Sense of Loss


Decidemmo di passare insieme la notte di Capodanno perché io e lei eravamo soli e portavamo un peso di cui non riuscivamo a liberarci. Cercavamo un modo per non sentire la nostra solitudine, per quando si sarebbe manifestata nella peggiore delle sue forme.
Lei si chiamava proprio come me: non so se sia stato un piano del destino o una casualità, ma questo ci fece prima avvicinare e poi scoprire, rivelando le nostre anime fragili, poco alla volta, fino a chiederci aiuto l’un l’altra, fino a tenerci per mano nel corso della notte più infelice di tutte.
Feci un viaggio per raggiungere la sua città, portandomi una piccola borsa con un cambio e poco altro, perché sarei rientrato il giorno dopo; portai anche dei libri visto che lei li amava e speravo che in attesa del mattino li avremmo letti insieme, come le avevo descritto una volta e come forse lei si aspettava.
Raggiunsi casa sua senza problemi, perché il percorso era semplice e avevo seguito le sue indicazioni: erano le quattro del pomeriggio del 31 dicembre quando arrivai e la vidi per la prima volta.
Mi bastò poco per capire che la decisione di raggiungerla era stata quella giusta e che lì sarei stato al sicuro e al riparo da ogni pensiero, almeno per una notte.
Mi mostrò la casa, un piccolo appartamento preso in affitto, che bastava appena per lei. Mi fece visitare le quattro stanze che lo componevano e io le riconobbi, in fondo le avevo già viste attraverso le sue parole e i suoi sentimenti, quando mi aveva aiutato a immaginare dove vivesse, quando volevo pensarmi accanto a lei. Ogni volta riusciva a farmi percepire le vibrazioni di quella casa e di ciò che attraversava la sua mente, quando si trovava lì.
Prima di allora avevamo passato molto tempo insieme, sia a scriverci che a parlarci, ma senza affrontare profondamente il discorso delle nostre vite.
La nostra era un’amicizia in punta di piedi, a cui non serviva nulla di più. Avevamo capito quasi subito che noi due eravamo perfetti compagni di viaggio, lungo il percorso tortuoso e solitario che erano le nostre vite, fino a quel momento.

Il piano era di uscire per una passeggiata, durante la quale mi avrebbe mostrato la città, poi avremmo cenato a casa sua e lì, insieme, senza altri ospiti, avremmo aspettato la mezzanotte e quello che veniva, fino al mattino.
Prima di quel momento non mi interessava molto il Capodanno, perché l’ho sempre ritenuta una festa stupida, così come ogni manifestazione di divertimento obbligato, per definizione incapace di andare in profondità.
Preferivo emozioni diverse, nate in un mare calmo e tranquillo, pacifico, in modo che si rivelassero per quello che erano veramente e non per come dovevamo accettarle.
La vita degli altri invece era un torrente che si faceva strada tra gli ostacoli della montagna, tra rocce e tronchi caduti durante un temporale; quella vita era una burrasca o una tempesta, era un’ondata di freddo o una scalata sulla neve, che io non volevo.
Non sognavo di restare vivo in quelle condizioni, ma di coltivare e crescere, di sentire, di essere me stesso, in un mondo diverso.
Anche in quei casi, tuttavia, si è condizionati dal pensiero degli altri, ed ecco che alla fine si rimane sospesi su due livelli diversi, il desiderio di essere ciò che siamo e un altro, più reale, condizionato dagli altri e dal mondo che essi hanno creato.
Entrambi pensammo che stando insieme quella notte saremmo andati al di là di una montagna, anche se non aveva la minima importanza, ma almeno in quelle ore ci saremmo occupati di noi, passato o futuro che fosse.
Era una pausa del pensiero.

Fuori, mentre camminavano vicini alle vetrine, ascoltavo i nostri passi e facevo finta di guardare i negozi. Il mio ero uno sguardo strano, di riflesso, perché in realtà cercavo noi due contro i vetri e nei giochi di luce che creavano le nostre figure davanti ai miei occhi.
Mi piaceva vedermi camminare accanto a qualcuno che conosceva il mio stato d’animo e di conseguenza legato a me, anche se con un filo trasparente.

Per strada ci fermammo nella sua libreria preferita, dove a volte si rifugiava quando i pensieri diventavano troppo pesanti.
Era piena di gente, ma penso che in pochi fossero lì per come lo eravamo noi, solo perché volevamo stare insieme, in un luogo che era di scoperta e di rinascita.
Oltre la libreria c’era un caffè e lì ci sedemmo a un tavolo, ma non uno di fronte all’altra, come le coppie si mettono a volte. Io mi misi accanto a lei, su un divanetto rosso di cui ricordo la morbidezza: da lì guardavamo verso la stessa direzione, oltre la finestra, come in un gioco fatto in due.
Ordinammo un tè per lei e un caffè d’orzo per me, poi delle paste dolci, le più buone della città, aveva detto lei, e infine due cioccolate con la panna, calde e fumanti.
Mi raccontò di quella città nella descrizione di ciascuno dei suoi rifugi. Nei pensieri la vedevo andare ovunque, lì: la vedevo coi capelli sciolti, da sola, passeggiare ed entrare nei posti dove poteva sentire profumi, sensazioni, sentimenti, ricordi e segnali per ritrovare se stessa. Ero felice per lei.
I suoi discorsi erano sinceri, erano discorsi di vita. Volevo prenderle una mano mentre mi parlava, perché si stava rivelando a me come non avrebbe fatto con nessun altro. La fiducia si ricambia con una carezza, con dita intrecciate in un pomeriggio d’inverno, a dire: “Io sono qui.”
Ma avevo paura di andare oltre, di darle la sensazione che potessi volere qualcosa che lei invece non era disposta a darmi, perché è facile confondere il desiderio di dolcezza e di aiuto con quello più banale dell’amore.
Lei era una ragazza matura, bella e con un viso che non avrei avuto nessun imbarazzo a baciare, ma decisi di rimanere al di qua di una linea immaginaria che avevo tracciato per entrambi.

Una volta rientrati in casa ci scaldammo e ci mettemmo comodi. In frigo teneva della vodka e io la usai per preparare due aperitivi, mentre lei iniziò a pensare alla cena.
Bevemmo dai nostri bicchieri. Fra una parola e l’altra, mentre lei era attorno ai fornelli, il mio sguardo venne catturato dalla tavola, apparecchiata per due.
Era come una fotografia, un’immagine semplice e deliziosa, che per la prima volta notavo in modo così significativo, nel corso della mia vita.
Mi piaceva guardare quella tavola, fermarmi sui dettagli della tovaglia, dei piatti, delle posate e su tutto ciò che era preparato solo per me e lei.
Sapevo che la nostra non era una storia, ma quell’immagine, davanti ai miei occhi, era come il sogno di un porto in mezzo al mare, mi faceva sentire tranquillo e realizzato, era un posto nel mondo di cui potevo far parte.
Era il simbolo di qualcuno che mi aspettava.

Il menù prevedeva una pasta con sugo di verdure e altre cose semplici, che piacevano a me. In forno si stava cucinando una torta salata che lei aveva preparato nel pomeriggio, prima che io arrivassi, e nella stanza si era diffuso un profumo molto buono.

La guardai e ripensai alla sua mano, che quel pomeriggio era rimasta intatta, perché io non avevo voluto prenderla nella mia.
Perché mi trovavo lì?
Non poteva essere per caso: c’erano delle ragioni profonde che mi avevano spinto ad accettare il suo invito e io dovevo scoprirle. Tutti quei dettagli attorno a noi dovevano avere un significato.
Sarebbe stato troppo semplice se fosse stato solo per “noi”. Non era così. Sapevamo già che le nostre vite erano distanti e non potevamo vivere una storia. Il nostro passato richiedeva altro e di lì non si passava.
Ero lì perché dovevo fare qualcosa per lei? E dopo, cosa sarebbe successo?
Mi ponevo queste domande, pensando sempre a me e a lei.
Noi due, insieme, non rappresentavamo l’amore, ma la solitudine, e ci eravamo riuniti per gestirla meglio, ma poi?
In verità c’era un mondo triste attorno a noi, fuori da quella porta: era come un freddo opprimente, gelido, che attraversava anche i muri e che penetrava fin dentro le ossa; era un freddo che colpiva solo alcune persone, che non uccideva ma contro il quale non esisteva riparo; si poteva stare lì e tentare di proteggersi, fino a quando non sarebbe passato, con l’aiuto di un tè caldo e di un braccio attorno alla schiena.
Un po’ alla volta stava diventando tutto più chiaro. Nella mia mente ogni singola azione veniva inquadrata in una ragione e finalmente capii quello che dovevo fare.
Non era una questione d’amore e non riguardava noi due. Tutto si spiegava in una dimensione molto più grande.

Mi misi dietro di lei, facendo finta di guardare come stava cucinando, anche se di certo non avrei potuto darle dei consigli. Mi feci molto vicino, sempre di più, al punto da appoggiarmi su di lei, da toccarla con tutto il corpo.
Lei non fece in tempo a chiedersi nulla, perché subito dopo con la mano le toccai il braccio che usava per mescolare la pasta. Per un momento, la fermai.
Una mano calda vicino al gomito, una pressione ed ecco che le parole prendono forma, senza bisogno di usare la voce.
Fermando la sua azione le dicevo che tutto passava da lì, che avevamo percorso delle strade ma che tutte portavano in quella direzione.
Lei mi capì, perché non si oppose, né si sorprese, era semplicemente d’accordo con me. Si fece morbida e io le toccai anche l’altro braccio, la tenni stretta e l’abbracciai più forte, da dietro. Sentii il calore del suo corpo che passava attraverso i vestiti, era la sua vita, per un momento definita in una forma, io la tenevo stretta e le promettevo di averne cura.

Così riuscii finalmente a vederlo, quel freddo.
Creando un legame così vitale con lei riuscivo a distinguere le molecole di cui era composto e a vedere il momento stesso in cui attaccava ogni forma di calore, disperdendola.
Lo vedevo espandersi in diverse direzioni e circondare non solo noi, ma ogni cosa, ogni ambiente, era davanti ai miei occhi.
Potevo vederlo perché non mi toccava più.
Noi due non potevamo fare nulla, per le nostre vite, quel giorno; però potevamo accendere una luce e con quella proteggerci da quel freddo, ed era qualcosa per cui valeva la pena essere lì.
Non era amore, certamente no, perché non c’era un domani, ma un lieve bagliore che almeno sarebbe esistito, che veniva creato dal nulla e che senza dubbi avrebbe portato del bene.
Sentivo che grazie a noi qualcosa sarebbe sfociato nel mondo. Il nostro calore era un sintomo di ciò che poteva nascere, era proprio di tutte le persone.
Il mio viso era sempre meno lontano dal suo, fino a quando le nostre guance si toccarono. Lei alzò la testa e mi baciò la guancia con grande dolcezza. Io ricambiai. La sua pelle era liscia, morbida e profumata.

Finì di preparare la cena, poi ci sedemmo e mangiammo.
Nel frattempo io ero rimasto in piedi, girandole attorno e aiutandola quando me lo chiedeva.
Mentre si spostava mi piaceva toccarla lievemente. Erano carezze innocue, come a proteggerla da spigoli invisibili che nella stanza avrebbero potuto urtarla. Le mettevo la mano sulla sua schiena, sulle spalle, di nuovo sulle braccia, in modo assolutamente trasparente per lei, come se quegli spigoli avessero colpito me e non lei.
Seduti a tavola continuammo a parlare, ma da quel momento in poi i nostri discorsi furono diversi.
Parlavamo delle nostre vite, ma non c’era più tristezza nei nostri toni, non c’era né solitudine né senso di perdita, era solamente vita.
Sotto alla tavola le nostre gambe si toccavano, distrattamente; per il nevischio che c’era fuori, prima di entrare in casa ci eravamo tolti le scarpe e ora potevamo sentire un contatto anche in quel modo, era così dolce che mi sembrava di morire.
Ancora non mi dimenticavo di quando eravamo dentro al bar, quando per la mia debolezza non le avevo toccato la mano. Aspettai il momento giusto, quando dovette alzarsi per prendere una cosa che serviva in tavola, ma era una cosa da nulla e così le presi una mano e la fermai prima che si alzasse, perché non volevo che mi lasciasse.

Dopo cena mettemmo a posto la cucina, ma senza lavorare troppo, e usammo il bagno a turno, io mi sciacquai gli occhi e mi lavai i denti.
Ci sedemmo sul divano, nella piccola stanza accanto alla cucina che usava per leggere.
Accanto al divano c’erano molti libri, alcuni ordinati sugli scaffali e altri sparsi per la stanza, ma nessuno sembrava occupasse uno spazio per caso. Provandoci credo che avrei anche potuto riconoscere un senso in quel suo modo di disporre i libri.
Sul divano non dicemmo niente, né ci chiedemmo che ore fossero e quanto mancasse alla mezzanotte, il tempo improvvisamente sembrò molto più lungo di quanto non fosse.
Lei mi prese una mano, poi io presi le sue, ancora una volta, come avevo fatto prima, e gliele accarezzai. Erano le mani di una ragazzina, con le unghie senza smalto. Mi piaceva tenerle fra le mie, perché mi dava un senso di sicurezza che sapevo a mia volta donare a lei.
Le passai un braccio attorno al corpo e la tenni più vicina a me, poi mi girai a finalmente la baciai sulle labbra.
Lei le aprì dolcemente, mi fece sentire la lingua ed entrambi chiudemmo gli occhi.
Non potevo dire di amarla e di nuovo mi resi conto di quanto fossimo lontani, di quanto il senso fosse un altro, per noi, quella notte, ma sapevamo accendere un fuoco e lo avevamo fatto, e non c’era bisogno di nessun’altra spiegazione.
Ci stendemmo sul divano, senza fretta, continuando a baciarci. Io le sfilai la camicetta dai jeans e le baciai il ventre, facendole sentire la lingua. Lei ansimò.
Continuando così, le sbottonai la camicia fino al reggiseno, che le spostai leggermente in su per poterle baciare il seno e i capezzoli. Lo feci. Li sentii diventare turgidi sul mio viso e glieli succhiai. Lei ansimò di nuovo e mi spinse a farlo ancora, tenendomi le mani dietro la testa e guidandomi dove lo desiderava di più.
Poi le misi una mano sulle cosce e le accarezzai le gambe. Le piaceva la mia mano lì, perché mi disse che era calda. Fece una pausa, la prese e la sentì profondamente nella sua. Col mio aiuto si sbottonò i jeans e li abbassò per farsi toccare la pelle nuda, lì dove era più vulnerabile e sensibile, lì dove lo volevo anch’io.
Prima le toccai la pelle delle cosce, la parte più vicina all’inguine, poi arrivai alle mutandine che sentii bagnate sotto alle mie dita.
Con le dita gliele scostai e le toccai il lembo di pelle che rende viva ogni donna. Lo feci con delicatezza, con rispetto e con senso di grazia.
Con la lingua ripetevo gli stessi movimenti delle mie dita, dentro di lei: le mie dita l’accarezzavano piano, entrando e uscendo quasi senza fare rumore, si bagnavano e toccavano punti sensibili, era una carezza melodica, continua, la stessa che ripetevo sulla sua bocca, giocando con le labbra.
Pensai di fare l’amore con lei sul suo divano, ma lei mi propose di spostarci in camera.
Si alzò coi capelli scompigliati, mi fece strada e io la seguii.

In camera sua finimmo di spogliarci.
Lei lo fece più in fretta di me, togliendosi per ultime le mutandine che posò sul pavimento, accanto al letto.
Sotto alle lenzuola mi abbracciò e sentì la mia nudità. Mi prese il pene in mano e andò un po’ su e giù. Fu lei a prendere l’iniziativa e io la lasciai fare, perché mi baciò e mi toccò, sentendo salire la voglia un minuto dopo l’altro. Infine si sdraiò e allargò le gambe, invitandomi a sdraiarmi su di lei e a farla mia.

Dopo che entrai in lei, non prima di altri baci e carezze, per un attimo aspettammo di capire dove quel gesto ci avrebbe portato, anche solo fisicamente, perché era un rapporto assolutamente nuovo per entrambi.
Non era solo sesso e non sapevamo se fosse amore, ma di certo era qualcosa che ci portava a un livello superiore e non sapevamo come spiegarlo e come comportarci.
Spinsi alcune volte, lentamente, guardandola negli occhi, fino a quando non fece un gemito e non inarcò la schiena.
Quello era il segnale.
Era l’inizio della discesa e così mi lasciai andare.

Le tenevo la testa fra le mani mentre continuavo a fare l’amore in quel modo, sul letto di una donna sola come me nella sua esistenza, ma non durante quella notte.
Se avessi potuto esprimere un altro desiderio, oltre a quello che già mi era stato esaudito, avrei voluto che in quel momento lei vedesse gocce di neve cadere contro la finestra di camera sua e da tutto il cielo, senza interruzioni, fino al mattino.
Forse, se avessi tenuto gli occhi chiusi e l’avessi voluto profondamente, chiedendolo per lei a nome mio, con le mani attorno al suo corpo, il gelo si sarebbe ritirato ancora e la neve sarebbe stata possibile, grazie all’equilibrio della vita e della natura.
Chiusi gli occhi e feci in modo che lei vedesse il mio sorriso, che percepisse la mia serenità davanti al mondo. Così le avrei suggerito di stare tranquilla, anche di fronte ai suoi stessi desideri perché io li avrei chiesti per lei.
“Ti voglio bene,” mi disse, abbracciandomi ancora più forte.
Per rispondere volevo guardarla negli occhi e così riaprii i miei, ma mi accorsi che il suo sguardo era rivolto altrove, verso la finestra, ed era uno sguardo di sorpresa e meraviglia.

“Sono anni che non vedo la neve,” mi aveva detto quello stesso pomeriggio, parlando della coltre di ghiaccio sporco sui bordi della strada. “Questa non è neve. Io voglio fiocchi di neve fresca mentre cammino sotto agli alberi, voglio svegliarmi una mattina e vedere i tetti delle case completamente bianchi, coi bambini ben vestiti che inventano giochi sempre nuovi, voglio che neve pulita copra questa città e che non se ne vada fino ai germogli e alla primavera: io voglio la neve e la voglio fatta così.”

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11 pensieri su “Sense of Loss

  1. Delicatezza e verità… Il mio passaggio preferito “ed ecco che alla fine si rimane sospesi su due livelli diversi, il desiderio di essere ciò che siamo e un altro, più reale, condizionato dagli altri e dal mondo che essi hanno creato.”

  2. Raramente ho visto descrivere così bene il bisogno di riempire la solitudine propria e quella di un altro, il desiderio di prendersi cura. Forse il senso è un altro e forse sarà una notte sola, ma penso che una notte così potrebbe quasi bastare a riempire la solitudine di una vita.

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