Era diventato il mio sogno ad occhi aperti


Raccontare della donna di cui si è innamorati non è facile, nemmeno per gli scrittori.
La bellezza della sua immagine è viva dentro di noi, ma solo nella forma disordinata di un insieme di sensazioni, di effetti invece che di cause. Trasferire quel genere di bellezza dalla nostra mente fino a quella di chi ci leggerà non significa scomporla e ricomporla usando solamente le parole, ovvero gli atomi della comunicazione.
Nella mia personale idea, scrivere non è trascrivere. Non vuol dire ripresentare o riproporre. Significa fare uno sforzo, dimenticarsi degli inspiegabili effetti che sentiamo sulla pelle e cercare al loro posto una verità più profonda. Non serve che spieghiamo il desiderio di quella donna in particolare, o come si è rivelato l’amore che adesso si manifesta. Dobbiamo partire da più indietro, da dove sono nate e come si sono trasformate le sensazioni che sentiamo, al livello delle reazioni chimiche.
Sarebbe più facile se le comunicazioni avvenissero senza il bisogno di seguire questo percorso, ma non funziona così. Scrivere è ricercare. Per comunicare bisogna tornare indietro, ricominciare da capo e risvegliare nei lettori elementi purissimi e riconoscibili, in modo che anche loro possano incamminarsi lungo lo stesso sentiero, innamorarsi di quella donna come abbiamo fatto noi, e addirittura esserne gelosi.
Non ho mai osato definirmi uno “scrittore”, ma in un certo senso anch’io potrei avvalermi del titolo. Qualche anno fa ho pubblicato una raccolta di racconti per una piccola casa editrice. Non avevo grandi ambizioni, ma per un colpo di fortuna mi era stata offerta una buona opportunità, che dopo vari ripensamenti avevo deciso di cogliere. Non solo ero stato pagato per farlo, ma i risultati erano stati più che discreti, nonostante non fossi un addetto ai lavori e l’avessi fatto con l’unico scopo di dare un seguito alla mia piccola passione.
Fare libri non era il mio lavoro e i guadagni erano semplicemente un contentino, ma scrivere favoriva il mio modo di riconoscermi nel mondo. Pensare alle storie, ai personaggi e alle situazioni che raccontavo mi permetteva di cogliere più puramente anche gli avvenimenti reali della mia vita, e di riconoscere i miei sentimenti non solo per come li sentivo, ma in un diverso contesto comunicativo.
Non mi accontentavo degli effetti del mio amore. Mi sentivo insicuro dei sentimenti se non riuscivo a scriverli, come se solo così potessi fissarli nella mia vita in modo indelebile: la felicità, per quanto effimera, si sarebbe manifestata con equilibrio e maturità, e non ci sarebbero stati rimpianti dopo gli addii.
Non potevo vivere diversamente.
I veri scrittori, quelli molto più bravi di me, avranno numerosi segreti per alimentare la loro capacità di scrivere. Io non arriverò a tanto, ma ci proverò. Parlerò della ragazza di cui mi innamorai e della storia che ne seguì. Forse a un certo punto il mio racconto vi sembrerà banale e smetterete di leggere. Se andrà così, sappiate che avrete la mia benedizione: avrò sbagliato tutto e sarò fortunato ad avere un altro lavoro con cui guadagnarmi da vivere. Ma se anche solo in parte riuscirò a farvi vedere l’origine del mio amore, allora non vi capiterà niente di più importante: vi innamorerete anche voi.

L’autobus era quasi sempre pieno e dalla fermata della stazione in poi la gente faticava a salire, ma questo non mi impedì di notarla. Era una ragazza normalissima, più o meno della mia età, dai lunghi capelli castani e dagli occhi di colori che sanno di autunni variopinti: marroni e verdi insieme, chiari e scuri insieme, illuminati o accesi dallo spirito di un momento.
I suoi orari erano simili ai miei e quando iniziai a usare l’autobus per andare al lavoro non potei non incontrarla.
Per un periodo infatti cambiai le mie abitudini e mi fu più comodo usare i mezzi di trasporto pubblici invece dell’auto, che lasciai riposare comodamente in garage. Il traffico della città era diventato insostenibile per la mia natura lenta e tranquilla, specialmente negli orari di punta. Desideravo un momento di pace almeno durante gli spostamenti per l’ufficio e decisi di ricorrere all’autobus, un mezzo che prima di allora avevo sempre ignorato senza motivo. Il tragitto si allungava e io perdevo una buona mezz’ora in più ogni giorno, ma almeno avevo la scusa per fare una passeggiata e per stare in pace con me stesso, senza l’obbligo di rivolgere la mia attenzione ai semafori e agli altri guidatori.
Mi sembrava un ritorno al passato, indietro di vent’anni, come se fossi tornato a scuola: eccomi ancora a salire e a scendere dagli autobus, cercando un posto libero accanto agli studenti, alle signore di mezza età senza la patente o alla gente come me, che preferiva il viaggio in comune perché era meno impegnativo.
Come all’inizio di ogni abitudine, nei primi giorni tutto viene rivestito da una strana novità e non si sanno ancora riconoscere le cose: persone, fermate ed eventi si mescolano con confusione, e non è chiaro se faranno parte anche loro della tua abitudine o se sono lì solo per una volta, per un motivo occasionale. Solo dopo le prime settimane si scopre la routine degli altri habitué: così si riconoscono i visi, si scambiano sorrisi e tutto si assorbe in una sincera complicità che unisce ogni compagno di viaggio.
Quella ragazza mi piacque fin da subito, perché in lei riconobbi una indole simile alla mia.
Se ne stava spesso in silenzio, ignorando i movimenti e la confusione che veniva alimentata dagli altri; ascoltava la musica con le cuffie e guardava dal finestrino aspettando semplicemente la sua fermata di arrivo. Spesso prendeva un libro dalla borsa, un romanzo, e lo leggeva senza fretta. Mai una volta che protestasse o che si scomponesse per qualcosa di strano che accadeva dentro all’autobus. Inoltre amava la pioggia e le stagioni più fresche, e questo lo capii quando arrivò l’autunno con la sua calma colorata di colori scuri e bellissimi. Quando il cielo era poco nuvoloso e pronto a versare al massimo una pioggia leggera, non si portava l’ombrello. Se invece il tempo cambiava e la pioggia scendeva più forte, lei se la sentiva sul viso e sui capelli, senza riparo, come se in quel modo ritrovasse qualcosa di perduto, o un senso di dolcezza che solo così poteva provare.
Mi ricordo che andando a scuola mi ero preso almeno due o tre cotte, di quelle pesanti, per ragazzine della mia età che prendevano il mio stesso autobus o che comunque distinguevo ogni giorno. Non avevo motivi particolari per innamorarmi, se non l’abitudine di vederle. L’abitudine, poco alla volta, metteva in luce altri elementi: alcuni veri e dimostrabili e altri solamente ipotizzati dalla mia giovane fantasia, ma tutti erano utili per costruire l’idea di un incontro, di una vita, di un amore. Già allora coltivavo uno spirito sognante.
L’ultima volta ero in seconda o in terza e mi ero innamorato perdutamente di una ragazza dai capelli corti. Faceva il liceo ed era di un anno più piccola di me. Non so cosa avesse, ma mi bastava pensare a lei per sentirmi felice. In teoria, dai quindici ai trentacinque anni si imparano un sacco di cose sull’amore e sui sentimenti, e sulla distanza si riconoscono anche le sfumature di quanto abbiamo provato nel corso degli anni. Adesso so che a far nascere tutto era stata un’ immagine: il sole che un giorno aveva brillato sui suoi capelli in un modo diverso dal solito, quasi irreale, al punto da farmela distinguere per sempre in mezzo a tante altre ragazze come lei.
Però l’amore vero è un’altra cosa, si dice, mentre la cotta è roba da adolescenti, con le loro farfalle nello stomaco e le altre descrizioni che fanno sorridere i più grandi, quelli che sanno come funzionano le relazioni serie di quando si è diventati adulti.
Quella ragazza sull’autobus mi accompagnò di una nuova immagine, che mi portò a una deviazione imprevista. Non ero più il ragazzo timido di una volta, che sfuggiva le occasioni perché si vergognava, a quindici anni, di manifestare pubblicamente un sentimento come l’amore. Ero diventato un uomo, e adesso i sentimenti non erano più insensati o incontrollati: portavano la bellezza della ragione e in sé contenevano il coraggio e la decisione di viverli.
L’inizio fu un’attrazione spontanea per il suo modo d’essere e per quello sguardo che nascondeva una specie di malinconia, che ritrovavo anche in me. Mi accorsi di aspettarla ogni giorno, prima che salisse, e di salutarla in silenzio quando per lei veniva il momento di scendere dall’autobus. Addirittura non volevo mancare al lavoro per non perdermi la sua visione, almeno una volta al giorno, e fu così che sentii la strana, terribile e vecchia sensazione di una ritrovata adolescenza: mi ero innamorato di nuovo.

Non le avevo ancora rivolto una parola, ma di lei avevo già osservato molti dettagli, come in una lunga distesa da attraversare. Lunghi capelli castani, tendenti al chiaro, portati al naturale, con una semplicità quasi ricercata per non farsi notare. Occhi di varie sfumature, che rispondevano in modo sempre diverso ai richiami di luce che li colpivano. Il corpo magro, ma con qualche piccola concessione che le conferiva un tocco di passionalità che secondo me non doveva mancare a nessuna donna. Il suo viso era dolce, a tratti mascherato da un velo di malinconia.
Non c’erano molte occasioni sull’autobus per ridere o divertirsi, ma sentivo che il suo sorriso accennato era l’espressione della sua intera personalità. Questo mi attirava. Una donna che forse aveva un passato da dimenticare o un presente da vivere, e a cui non bastava più la prima occasione per gioire senza trovarci qualcosa di profondo. Una che non si lasciava andare alle sciocchezze.
Forse le prime parole del racconto furono scritte sulle sue labbra, mentre la osservavo in questa cascata di dettagli. Il viso, le guance, la grande borsa a tracolla che conteneva libri, quaderni e altro materiale di lavoro, lo sguardo a perdersi oltre il finestrino, i pensieri di forza e di fragilità e un filo di lucidalabbra trasparente che portava lì i miei occhi, fino a notare anche gli impercettibili movimenti della bocca.
La maturità di una donna, la sua naturale bellezza, le fantasie che scorrono e il desiderio di sentire le sue labbra nelle mie, di assaggiare in questo modo semplice la delicatezza di quella persona.

Ebbi un contatto quando era già cominciato l’inverno.
Durante l’autunno sognavo di passeggiare con lei lungo i viali della città. Sui marciapiedi avremmo camminato guardando le foglie accendersi di colori caldi e morbidi, prima che cadessero attorno a noi. La bellezza della stagione avrebbe impresso per sempre quei momenti iniziali, i passi sulla strada e le parole usate con attenzione per farsi conoscere: sarebbe stato un autunno di inizio e io, in un giorno non molto lontano, avrei sentito il suo viso fresco appoggiarsi al mio.
Era diventato il mio sogno ad occhi aperti.
Invece l’autunno passò senza portare cambiamenti. Avrei potuto affrontare la situazione in modo più invadente, chiedendole il nome, ad esempio, con la chiara intenzione di proporle un appuntamento. Ci sarebbe stato un discorso un po’ lungo da fare, “sono mesi che ti guardo, eccetera”, ma sentivo di potermi giocare anche quella carta in mancanza di altre occasioni concrete. La sua espressione però era sempre distaccata, e con ogni parola avevo l’impressione di disturbarla. Temevo di ottenere il risultato contrario, e quindi aspettavo, aspettavo, aspettavo.

Un giorno, durante un viaggio di ritorno, lei era seduta e io mi trovavo in piedi proprio davanti al suo posto. In tasca avevo un libro, che a un certo punto aprii e tentai di leggere. In realtà i miei occhi erano poco diligenti e cercavano in tutti i modi di allontanarsi dalle righe di quel libro.
Si sorpresero quando incontrarono più volte i suoi.
Come gli altri giorni l’autobus percorreva lo stesso tragitto, ma io sentivo qualcosa di diverso. La durata fu diversa. I minuti erano più lenti. La guardai molte volte. Lei mi notò. Si tolse le cuffie. Guardò poco dal finestrino quel giorno, o così mi sembrò. Anche i suoi occhi erano poco diligenti nei confronti del mondo esterno. Una o due volte si schiarì la voce, ma non disse nulla. Io smisi di sfogliare le pagine del mio libro: lo tenni aperto ma smisi di leggerlo.
L’autobus iniziò a svuotarsi, ma io non mi spostai. Non cercai un posto libero dove sedermi.
Non dissi nulla perché in un momento come quello non si doveva dire niente. In un gioco di sguardi basta poco per rovinare tutto. Farlo significava rovinare quello che si era appena consumato, e non era poco da non lasciare conseguenze.
Ci siamo notati, ci siamo guardati, e le nostre guance non sono arrossite per colpa del freddo dell’inverno o del caldo di quel luogo chiuso e affollato di gente. Era nato qualcosa, che però doveva ancora essere coltivato.
Venne la sua fermata e lei si alzò, chiedendomi scusa per poter passare.
“Ciao,” mi disse, usando un tono di voce bassissimo, affinché solo io lo potessi sentire. Me lo disse guardandomi negli occhi e mostrandomi il suo sorriso appena più evidente del solito. Per un istante vidi le fossette sulle sue guance, che reggevano più apertamente quel sorriso.
Quando mi passò accanto vidi il suo viso molto da vicino e i suoi capelli mi sfiorarono. Quando i suoi occhi guardarono verso l’uscita non aveva ancora perso i tratti di quel sorriso.
Sentii una scia di profumo nell’aria, anche dopo che se ne fu andata.

Quella sera mi sentii felice come non ero mai stato. Forse ero troppo abituato a una vita vissuta senza tanti sbocchi, in un vago senso di malinconia e solitudine, ed era bastato quel lievissimo contatto per farmi riprovare sensazioni che ormai non ricordavo più.
Dopo essere sceso dall’autobus percorsi il chilometro e mezzo che mi separava da casa camminando quasi sulle nuvole. Mi sentivo più alto degli altri, come se quella sensazione provocasse in me anche cambiamenti a livello fisico.
Ripensai al suo gesto di togliersi le cuffie: avevo visto le sue mani sfiorarsi il viso e i suoi capelli ondulare leggermente a quel contatto. Non voleva essere un gesto seducente, quello no, ma non avevo dubbi che fosse indirizzato a me. Si era accorta che la guardavo, forse solo indirettamente, grazie al riflesso sul finestrino che aveva tradito la mia debolezza, e togliendosi le cuffie mi aveva indicato la via di una porta aperta, lasciando a me la responsabilità di schiuderla del tutto.
Rivissi più volte anche il momento del suo saluto. Si era alzata e mi aveva chiesto scusa per poter passare, e quella parola – “Scusa” – l’aveva pronunciata con una cadenza e con una dolcezza che non servivano in un normale contatto di viaggio. Era una firma che sanciva la possibilità di iniziare un altro tipo di contatto. E il suo saluto finale, prima di andarsene, che si arricchiva di un’altra dolcezza, racchiudeva il desiderio di un vero incontro.
A casa mi rilassai un po’. Mi cambiai e mi feci la barba. Misi molta calma nelle mie azioni perché sentivo di non avere nessuna fretta. Potevo spalmarmi il sapone da barba sul viso e sciacquare il pennello con cura, più volte, senza che ci fosse un conto alla rovescia a cui dover rispondere. Per troppo tempo lo avevo sentito nel corso delle mie giornate, nonostante cercassi di mascherarlo riempiendo la mia vita di abitudini e routine. E’ una sensazione già descritta dalle persone sole e insicure, che cercano disperatamente qualcosa nel loro cammino ma che non riescono proprio ad ottenere. Sentono il disagio di un dovere che non possono adempiere perché non sanno riconoscerlo. Non è questione di fretta o di impegni reali da svolgere, ma una semplice tranquillità della vita. Io per una sera riuscii ad allontanarmi da quella ricerca. Era solo un bagliore, ma forse ormai bastava davvero poco per abbracciare qualcosa di nuovo.
Ripensai ancora a lei mentre mi preparavo la cena. A come poteva trascorrere la sua serata. Se stava con qualcuno o se, come ero quasi certo, sarebbe rientrata in una casa vuota, scaldata solo per lei. Era una donna nel pieno della maturità e dal sorriso lieve, che si scopriva osservata da un uomo della sua stessa età. Mi sembrava di vederla: anche lei doveva essersi sentita più bella, appena rientrata a casa, subito dopo aver posato la sua borsa sulla sedia ed essersi vista allo specchio. Forse, rivedendosi sotto una luce diversa, si era sciolta in un altro sorriso dei suoi, che risplendevano con timidezza del suo modo d’essere, ma senza alterarlo.

La mattina dopo mi svegliai con una strana sensazione. Pensai di aver sognato. Mi ero addormentato col pensiero di come sarebbe stato parlare con lei, della sua voce, di cosa ci saremmo detti al prossimo incontro, e se alla fine delle mie fantasie avrei trovato veramente la donna giusta per me. Non so cosa fu a convincermi di quei pensieri, ma alla fine li avevo sentiti al mio solito modo, come se fossero pronti per trasformarsi in realtà.
Il sonno però mi aveva allontanato da quelle presunte sicurezze. Chissà dove ero stato in quelle ore di incoscienza e quali sogni avevo fatto. Di certo, ora non lo ricordavo più. La notte mi aveva preso per mano e mi aveva portato da qualche parte, aveva lasciato un vuoto dietro di me e una volta risvegliatomi cercavo di capire cosa fosse successo. Era vero o un sogno?
Ripensai agli avvenimenti del giorno precedente. Di nuovo mi tornò alla mente il suo gesto di togliersi le cuffie, il rumore di sottofondo dell’autobus sulla strada, scelto al posto della musica, le parole sussurrate con dolcezza e quel saluto prima di andarsene. A una notte di distanza, mi chiesi se quelle azioni davvero fossero state importanti. La mia mente non era nuova a quegli scherzi e non sapevo se fidarmi dei miei ricordi. Alla fine era solo colpa mia: senza nessuna ragione avevo trasformato gesti normali e casuali in qualcosa di più.
Mi sentii vuoto, di un senso di mancanza che non si misurava con l’assenza, ma col passaggio che riportava all’assenza. Quando si costruisce un castello sulle nuvole e un soffio di vento ad alta quota lo cancella senza preavviso, così come era nato, disperdendolo per tutto il resto del cielo, il castello non scompare mai del tutto, e il senso di vuoto che si ricrea non è mai come quello di prima. Forse c’è una regola che andrebbe sempre ricordata: nelle sere in cui ci si sente felici non bisognerebbe mai lasciarsi addormentare.
Mi alzai, mi feci la doccia e mi preparai il caffè. Per il resto non avevo molta fame, ma cercai lo stesso di mangiare. Per fortuna, man mano che mi preparavo ad uscire sentii una maggior sicurezza dentro di me e il mattino mi diede il coraggio di nuove possibilità e occasioni. I pensieri stavano per finire. Presto l’avrei incontrata di nuovo.

(Continua…)

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