Reazioni a catena


Il tentativo di raggiungere la camera da letto fallì e noi due finimmo per fare l’amore sulle scale di casa sua, come era scritto fin dall’inizio, lei con le mutandine ancora addosso e io coi jeans abbassati non oltre il livello delle ginocchia.
Capimmo che l’ossigeno si stava esaurendo poco prima di correre verso il piano superiore, fu una sensazione molto veloce.
E pensare che bastava una casualità: un’attesa di pochi secondi ancora, il ritardo di un istante, la decisione mancata di raggiungere in fretta la camera da letto e i nostri cuori sarebbero implosi in loro stessi, senza concederci un’altra possibilità.
Sapete come funziona una bomba nucleare? Sfrutta l’energia ricavata da una catena di reazioni velocissime tra neutroni. Questo processo ha inizio quando una massa sufficiente di materiale radioattivo, uranio o plutonio, viene compressa al punto da raggiungere uno stato non più controllabile, la massa critica, dando così inizio alla reazione a catena.
Ci sono voluti migliaia fra gli scienziati più geniali del mondo, anni di ricerche e miliardi di dollari di investimento per arrivarci.
La stessa cosa successe anche tra me e lei, ma a differenza dei tanti geni che lavorarono a Los Alamos, noi capimmo molto più in fretta come dovevamo fare.

Suo marito era andato al lavoro e io la raggiunsi poco dopo le nove di mattina. Ero abbastanza sicuro che non sarebbe tornato di lì a diverse ore. Lei mi aveva rassicurato a proposito di questo, dei suoi orari che erano molto rigidi, ma io non mi fidavo di nessuno dei due. Di certo lui non era il tipo che, nell’eventualità, avrebbe telefonato a casa per avvisare del suo arrivo anticipato. Per come lei me ne parlava, di norma, era uno che amava anche fare certe sorprese.
Io avrei preferito che il nostro secondo incontro avvenisse in un altro luogo, per stare più tranquillo, ma casa sua era tutto ciò che lei potesse offrirmi in quel momento.

A pensarci bene, me l’ero andata a cercare.
Prima di allora avevo avuto una bella occasione per stare con lei, e parlo di come avrebbero potuto stare insieme per una notte due trentenni, un ragazzo e una ragazza, sani e con una piacevole voglia addosso, di cui però avrebbero voluto sbarazzarsi volentieri aiutandosi a vicenda.
Ora non sto a raccontarvi la storia completa, ma vi basti sapere che il nostro primo incontro avvenne in un albergo, in una città distante centinaia di chilometri dalla nostra.
Lei era sposata anche allora, e per questo decisi che non l’avrei toccata nemmeno con un dito. A lungo mi portai addosso il dubbio di aver fatto la cosa giusta, così come di solito fanno le persone da poco quando ripensano al famoso bivio che un giorno si è presentato davanti a loro. Ci ripensano e non si danno pace solo perché non sanno reggere il peso delle proprie scelte.
Quella notte parlammo e bevemmo molto.
Rimase sdraiata a lungo sul letto di camera mia, a pancia in giù. Era magra, poco più bassa di me, sexy fino alla punta di quei piedi nudi che teneva sospesi sul bordo del letto.
I jeans le stavano perfettamente, mentre la camicetta le scopriva leggermente la schiena e una parte dell’addome. Non mi ricordo se le avessi visto anche l’orlo delle mutandine uscire dai jeans, ma credo di no, altrimenti non credo avrei resistito alla tentazione che sentivo scorrere nelle vene, quella di passarle la lingua sulla pancia, sulla schiena e attorno ai fianchi, per sentire che sapore avessero.

A parole, in quella notte ogni cosa poteva accadere molto facilmente, ma non ne ebbi mai la conferma.
Da come mi parlava e dal profumo che sentivo nella stanza, quello emanato dal suo corpo, pensavo che sarebbe bastato un mio gesto per farla crollare.
“E’ la tua mente,” mi diceva, come per giustificarsi.
Per come erano andate le cose, tutto sarebbe stato possibile, quella notte.
Avrei potuto sbottonarmi i jeans, prenderle una mano e portarmela lì.
Avrei potuto metterla supina e tastarla dolcemente fra le gambe, per sentire se era davvero bollente come mi diceva.
Avrei potuto chiederle di mostrarmi i seni e poi di leccarli, uno alla volta.
Avrei potuto dirle che avevo anche un preservativo, in tasca, preparato proprio per quella inimmaginabile eventualità.
Avevo la sensazione che mi sarebbe bastato sfiorare le corde, toccarle anche solo con una ciglia, e lei avrebbe risposto sì a qualunque mia richiesta.
Io però, da persona responsabile quale ero, non osai nulla.
Le dissi che era per suo marito, che probabilmente era un bravo ragazzo anche lui, e io non ero il tipo da andare a letto con le mogli degli altri. Le dissi che per me esisteva un livello culturale superiore, di cui facevo parte, che doveva essere in grado di gestire quelle occasioni, compresi i desideri primitivi che stavamo provando, di qualunque natura fossero. E poi, io, a mio vantaggio, non sfruttavo mai le debolezze di nessuno, incluse quelle di una donna convinta di essersi innamorata di me.
Le dissi tante cose, degne della mia scrittura, cose che avrebbero reso mia madre orgogliosa di me e a cui io forse addirittura credetti, ma la verità fu solo questa: non feci sesso con lei quella notte perché non potevo fidarmi. Ero convinto che prima o poi, in una circostanza fuori dal mio controllo, lei avrebbe raccontato qualcosa a suo marito, per amore o per rabbia, e dopo naturalmente lui sarebbe venuto a cercarmi.

Ci scrivemmo numerose mail, dopo quella notte, ma in modo molto discontinuo, alternando periodi di comunicazione più intensa a mesi di silenzio totale.
Era una passione che andava e veniva e io la prendevo esattamente com’era, senza costruirci sopra tanti castelli.
Nel tempo ero riuscito a raggiungere uno stato mentale estremamente equilibrato, anche se mi rendevo conto che questo mio modo d’essere sfuggiva alle occasioni della vita, alla bellezza del momento e a quel tipo di spensieratezza che si ritrova nelle persone felici. Io però non potevo essere felice in quel modo.
Giudicavo la mia vita come se la vivesse un altro, che io non conoscevo. Non c’erano coinvolgimenti, ma soprattutto la vedevo in un quadro d’insieme. Ogni piccolo evento era ben pesato e aveva delle conseguenze, che portavano ad altri eventi e ad altre conseguenze. Tutto era calcolato.
Solo in questo modo io riuscivo ad orientarmi nella mia vita, cercando di percorrerla verso qualche direzione utile. Le davo tranquillità e organizzazione e in cambio lei mi concedeva di accettare anche gli episodi negativi. Dall’alto io li riconoscevo prima che arrivassero, anticipavo i loro colpi, me li spiegavo e capivo come affrontarli schivando le delusioni.

Un giorno lesse un racconto che avevo scritto e che la impressionò molto.
Si rifece viva, in modo più prepotente del solito.
“E’ ricominciata.”
Io sapevo benissimo a cosa si riferiva.

Uno dei giochi che preferiva, nel nostro modo di comunicare senza contatti fisici, era di inviarmi messaggi vocali. Li registrava quando suo marito non era in casa, perché aveva bisogno di tempo. Le piaceva parlarmi in quel modo, dosare la voce come sapeva fare lei, provocandomi senza che io potessi controbattere. Sapeva che questo mi faceva eccitare da morire, più di qualsiasi altra cosa.
Credo che questo tipo di seduzione, quando è fatta bene, possa avvicinarsi davvero all’arte. In un certo senso, rappresenta la sintesi di molte arti insieme.
Sedurre in questo modo significa conoscere il funzionamento della mente e sapere come manipolarla.
Il segreto è la comunicazione e l’azione indiretta, il non dire, il non fare.
Sono convinto che questa capacità faccia parte dell’evoluzione umana. Prima l’uomo era vittima degli eventi, sia della natura che della sua stessa mente; poi, dopo millenni, è riuscito a controllare questi eventi e a sfruttarli a proprio vantaggio.
Pensatela come volete, ma io credo che questa sia la differenza fra la grandezza e la mediocrità.

Una volta mi mandò anche una registrazione di lei che veniva. Una mattina si era svegliata, mi aveva chiamato per il buongiorno, cosa che aveva ricominciato a fare spesso, quando poteva, poi aveva messo giù e si era masturbata come un’adolescente sul suo letto, registrando tutto quanto.
“La tua voce mi fa morire,” erano state le sue parole.

E’ strana l’eccitazione.
Si può dire che sia uno degli aspetti più misteriosi della natura umana.
Durante una lezione di educazione sessuale si può parlare di tutto, si possono usare termini anche molto dettagliati, senza che questi portino minimamente ad avere come conseguenza l’eccitazione fisica.
Poi, però, basta una parola, anche normale, non necessariamente detta, ma anche solo ricordata insieme alla persona giusta, per far scattare la scintilla, per scardinare le paure e dar inizio alla reazione a catena.

In casa sua, parlammo.
Era sexy come sempre. Era la tipica ragazza che non poteva non esserlo. Aveva un vestitino estivo e le ballerine ai piedi. I capelli erano raccolti dietro la testa lasciando in bella mostra il suo profilo, dalle spalle fino alle orecchie. Mi ricordava il romanzo di Haruki Murakami, dove c’era quella ragazza che aveva delle orecchie stupende, dotate di poteri magici, e le scopriva solo quando voleva sedurre qualcuno. Era la stessa cosa. Un’altra perla di chi sa come mescolare le emozioni altrui.
Mi aiutò a ricordare i luoghi di cui mi aveva parlato, in quella casa, durante le conversazioni al telefono o nelle interminabili sequenze di messaggi che ci scambiavano in ogni possibile momento: il divano su cui si sdraiava a volte, mentre mi scriveva; il giardino dove trascorreva le sue serate, seduta sul suo dondolo, quando veniva il momento di fumare una sigaretta; la sua stanza privata dove teneva tutti i suoi libri, al riparo dalle menti indiscrete di chi non sapeva apprezzarli.
Non mi feci preparare neanche un caffè, per paura che dopo si dimenticasse di lavare la tazzina, invece bevvi tranquillamente un sorso d’acqua dal suo stesso bicchiere.
In giro per la casa, sentivo le sue ballerine appoggiarsi in modo sbarazzino sul pavimento, e ripensai ai piedi nudi che avevo visto quella sera, in albergo. Era una bellissima visione, che mi rilassava.
Lei non mi sembrava molto agitata, era solo felice di vedermi, felice che avessi risposto di sì al suo invito. Quella era l’ultima, vera occasione per vederci, perché poi lei e suo marito si sarebbero trasferiti per sempre, non mi ricordo dove, ma così mi aveva detto.
Anch’io desideravo incontrarla, anche solo per dare un senso a ciò che avevamo passato: mi serviva un ultimo ricordo di vita vera per rendere reale anche ciò che non lo era.
Io sapevo come sarebbe finita e lo accettavo serenamente.
Quel giorno mi avrebbe visto per la seconda volta, con uno spirito più calmo del precedente, e lì avrebbe capito quanto io fossi una persona normale, con il semplice interesse verso la scrittura di racconti e una sensibilità poco più che comune, ma non eccezionale.
A volte ci sta, nella vita, che le storie si concludano proprio così, con una delusione nei confronti dei propri sentimenti. Forse è solo questo che ci permette di restare vivi: l’incapacità di vedere le nostre delusioni.

A un certo punto, disse: “Me l’hai portata, la spesa, allora?”
La cosa mi sfuggiva, così guadagnai tempo facendo la mia solita espressione, quella di chi ammette di non arrivarci e ha bisogno di ulteriori spiegazioni, ma senza doverle chiedere.
“La spesa. Non ti ricordi che ti avevo fatto la lista?”
Ci pensai un po’ su.
Era vero.
Una volta, per scherzo, sempre in uno di quei famosi messaggi vocali, mi aveva elencato le cose che avrei dovuto comprare prima di tornare a casa. Si divertiva a immaginare una vita vera, con me. In queste fantasie metteva al primo posto i fatti più semplici e innocui, ad esempio dover andare al supermercato per fare la spesa, come se queste cose fossero più importanti delle altre.
Sul telefono avevo ancora la registrazione, così la riascoltammo insieme.
Dalla voce registrata intuivo che fosse sdraiata, con il microfono vicino alle labbra. Si sentiva che era molto rilassata, calma, tranquilla, come se pensasse davvero al momento in cui io sarei tornato a casa con le borse, pronto per passare la serata insieme.
Parlava in modo sciolto. Nella lista c’erano alcuni oggetti per la cucina, altre cose che servivano in casa, alcuni ingredienti per preparare la cena, la Coca-Cola e le patatine. “Ecco, con questo ci dovremmo essere,” diceva infine la sua voce.
Poi però aggiunse: “E dobbiamo anche ricordarci dei preservativi, non vorrei che li stessimo per finire.”
Sorrisi la prima volta che sentii quel messaggio e lo feci con grande malizia, perché fui orgoglioso di lei. Era un segreto della scrittura, dell’eccitazione e del commercio al dettaglio nominare un oggetto per indicarne la presenza di un altro, per rendere evidente il contorno grazie a una parola soltanto, e lei c’era riuscita benissimo, sia quella volta, alcuni mesi prima, sia quel giorno.
Non era niente, eppure l’aria iniziò a rarefarsi.
In un istante la mia vita sembrò rallentarsi, poi si fermò.
Mi venne donata improvvisamente la capacità di inquadrare in un colpo solo tutti i dettagli che formano il corpo umano, che altrimenti sarebbero stati troppi da vedere, se presi uno ad uno.
Sul suo corpo vidi ogni millimetro della pelle, percepii ogni goccia di sangue che scorreva sotto di essa, vidi il suo profilo, la linea del suo collo dalla spalla nuda fino alla tempia, vidi gli occhi e le labbra, i segni inconfondibili di lei, ogni cosa servita a condurmi lì quel giorno.
Non capii se l’avesse programmato o se facesse parte della sua naturalezza.
Io non dissi nulla, pensai soltanto al preservativo che avevo in tasca, lo stesso che mi ero portato anche quella notte ormai lontana. Era nella mia tasca proprio per quella stessa, inimmaginabile, eventualità.

L’ossigeno finì.
Restammo in apnea per qualche istante, il tempo per lei di prendermi per mano e di farmi strada verso le scale, come se non le avessi viste cinque minuti prima, per andare in camera da letto. Lì saremmo stati più comodi e avremmo avuto il tempo di nasconderci nel caso suo marito fosse tornato prima del previsto.
Salimmo le scale, in un tempo che mi sembrò molto lungo: lei era davanti a me, mi anticipava di due o tre gradini. Il suo vestitino estivo mi svolazzava davanti, quasi mi toccava il viso, me lo accarezzava.
Sentii di nuovo il profumo del suo corpo, come quella notte.
Vedevo i suoi piedi, ora spogliati delle ballerine, danzare sulle scale, le gambe salire e piegarsi, piene di voglia di essere. Quelle gambe giovani e lisce di lì a poco sarebbero state attraversate da scariche di piacere puro e incontrollato, senza chiedere il permesso.

Per un momento, pensai di essere lei.
Pensai a cosa potesse passargli per la testa, mentre teneva per mano e faceva salire in camera da letto una persona che per la prima volta si trovava in casa sua.
Io ero lei.
Ero una ragazza di poco più di trent’anni, sposata, per un giorno invasa di un uomo più giovane di suo marito.
Era estate, indossavo solo un vestitino, le mutandine, il reggiseno, mi sentivo libera.
Era mattina, mi ero fatta una doccia appena alzata, mi ero truccata leggermente e profumata.
Ero magra, atletica, sexy e sola in casa, tranne per quel tipo conosciuto per caso, che fin dall’inizio mi aveva fatto impazzire per come ragionava, per i dettagli che vedeva ovunque e per come li descriveva, facendomi salire continuamente di livello.
E ora, per quanto amassi mio marito, mi sarei fatta scopare da lui.

Le misi una mano fra le gambe, mentre salivamo le scale, così la fermai: la sua intimità era bollente come nei miei sogni, come doveva essere quella notte mentre era sdraiata sul mio letto; lei rimase sospesa, si arrese, cadde sulla mia mano aperta e si lasciò venire sulle mie dita, che la sorreggevano.
Le mutandine erano bagnate e calde e finalmente sentii la sua umidità e il suo calore, poi la feci sedere su uno degli scalini, aprii uno spazio fra i suoi indumenti e feci l’amore con lei senza respirare, abbassandomi i jeans il meno possibile per non perdere tempo, perché l’aria era davvero finita.
Lei godette di nuovo dopo poche spinte e lo fece mentre la tenevo fra le mie braccia: spingevo e intanto le proteggevo la nuca con le mani perché non si facesse male contro gli scalini. Poi mi ricordai che il preservativo era finito da qualche parte sulle scale e che non l’avevo indossato, ma a lei non importò, mi disse qualcosa che mi liberò da un peso, io mi lasciai andare, ci abbracciammo e dopo non mi importò più nulla dei bivi, dei calcoli della vita, delle strade non percorse, delle paure, di ciò che resta e di ciò che verrà, ci fu solo la sensazione di innalzarsi e poi una di lunga e interminabile discesa.

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12 pensieri su “Reazioni a catena

  1. Le tue parole sono sempre delicate e devastanti al tempo stesso. Si scivola dall’una all’altra, trascinati in un vortice; ci si ritrova sola a fine racconto, con la sensazione che ogni singola parola sia arrivata esattamente dove doveva arrivare.

  2. Come sempre . il tuo modo di scrivere non delude mai .
    “Mi ricordava il romanzo di Haruki Murakami… ” lo ricordi anche a me ?
    Grazie
    Buone Feste !

    1. Grazie Cornelia. Il romanzo di cui parlavo è “Nel segno della pecora” (che poi ha avuto anche un seguito, Dance Dance Dance). Buone letture, se vorrai leggerlo, e buone feste a te 🙂

  3. Leggere questa storia mi ha portato indietro nel tempo. Ad un periodo della mia vita in cui ho vissuto un’esperienza più o meno simile…La mia ha avuto un finale diverso, ma credo che se avessi potuto scriverne uno a mio piacimento, l’avrei scritto proprio così.

      1. Si, mi ha molto emozionato. E chi lo sa che un giorno io e lui non scriveremo davvero un finale come questo. E’ una banalita’, ma nella vita mai dire mai. Io non l’ ho mai dimenticato, e se voglio, so dove trovarlo.

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