Un bambino raccoglieva il suo pallone al parco


Non era un sabato come gli altri.
L’ho sentito fin dal mattino, nel momento in cui ho aperto gli occhi e ho ricordato i pensieri della sera prima.
Mi ero addormentato tardi, dopo aver parlato con te fino a notte fonda, fino a darci appuntamento per l’indomani: un appuntamento vero, questa volta, con tanto di indirizzo e di indicazioni utili per raggiungere casa tua.
Era arrivato il giorno tanto atteso.
Era lì: poche ore e il momento sarebbe arrivato.

Per prepararmi, ho deciso di andare a fare una corsa.
Undici o dodici chilometri, senza musica nelle orecchie, solo il secco rumore dei miei passi sullo sterrato e quello dolce e tranquillo del fiume che scorre accanto a me.
Un luogo fantastico dove allenarsi, pensare, trovare o perdere se stessi.
Correvo con te nella testa, il tuo sguardo che non mi lasciava, come un chiodo fisso piantato nella mente.
C’eri tu fra i pensieri, la tua persona e la curiosità di sapere come sarebbe andata, di lì a poche ore.
Dopo la corsa mi sono fatto la doccia, cercando di rilassarmi ancora di più, con l’acqua calda a farmi scivolare via i pensieri dei se e dei come, dei forse e dei sarà.
L’accappatoio morbido, i dettagli del viso sullo specchio e la barba tagliata col rasoio di sicurezza, per farla durare di più.
Prima ho messo sul viso una crema alla menta, che rinfresca la pelle e dà un grande senso di benessere.
Ti risveglia il corpo e la mente, in tutti i sensi.
Le operazioni lente mi hanno sempre fatto rilassare e io avevo bisogno proprio di una cosa del genere.
Dopo alcuni minuti mi sono sciacquato il viso e ho preparato il sapone da barba, con ciotola e pennello.
L’acqua calda è servita per creare una schiuma soffice e profumata, che mi sono spalmato sul viso.
Poi, molto lentamente, con una lametta nuova di zecca, mi sono regalato tre o quattro passate, curando ogni piega della pelle, meglio di come avrebbe fatto un barbiere.
Volevo far passare il tempo senza pensare, ma non riuscivo a fare nulla di troppo complicato. Nulla di più complicato di così, insomma, o che richiedesse una vera concentrazione. C’eri tu nei pensieri, davvero, e ogni cosa sembrava portarmi verso la tua direzione, verso quel momento che avrebbe segnato un sì o un no.
Di solito questi incontri non mi preoccupavano mai. Non c’era mai un pericolo. Le persone uscivano, si conoscevano, capivano se potevano stare insieme e in che modo. A volte andavano a letto e altre volte no. A volte c’era un futuro più lontano davanti a loro, un tempo che si prolungava tanto avanti quant’era la durata della vita.
Non mi interessavano quei pensieri, ma stavolta ero convinto di aver trovato una persona importante, che avrebbe risvegliato i miei sensi come nessuno aveva mai fatto.
Per questo ero preoccupato e l’incontro mi creava tensione. Perché potevo perderti, e con te un modo di vivere la vita che altrimenti non sarebbe stata la stessa.
La vita di chi sente il sangue scorrere nelle vene, di chi lo sente davvero intendo, e che vede nel corpo di una donna una forma di nutrimento senza complimenti.
Solo tu potevi darmi questo.

Dopo la barba mi sono profumato e vestito, cercando eleganza anche in quello che sceglievo dal guardaroba.
Poi è stata l’ora della colazione, che in verità ho deciso di unire al pranzo: tè e biscotti, marmellata, toast e frutta fresca.
Forse anche tu stavi facendo colazione, in quel momento, insieme con tuo figlio.
Un bimbo di otto anni che già vive nel suo mondo e che passa il pomeriggio di ogni sabato col suo papà.
Per questo abbiamo deciso che il giorno giusto per noi sarebbe stato proprio quello, quando dopo averlo consegnato a suo padre avresti potuto avere del tempo da dedicarti: una doccia anche per te, forse una depilazione veloce, sperando di metterla in mostra poco più tardi, una crema sul viso e altre piccole cose che rendono una donna elegante e sexy, soprattutto nella sua nudità.

Avrei dovuto raggiungerti poco dopo e stare con te fino a quando il tuo ex marito non te l’avrebbe riportato a casa.
Quelle ore sarebbero state tutte per noi.
Chissà cosa sognavi di fare, mentre i due ometti di famiglia sarebbero stati al parco, o in un negozio di giocattoli a divertirsi o a casa a fare i compiti.
Con chi sarebbe stata la sua mamma o cosa avrebbe fatto? Sarebbero state brutte cose? L’uomo che entrava in quella casa, proprio lì dove una voce materna leggeva favole, sarebbe stato cattivo?
Sono arrivato sotto casa tua molto prima del nostro appuntamento. Non potevo fare altrimenti.
La mia macchina era un po’ distante dall’ingresso di casa tua. Facevo l’indifferente, in un posteggio accanto alla strada, dove chiunque avrebbe potuto sostare per entrare in un negozio a comprare il pane o i giornali.
Da lontano ho visto un uomo suonare alla porta, parlare al citofono e poi entrare. Poco dopo è uscito tenendo per mano un bambino. Era lui. Da bravo genitore, prima di attraversare la strada ha guardato a sinistra, a destra e poi di nuovo a sinistra prima di attraversare. Se ti interessa, sappi che non si è dimenticato di spiegare a vostro figlio cosa stava facendo e l’importanza di controllare entrambe le direzioni.
Non c’era nessuno e allora, sulle strisce, si sono portati dall’altra parte.
Sono saliti in macchina e se ne sono andati, felici di passare un pomeriggio insieme ma ignari di cosa stavano lasciando alla mia portata.
Ancora nulla era scritto, ma io lo sapevo, e anche tu lo sapevi.
Ho aspettato molto tempo prima di salire. Ero troppo in anticipo. Ho aspettato che ti preparassi per me, per noi, senza fretta.
La preparazione del momento.
Ogni tanto mi guardavo, riflesso sullo specchietto. La pelle del viso era distesa e tonica per la corsa di quella mattina, i capelli profumati e ben pettinati, gli occhi brillanti.
Ero pronto per venire da te.

Alla fine non è stato molto difficile.
In camera ho riconosciuto i tuoi libri, quegli scaffali intravisti nelle varie foto che mi avevi inviato, quando era sera e volevi passare del tempo con qualcuno, con un amico della mente, e poco importa se fosse uno sconosciuto del corpo.
Mi avevi mostrato le copertine di certi libri sparsi sul letto, secondo una disposizione che per te aveva un senso, veniva dal tuo cuore, era un trascorso della vita, secondo un ordine che volevi condividere con me.
Poi c’erano le lenzuola, hai scelto quelle bianche per l’occasione, forse le hai cambiate senza che tuo figlio le vedesse, così eleganti avrebbero insospettito anche lui.
“Lo facciamo qui?” mi hai detto.
Qui e ovunque.

Ti ho spogliata completamente, prima togliendoti la camicetta rosa e la gonna nera, disegnate e cucite da te, poi le calze, infine la biancheria intima che avevi preparato per me e che non sapevi sarebbe volata via dopo così poco tempo.
Il corpo magro, i seni piccoli, le gambe perfette e la pelle liscia come una carezza. Non potevo desiderare di più.
Stesa sul letto, ti ho cosparsa di olio di mandorla. Me l’ero portato per l’occasione.
Mi sono soffermato delicatamente su ogni parte del corpo, cercando di bagnarla con cura, lasciando che l’olio si assorbisse lentamente fino a quando era possibile, e poi abbondando, volevo vedere la pelle lucida e morbida, profumata e dolce.
Anche il viso era bagnato di olio e qualcosa era andato fin sui capelli. Lunghi e scuri, era bello vederli così, sotto al tuo corpo e spettinati sul letto: era il segno di una resa, erano capelli che profumavano del sesso che avremo fatto io e te.
“Chiudi gli occhi,” ti dicevo. “Alza le braccia,” continuavo, e passavo le mie mani sotto di te, trovando lo spazio che mi serviva. Tu, alla cieca, eseguivi le mie richieste, fidandoti di quello che avrei fatto.
Un po’ alla volta mi spogliavo anch’io, avendo la cura di farti sentire il rumore dei miei vestiti scorrere sul mio corpo per poi accantonarli sul pavimento o sulla sedia vicina al letto.
Ti ho preso le mani e le ho tenute fra le mie. Le ho cosparse d’olio. Era quella l’ultima parte, e lo hai capito anche tu.
Le ho messe attorno al mio pene e ti ho insegnato come andare su e giù. Seguendo le mie indicazioni lo hai unto tu stessa, di quello stesso olio profumato che avevo portato per noi.

Sempre con gli occhi chiusi, ho voluto che lo prendessi in bocca.
Qui si è rivelato il nostro pomeriggio, come volevamo che fosse. Tu, distesa sul tuo letto, con in bocca il pene di questo ragazzo venuto fino a casa tua per trovarti, per conoscerti, per fare questo esattamente come l’aveva scritto e desiderato.
Lo hai preso fra le labbra e lo hai sentito pulsare. Ti è piaciuto. Poi lo hai preso ancora di più, fino ad avvolgerlo con quel calore femminile che ogni uomo a questo mondo vuole e rivuole.
Sul comodino accanto al letto c’erano delle foto. Forse ti piaceva guardarle prima di addormentarti. In una c’era anche il tuo ex, insieme con te e il bambino, un uomo molto diverso da come sei tu. Ho guardato quella foto. Eri molto carina lì, nell’espressione di una bella famiglia felice. Forse dallo scatto era passato molto tempo e ora quella serenità aveva lasciato il posto ad altro, ma mi piaceva guardarti e pensare a questo, al viso innocuo e carino di una ragazza come te riportato avanti e indietro nel tempo. Le fantasie di una persona riescono ad essere così nascoste a volte.

Mentre me lo succhiavi sentivo la saliva accumularsi nella tua bocca. Ho lasciato che deglutissi, asciugandoti le labbra con le dita, come si fa con una bambina se mangia una caramella.
“Basta così.”
Era venuto il momento di ricambiare.
Mi sono messo in ginocchio, ai piedi del letto.
Ho spostato le mani sul tuo corpo, toccandotelo appena, per farti capire come volevo che ti mettessi.
Non è servito dire niente, hai capito da sola tutto quanto.
Ti ho amata per questo.

Ti sei messa a pancia in giù, lasciando parte di quell’olio sulle lenzuola che ormai profumavano di mandorla. Hai avvicinato le ginocchia alle spalle, da sotto, per farti piccola e intanto esporre il più possibile verso di me le tue parti intime.
Hai alzato il bacino e hai rivelato a me il tuo essere.
Lo hai fatto verso il bordo del letto, verso di me, dove ti stavo aspettando, con le labbra socchiuse e la bava alla bocca.
Finalmente, poi, quando tutto è stato pronto, ho potuto avvicinarmi. Ti ho leccata i glutei, scenendo verso il basso, cercando con la lingua la fessura della tua vagina. L’ho sentita: era morbida e bagnata, l’ho amata e adorata. Sapeva di mandorla e di umori femminili, più dolci che mai. Sapeva delle fragole che avevi mangiato dopo pranzo.
La mia lingua si muoveva lì, facendoti il solletico e regalandoti bricioli di passione, di erotismo, di voglia, di fame e di delizia.
Non serviva altro, il tempo ora poteva fermarsi.
Ti bastava venire più indietro per sentire la mia lingua premere contro ogni lembo di pelle, contro le fibre nervose, per regalarti tutti gli orgasmi che volevi, per farti leccare senza scrupoli e poi ricominciare.

E intanto un bambino raccoglieva il suo pallone al parco, succedeva proprio in quel momento.

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