Sumire


Sumire dormiva abbracciata a me.
Pochi minuti prima si era girata dalla mia parte e aveva appoggiato il suo corpo quasi interamente sul mio, accoccolandosi come una bambina.
Sapevo che era il suo modo per darmi la buonanotte e che da lì in avanti non avrebbe detto una parola in più. Aspettava un’ultima cosa soltanto, che io allungassi il braccio per tenerla più stretta, che le facessi sentire il mio bisogno di lei tramite la mia forza. Poi si raggomitolava, chiudeva gli occhi, come se l’avessi liberata anche dell’ultimo peso che la teneva ancorata alla veglia.
“Buonanotte”, le dicevo io, ma lo facevo solo col pensiero: non volevo disturbarla nemmeno con la voce.
Percepivo i suoi sentimenti attraverso la pelle. Sentivo il suo respiro cambiare lentamente, diventando sempre più lungo, fino ad assumere una regolarità costante, dolce e continua come una marea.
Stare con lei in quel modo, mentre dormiva, mi lasciava mettere a nudo ogni mio senso.
Nel suo abbraccio, tutta la mia vita sembrava assumere un equilibrio. Non c’erano spiegazioni e io non volevo trovarne.
Dormiva e io rimanevo sveglio a lungo, perché volevo assaporare quei sensi che finalmente mi venivano rivelati. Ascoltavo ogni vibrazione del suo respiro, immaginando di essere con lei in vari luoghi, perché ogni destinazione diventava possibile; guardavo ogni ricamo del suo corpo, avvicinandomi sempre di più alla parte reale del sogno.
Ma era un sogno o tutto vero? Davvero nella vita potevamo sentirci così bene, anche solo nella vicinanza di una persona, tenendo gli occhi chiusi?
Di nuovo mi ponevo quelle domande, cercando per entrambi una collocazione nelle nostre vite.

Non avevamo abbassato del tutto le persiane e dalle fessure entrava la luce dei lampioni. Era una luce molto leggera, non disturbava il sonno e non dava fastidio alla veglia. In quella luce mi portai una mano davanti agli occhi, l’aprii e la guardai, poi la strinsi in un pugno. Ero io, senza dubbio. Sentivo la pelle tirare e distendersi. Cercavo briciole di realtà, ma la mia mano era davvero lì, la vedevo e la sentivo, così come Sumire, il cui corpo caldo si ammorbidiva sempre di più accanto al mio.
L’accarezzai dolcemente, sia con le mani che con le gambe, che erano le une nelle altre.
“Buonanotte,” le ripetei, e chiusi gli occhi anch’io, per raggiungere lo stesso posto dove era andata lei.
Il mio respiro si calmò, la mia mente continuò a sognare e tutto si sistemò. Era come se attorno a me, in quella camera, gli oggetti improvvisamente avessero preso vita e si fossero messi in ordine, così come il loro ordine era stato pensato al momento della loro creazione; più lontano, poi, man mano che il mio sonno mi faceva andare a fondo, anche qualcos’altro cambiava livello e raggiungeva un altro ordine, anche questo com’era stato pensato, in una qualche forma originale.
I benefici di tutto questo arrivarono fino a me e Sumire.

Prima di andare a letto, Sumire era entrata nella camera dei suoi bambini per farli addormentare.
Come al solito non volevano saperne di andare a letto, perché erano ancora nell’età del gioco e della scoperta, quell’età in cui ci sembra di non essere mai stanchi e guardiamo di cattivo occhio gli ordini della mamma che ci dice quando è ora di dormire.
Sumire a volte era spazientita da questo, come accade a tutte le mamme, ma sapeva di non poter fare altrimenti perché i bambini erano fatti così e non c’era niente da fare. Aveva imparato ad aspettare sul bordo del letto, addolcendoli con lo sguardo, senza mettergli fretta.
Era solo questione di tempo prima che la loro eccitazione si trasformasse all’improvviso in profonda stanchezza, che li faceva crollare senza preavviso.
Io l’aspettavo in soggiorno, guardando il soffitto, di solito senza pensare a nulla, se non a lei mentre stava coi suoi bambini. Era un’immagine che mi riempiva di sicurezza e tranquillità e che mi teneva al mio posto.
A volte ci metteva anche un’ora per farli dormire, ma io non mi lamentavo mai, neanche fra me e me, come a volte si fa col pensiero, contando sulla complicità e sul segreto della nostra mente.
Poche imprese sono inutili e deleterie come i tentativi di andare contro il tempo che serve per fare le cose.

Dalla stanza di là a un certo punto sentivo il tic dell’interruttore della luce – la lampada del comodino che si spegneva -, seguito dal rumore della porta che finalmente si chiudeva.
La mamma aveva portato a termine il suo compito, pensavo, aveva spento la luce per rendere confortevole il riposo e metterli a loro agio durante il sonno.
Per me era come un segnale. Da lì in avanti i bambini sarebbero stati dietro a quella porta, che avrebbe protetto la loro intimità da quella mia e della loro mamma, e viceversa. Ora il tempo sarebbe stato solo per noi.
Poi la sentivo arrivare con grande leggerezza, perché in casa camminava a piedi nudi, un gesto che ho sempre trovato di grande sensualità. Sarà per i movimenti delicati e attenti di chi si muove mentre è scalzo, o per il fatto di mostrare le caviglie (che è una parte del corpo piena di dettagli), ma quella era davvero una chiave per arricchire il mio desiderio e lei lo sapeva benissimo.
Si sedette al mio fianco, in silenzio, facendomi sentire la sua presenza nel calore del suo corpo, negli spazi liberi che vedevo sulla sua pelle attraverso il vestito bianco che indossava e che le scopriva le spalle e le cosce.
Io la stringevo e la baciavo, ma con molta gentilezza. Doveva passare dal ruolo di madre a quello di amante, e anche per quello servivano i tempi e le maniere giuste.
Era stanca, esausta per il suo giorno di lavoro, per aver seguito fin dal mattino i suoi bambini su ogni frangente della loro crescita e ora voleva solo rilassarsi con me. Non pensava a niente, solo a quel passaggio interiore che l’avrebbe portata ad avere un orgasmo con me. Io glielo facevo percorrere tenendola per mano.

Sumire non era il suo vero nome, ma mi piaceva chiamarla come la protagonista del libro che ci aveva permesso di conoscerci.
Il nostro incontro avvenne in una libreria, davanti allo scaffale degli autori che cominciavano per M.
Conoscere una persona nuova in libreria potrebbe sembrare facile e scontato, ma non lo è. Volendo essere sinceri, non è banale un primo approccio parlando di libri, perché fra le persone ci sono spesso differenze culturali, di gusti e di tempi, e mettere tutto insieme, secondo un ordine che possa portare finalmente all’inizio di una storia, è cosa davvero difficile.
Ovviamente si potrebbe costruire tutto a tavolino, scegliendo una destinazione fin dalla prima occhiata e da lì improvvisare, inventare, muoversi nei meandri dei libri letti per arrivare a un argomento utile. Scoprire lungo il percorso qualcosa che riveli magicamente una somiglianza che sembra unica fra le persone o un segno del destino non è affatto difficile, se lo si vuole, ma io preferivo davvero comprare un libro invece di pensare a tutti questi giochi.
Lei però era diversa. Lei era davvero il personaggio di un libro che mi sembrava di aver letto e che mi appariva davanti.

Non mi ricordo cosa ci fece rompere il ghiaccio, ma tutto andò molto velocemente. Usciti dalla libreria andammo a prendere un caffè in un locale lì vicino, dove iniziammo a conoscerci con grande facilità.
Mi parlò di lei e dei suoi figli. Aveva finito una relazione da poco, con qualcuno che pensava fosse importante e che invece non lo era.
Mi sembrava un po’ giù, ma io sorrisi perché vedevo un futuro per lei. Non si poteva avere davanti una donna così e non pensare a questo, a quanto felice poteva diventare una vita come la sua.
Era una donna non più giovanissima, ma nel pieno della sua sensualità, quel tipo di sensualità però che non svanisce nel tempo ma che al contrario si trasforma, aumentando continuamente il suo grado di bellezza ed eleganza, anche se in modo diverso rispetto a quando si è nel fiore degli anni.
Lei forse non pensava di essere così, forse per i figli o per l’età si sentiva leggermente più indietro rispetto alle altre donne. Pensai che fosse solo esigente nei confronti degli altri e di se stessa, o che avesse bisogno di una piccola spinta, da parte di qualcuno che la mettesse al centro dei suoi pensieri.
Il libro da cui aveva preso il nome era molto particolare, naturalmente, lo sapevamo entrambi. Parlava di amicizia, di amore, di sesso e di vita con grande naturalezza, e noi non potevamo non affrontare gli stessi discorsi, così come ci apparivano nel libro.
Il nostro passato sembrava scritto su quelle pagine. Le nostre esperienze, i nostri desideri, i nostri modi di concepire i sentimenti si trovavano lì e ci parlavano. Era come se la nostra storia fosse già scritta.
Mi domandai cosa stessi facendo seduto in quella caffetteria con lei, dopo un’ora e più che stavamo parlando. Non mi era mai capitata una cosa simile, una conoscenza che si fosse sviluppata così in fretta, verso una destinazione che potevo soltanto sognare.
Pensai che avrei voluto fare l’amore con lei. Avrei dovuto conoscerla meglio e allo stesso modo farmi conoscere da lei, senza anticipare i tempi. Forse era una donna che chiedeva proprio questo, prima di mostrarsi nuda. Doveva passare del tempo, nella sua spontaneità serviva percorrere una strada più impegnativa per arrivare davanti alla grazia della nudità, e lì rimanere.

Uscimmo a cena due giorni dopo. Ci incontrammo in centro, sempre nei dintorni della libreria, ed entrammo nel ristorante che avevo scelto per noi. Era un posto molto tranquillo e senza fronzoli, dove si poteva mangiare di tutto. Oltre a non conoscere ancora i suoi gusti, non amavo nemmeno le particolarità e soprattutto volevo restare nei pressi del centro, per fare una passeggiata dopo cena e forse, se lo avesse voluto, entrare in un altro locale lì vicino e bere un after dinner, continuando a chiacchierare.
Aveva il rossetto sulle labbra, di un colore molto leggero. I capelli avevano una piega nuova, come se fossero stati tagliati e pettinati proprio prima di uscire. Per il resto era la donna di due giorni prima, con il suo stesso carico di sensualità e armonia.
Dentro di me avevo il timore che la bellezza del nostro primo incontro potesse trasformarsi in una delusione. A volte accade proprio così. Quando si conosce una persona nuova, possiamo vedere da lontano qualcuno che ci piace tanto da poter dire: “E’ la persona che voglio amare.”
Il problema è che spesso, man mano che quella persona si avvicina, invece di riconoscerla nella speranza delle nostre attese, ci viene rivelata la sua vera identità che spesso è una vera delusione. Non è questione di persone buone o cattive, è il nostro modo di essere e di vederci davanti agli altri. Fa parte della natura delle relazioni.
Quei pensieri però lasciarono ben presto la mia mente.
Capii che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Era la perfezione allo stato puro.
Parlavamo come se avessimo potuto andare a letto quella sera stessa. Fu una sensazione reciproca a far scattare la magia.
Lei amava sentirsi desiderata perché questo le dava sicurezza, ma lei era una madre, davvero qualcuno poteva desiderarla in quel modo, come voleva lei? Leggevo questa domanda fra i suoi pensieri, e di nuovo mi venne da sorridere.
Io la desideravo moltissimo, e glielo feci capire ancora.

Dopo essere usciti dal ristorante, passeggiamo per il centro e raggiungemmo casa sua. Io l’accompagnai fino alla porta, ma non entrai. Sarebbe stato banale entrare e fare l’amore, dopo quello che c’era stato. Serviva raggiungere un livello ancora più alto prima di farlo. Davanti a noi si presentava un’occasione unica nella vita.
Per salutarmi, Sumire si appoggiò contro la porta, allungando il bacino verso di me. Distendendosi mi mostrava il suo benessere. Era sciolta e ci teneva alla mia compagnia.
Non le diedi il bacio della buonanotte, cosa scontata, invece le guardai i seni. Glieli guardai con gli occhi di chi osserva con attenzione e curiosità, ma senza morirne. Quella sera non sarei mai entrato in casa sua e lei lo sapeva.
Decise di farmi un regalo. Si sbottonò la camicetta e mi mostrò il reggiseno, ancora appoggiata alla porta. Uno qualsiasi dei suoi vicini avrebbe potuto scoprirci, uscendo normalmente da casa propria o dall’ascensore, ma lei non se ne preoccupò e continuò, invece, alzando anche il reggiseno per rivelarmi il seno e i capezzoli.
“Sono questi,” sembrava volermi dire, come se davanti agli occhi mi venisse mostrato un segreto importante.
Ci eravamo già spogliati a lungo, quella sera, parlando di noi e dei nostri desideri: i suoi seni nudi erano l’ultimo tassello della nostra scoperta. Voleva farmi vedere la sua completa naturalezza, quello che provava stando con me.
Io le diedi un bacio sul viso, forse il più dolce che abbia mai dato a una donna. “Buonanotte,” le dissi.
Ero sicuro che sarebbe andata a dare un bacio ai suoi figli, che ormai dormivano, ancora col sorriso sulle labbra.

Cominciammo presto a fare l’amore, come nei libri di M, ogni volta che potevamo. Il giorno dopo la chiamai e la invitai a casa mia. La feci entrare e la baciai contro la porta, questa volta però da dentro, al riparo dagli sguardi, eravamo solo io e lei.
La baciai e la sentii tremare.
Volevo chiederle se avesse lasciati i figli a qualcuno, ma non lo feci. Non era lì come mamma, era venuta da me per essere una donna, per comportarsi da donna, per soddisfare le sue voglie con me.
Le faceva impazzire sentirsi amata e desiderata. Io tenevo gli occhi chiusi, mentre la toccavo e la spogliavo ancora davanti all’ingresso di casa mia.
Scesi su di lei, arrivando fino a mettermi in ginocchio, toccandola in ogni punto come in una cascata di eccitazione. Le presi le gambe e appoggiai il viso sulle sue cosce, per sentirmi al sicuro, protetto da lei.
La gonna che aveva scelto per quel pomeriggio era corta e io sentivo la morbidezza della sua carne. La mia mano entrò fra le cosce, si fece spazio e lei non porse obiezioni. Le sue mutandine erano già umide.
Si sedette su di me e mi sbottonò i jeans.
“Una protezione,” dissi, ma lei fece cenno di no.
“Solo un po’,” disse. “Non preoccuparti.”
Se lo mise dentro e andò su e giù. Volle sentirlo così la prima volta, subito, senza attese. Lo sentì in lei e gemette, sorpresa ed eccitata dal suo stesso desiderio.
Era quella la bellezza di una donna, in ogni senso. Quella che fa eccitare un uomo, per la sua mente e per il suo corpo, che lo tiene in pugno, che lo fa vivere lungo un gioco tortuoso che dall’eccitazione lo conduce a un orgasmo, al senso di ciò che siamo l’uno per l’altra.
Continuò a muoversi, stringendosi il più possibile per tenerlo stretto nella sua vagina. Le mani di Sumire erano attorno al mio viso, quasi lo cullavano, voleva sentire ogni istante che portava al mio piacere.
Un attimo prima del momento però si fermò, forse per paura che le venissi dentro.
Non dimenticherò mai il suo sguardo, in quel momento. L’immagine del suo viso mi accompagnò sempre, in tutte le altre volte che facemmo l’amore. Era uno sguardo che rivelava tutto il suo essere.
Pensai ai suoi figli, a dove fossero, a lei che li aveva dati alla luce, a cosa si provasse dopo un evento del genere.
Lei era una mamma premurosa, gentile, ma che non era ancora sazia d’amore. Lo cercava come nei libri che avevamo letto, come in quelle storie struggenti e impalpabili degli scrittori orientali, dove si descrive ogni gesto come se fosse il più naturale del mondo.
“Ho voglia di te,” sembravano dirmi i suoi occhi. “Ho voglia di te e non voglio fermarmi più.”

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