Il nostro tempo


Mi svegliai attorno alle nove. Era il 2 giugno e non serviva andare al lavoro.
Accanto a me c’era A., i suoi capelli biondi erano sparsi sul cuscino, un po’ venivano su di me, dalla mia parte, mi toccavano, mi regalavano una traccia di lei.
Non vedevo i suoi occhi, azzurri come il mare, erano chiusi, rispettavano il suo sonno che ancora la tratteneva. Ma io non avevo fretta, non ne avevo nessuna: potevo stare per ore a guardarla dormire così, serenamente, lei e i suoi capelli sul cuscino.
Avevamo fatto l’amore fino a tardi, la sera prima, un amore composto da mille sfumature, alternando la parte di affetto e dolcezza, quella in cui ci si guarda da vicino e ci si bacia tenendosi stretti, a quella più erotica e passionale, fatta di gemiti e lamenti, di gambe aperte e di inviti ad entrare e a regalare piacere.
Il nostro tempo era fatto così.
Piano mi avvicinai a lei, respirando il profumo della sua pelle.
Per me era quella la dolcezza del mattino.
Aspettare il risveglio di un corpo caldo vicino al mio, un corpo che a sua volta mi avrebbe aspettato allungando le mani verso di me, per farsi raggiungere ovunque fosse.
Era una donna come le altre? O era forse una dea scesa sulla terra, per premiarmi di qualcosa che avevo fatto? La rivelazione dei sensi, della vita, sul mio letto, per la mia esclusiva esistenza, da parte di una donna con gli occhi azzurri e i capelli biondi, candida come la neve e vitale come il mare.
Era girata dalla mia parte. Le sue mani erano ancora attorno al mio petto: forse durante il sonno mi aveva cercato e preso in quel modo, era durante la veglia o durante un sogno, ero bisogno di riparo da qualche parte e lì mi aveva trovato.
Le sue braccia, prive di forza – tranne quella del respiro – mi tenevano comunque vicino a lei. Sentivamo in qualche modo il nostro calore, l’uno per l’altra, e ne volevamo sempre di più.
Le passai le mani sulle spalle, scoperte oltre le lenzuola. La sua carne era liscia e morbida.
Dormire con una donna della mia stessa età rappresentava per me un totale equilibrio. Non c’erano differenze, non c’era uno sviluppo, tutto iniziava e finiva insieme, provando le medesime sensazioni nella vita, gli stessi sentimenti. Tutto proseguiva allo stesso modo, rinnovandosi di continuo e rivelandoci gli stessi segreti, un giorno dopo l’altro.
Avevamo raggiunto il massimo: eravamo noi, come uno specchio che ci rifletteva.
Con le mani le accarezzai i glutei e le gambe, e un po’ alla volta riuscii a farla avvicinare di più a me e al mio ventre. Sentii il tessuto delle sue mutandine direttamente sul mio fianco e insieme, dopo pochi istanti, il calore della sua intimità: dormiva, ma era ancora viva, respirava e pulsava ed emanava calore al contatto con la mia pelle.
Accarezzavo interamente il suo corpo, con le mani e con la mente. Era alta, magra, le curve giuste, il ventre piatto e alcuni nei che tracciavano un percorso: io lo seguivo sempre, sapevo dove portava e lì mi soffermavo per molto, molto tempo.
Più tardi si sarebbe svegliata e avremmo ricominciato a fare l’amore.
Prima avrebbe aperto gli occhi e lentamente avrebbe lasciato andare i suoi sogni, abbracciando la realtà che le si presentava davanti.
Avrei aspettato che il suo corpo riprendesse vita.
Qualche tipo di energia avrebbe attraversato le sue fibre nervose, dalla testa fino ai piedi, mettendo in moto l’intero organismo, intanto si sarebbe allungata sul letto, distendendo i muscoli del corpo e dandomi infine un bacio sulla guancia.
“Buongiorno,” le avrei detto io, pronunciando il suo nome, e lei avrebbe sorriso sentendolo dire da me. Perfino il nome di una ragazza può essere tenuto tra le mani con grande cura dal suo amante.
Il rumore delle lenzuola, le carezze dei corpi, gli abbracci premurosi, a non crederci di essere di nuovo qui, un altro bacio, innocuo, a labbra chiuse, direttamente sulla bocca. L’ultimo gesto prima di completare l’opera del risveglio.
“Ti meriti un premio,” mi avrebbe detto lei, senza un perché, e da sotto le coperte si sarebbe sfilata le mutandine, passandomele poi sul viso prima di lasciarle cadere accanto al letto. Nella lentezza dei movimenti avrei sentito il suo profumo intriso nel tessuto, un profumo che veniva e se ne andava e seguiva le mutandine calde sul pavimento.
“Un premio,” avrei ripetuto… e lei, dopo aver cercato e trovato il mio polso sotto alle lenzuola, mi avrebbe indicato la strada per ciò che adesso era nudo e sveglio e pronto per me.

 

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