iniziò a fare più fresco. Ormai aveva finito di leggere tutti i libri che si era portata e non sapeva come passare il tempo.
Nemmeno un compagno con cui chiacchierare o con condividere quel tragitto, pensò, e chiuse gli occhi.
Lo fece per un attimo soltanto, si disse, e convinta di riposarsi iniziò a sentire il movimento del treno sulle rotaie, ad ascoltarlo come se fosse una melodia, un movimento dolce e continuo che la rilassava e che periodicamente l’attraversava dalle caviglie fino alla testa.
Il buio degli occhi chiusi iniziò a dipingersi di strani colori, tanto da sentire il bisogno di cambiare posizione. Andò avanti col bacino, distendendo le gambe e continuando a percepire quel movimento. La solitudine, la stanchezza e la freschezza della sera l’aiutarono a sentirlo sempre di più.
Non si chiese cosa stesse succedendo o perché provasse una sensazione del genere. Non l’associò a nulla che si trovasse nella sua memoria: era un’esperienza del tutto nuova.
Sempre con gli occhi chiusi, lasciò che quella sensazione le invadesse l’intero corpo, ma che in particolare l’accarezzasse fra le gambe. Era come in una marea che saliva e scendeva e che aveva la durata di un momento, non di una notte.
Assopita da questa nuova realtà, aprì le gambe e si fece passare una mano sotto al vestitino estivo. Le mutandine erano bagnate, si toccò e sentì un piacere che non aveva mai provato. Prima fu strano, non era localizzabile e non sapeva bene cosa volesse dire. Poi si trasformò in qualcosa di più definito e la stranezza divenne una novità da esplorare sempre più a fondo, fino a quando non poté dare un effetto a ciò che prima conosceva solo per nome.
Così lei si conobbe per la prima volta, quando era già una studentessa universitaria: era quello il giorno in cui un curioso personaggio delle favole e dei luoghi fantastici entrava nella sua vita.
Riaprì il occhi solo quando venne il momento di scendere.

Nei giorni seguenti cercò di riprodurre quella sensazione, ma senza successo.
“Il piacere era stato intenso, continuo, meraviglioso… sembrava che le mie mani andassero avanti da sole, sapevano cosa dovevano toccare e come farlo, ma a casa, sul letto, sul divano o sotto la doccia non riuscii più a venire per molto tempo.”
Fu con me che si confidò per la prima volta. Mi aveva raccontato così la sua vita, senza paure.
“Venni di nuovo un anno dopo, in modo del tutto diverso.
Ero in facoltà, in biblioteca, e stavo mettendo i libri nella borsa per tornare a casa. Ormai mi ero dimenticata di quel primo episodio ed ero convinta che non avrei mai più sentito una cosa del genere. Eppure, quel giorno successe di nuovo.
Un libro mi scivolò per terra e finì vicino a un ragazzo che studiava accanto a me, ma che prima non avevo notato. Si chinò per raccogliere il libro, si avvicinò e sentii la sua presenza.
Non so dire se fosse bello o no, o eccitante in qualche modo, ma percepii il suo profumo, sentii il suo modo d’essere che arrivava a me in modo profondo e gentile. Vidi le sue mani che tenevano il mio libro e sentii di nuovo quella sensazione sul corpo. Sentii i capezzoli indurirsi sotto al reggiseno e mi bagnai all’istante.
Riuscii solo a dirgli grazie, lui sorrise e quel sorriso mi fece divampare dentro. Ficcai il libro nella borsa e andai a casa più veloce che potevo, prima che quella sensazione si esaurisse. Andai a casa, mi chiusi in camera, e…”
Non riuscì a finire di descriverlo, ma ovviamente capii.
“La cosa che non mi spiego è perché quegli episodi siano stati unici. La mattina dopo, appena sveglia, ripensai a quel ragazzo e provai a toccarmi, ma il mio corpo non mi diceva nulla. Volevo farlo, ma la mia testa mi diceva di no. Era inutile.
Qualche tempo ritrovai lo stesso ragazzo in biblioteca. Lo fissai per poco, cercando di non farmi notare, ma non servì perché egli colse ugualmente il mio sguardo. Si ricordò di me e mi sorrise. Con una scusa provò a parlarmi, dicendo qualcosa di cortese e intelligente, ma io no, nulla. Non mi fece nessun effetto e non lo cercai più.”

Le sue storie erano così. Qualche ragazzo lo aveva avuto, ma erano state esperienze insignificanti. Credo che non abbia mai amato nessuno e che le sue relazioni non fossero un bisogno, ma un tentativo. Provava a essere come le altre ragazze, come le sue colleghe di corso o di lavoro, che vivevano e raccontavano le loro storie, i loro divertimenti, gli intrighi con altri uomini e i casini che ne conseguivano.
Erano i ragazzi che cercavano lei, perché era carina e il suo viso descriveva un carattere passionale, ma non c’era nulla di vero: lei era tranquilla, innocente, una ragazza senza nessuna malizia.
Usciva con i ragazzi, andava al cinema o agli aperitivi, poi andavano a casa di uno dei due, o stavano in macchina o dove capitasse, in un luogo appartato, e facevano sesso. Lei chiudeva gli occhi e provava a sentirli, quei ragazzi, ma nulla, non serviva a niente. Li baciava e voleva bene a tutti quelli con cui andava a letto, ma non veniva mai.

“Sbattimi,” mi dice, e io non me lo faccio ripetere.
Le tengo le mani sui seni, al di sopra della canottiera, è il consiglio che mi dà il suo corpo. Sento i capezzoli turgidi là sotto, vorrei vederli, ma non c’è tempo, sento il suo orgasmo arrivare e finisco di sbatterla come mi ha chiesto.
Chissà cosa prova, penso ogni volta. E’ un orgasmo che l’attraversa, ma cos’è un orgasmo per lei? Che sensazioni le dà?
Vibrano il suo corpo e la sua mente, come nell’onda più forte di quella marea che sale sempre di più.
Dopo che è venuta, io mi riposo un po’, ma senza uscire da lei. Aspetto che si rilassi, le faccio godere così il suo orgasmo, senza insistere, l’abbraccio e le succhio le labbra carnose prima di ricominciare.
Lei ha visto che le guardavo i seni e se li scopre da sola, abbassandosi entrambe le spalline della canottiera. Mi prende una mano e me la mette lì, facendomi sentire il capezzolo. Tiene la sua mano sopra la mia, le dita sulle dita: mi guidano e mi dicono di non spostarmi da lì, ma non serve a niente perché non ho intenzione di andare da nessuna parte.

Ho conosciuto Alice in un giorno di pioggia. Lei se ne stava sempre con la sua borsa piena di libri, ma si era dimenticata dell’ombrello.
La pioggia era venuta all’improvviso e l’aveva colta di sorpresa. Se ne stava sotto ai portici aspettando che il tempo migliorasse, ma quella era una pioggia d’autunno e non aveva nessuna voglia di smettere.
Forse ormai si stava rassegnando ed era pronta per bagnarsi dalla testa ai piedi, ma fortunatamente io arrivai con un momento di anticipo e le offrii metà del mio riparo.
Chi avrebbe mai detto che l’ingenua Alice avrebbe accettato un passaggio sotto l’ombrello da uno sconosciuto?
Arrivammo fino a casa sua, proprio davanti al portone d’ingresso, anche se il tempo era effettivamente migliorato e l’ombrello ormai non serviva più, ma noi non potevamo vedere il cielo da lì sotto, e poi, in certi luoghi, specialmente in questo mondo che è fatto di realtà e fantasia, è sempre meglio camminare in due.

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