Pianoforte e amore


Nella mia vita ho avuto due passioni enormi, dotate di vita propria, entrambe talmente forti da incenerire ogni cosa intorno a loro, pur di arrivare a me.
In questi anni ho capito che certi desideri, che a volte noi definiamo passioni, non arrivano dal cuore, né dalla testa, né da quel talento che, per motivi sconosciuti, ad alcuni viene regalato al momento della nascita.
Esse ci piombano addosso come vere e proprie malattie, si generano in punti bui nel nostro corpo, restano nascoste per un po’, giocano con noi mostrandoci sintomi confusi e infine, quando nulla è più salvabile, si manifestano in tutta la loro grandezza e devastazione.
Uso termini così forti e contrastanti perché queste malattie possono essere sia positive che negative. Alcune tolgono la capacità di provare sentimenti, ad esempio; altre di gioire o di soffrire; altre ci regalano nuove capacità e grandezze attraverso la loro stessa presenza, così da sembrare sia un dono che una condanna. Lo sono.
Io parlo così, vittima delle mie follie senza futuro, dei giochi dispettosi delle mie passioni che divertendosi con me si sono fatte spazio su questa Terra fino a consumarmi.
Non so nemmeno quale sia la verità, adesso, se una passione mi abbia portato alla follia e l’altra mi abbia guarito, o viceversa, o se alla fine una delle due abbia prevalso e adesso mi mostri la vita esattamente come aveva sempre voluto che fosse.

La prima di queste passioni fu il pianoforte, che iniziai a suonare dall’età di sei anni, e di cui fui considerato sempre una promessa.
La mia infanzia trascorse suonando Chopin a memoria, per ore, senza badarmi di chi mi fosse attorno. Suonavo e ascoltavo la mia musica, ero ispirato da me stesso e dagli autori che eseguivo, come se attraverso di me potessero parlare ancora, dopo la loro morte.
Si erano regalati in questo modo una vita eterna.
Sentivo la musica nel sangue. La musica riempiva il mio tempo e ogni mio desiderio.
In seguito, però, capii che per me non c’era più altro tempo, nessun altro desiderio, non c’era niente se non quello che esisteva attorno al pianoforte; confondevo la mia vita con quella dei miei autori morti, pensavo che forse essi avessero venduto l’anima pur di vivere ancora, attraverso di me, e che proprio la mia anima fosse quella che essi comprarono.

La seconda mia passione fu una donna.
La conobbi in un giorno di marzo, me lo ricordo perché c’era il sole freddo e acerbo delle primavere appena iniziate, e io ne fui scosso e deliziato, capii che quello era il momento del contagio e che un’altra malattia mi avrebbe invaso.
Inizialmente non intaccò la passione per la musica. Lei fu paziente, delicatamente seppe come inserirsi nei meandri della mia mente e del mio corpo, già occupati da altro, e lo fece con grande passione e determinazione.

Durante il periodo più acuto della malattia, vivevo in una specie di loft, in uno spazio aperto dove avevo sistemato il pianoforte, il letto, un tavolo e poche altri oggetti, tutto ciò che poteva servirmi nel corso delle mie giornate povere di altri interessi, ma ricche di me stesso, erano giornate che passavo dentro a quelle pareti senza che mi accorgessi del tempo fuori, senza che gli orologi si muovessero.
Iniziavo a suonare fin dal mattino.
Lei viveva con me, si era trasferita dopo una settimana, io non potevo più fare a meno di lei, oltre che della musica.
Sapevo che lei odiava il mio pianoforte e la mia musica, pensavo che fosse per la sua gelosia, che sentisse quelle note come una minaccia per ciò che credevo fosse il suo amore, invece non era così, e ora sorrido amaramente a pensarci: erano i segnali chiari di una guerra dentro al mio corpo.
Suonavo per lei, in ogni momento, come avrebbe fatto ogni innamorato, ma verso chi dedicassi il mio amore, è per me ancora un mistero.
Suonavo sperando che la mia musica l’accarezzasse, sperando che anche lei potesse amarla, che questo ci permettesse di vivere una lunga vita insieme, in tre, senza che nulla potesse toccarci.
Ogni mattina mi svegliavo, mi alzavo dal letto ancora invaso del suo profumo di donna, ancora con la sensazione del suo intimo sulle dita, o della pelle morbida delle sue cosce avvinghiate al mio corpo, aprivo le imposte perché entrasse un po’ di luce, sufficiente per bagnarci di nuovi, pochi, colori. Poi preparavo il caffè mentre lei ancora dormiva e aspettavo che si svegliasse con le mie note in sottofondo.
Le regalavo veri e propri concerti, a volte erano melodie dolci, per un risveglio delicato, altre volte erano più forti e decise, ma erano sempre carezze per lei.
Dopo un tempo più o meno lungo, lei si svegliava, distesa a letto mi guardava suonare, annoiata, forse senza nemmeno sentirmi, poi si alzava e andava a bere il suo caffè, lasciandomi quel tempo come se fosse un suo regalo, come se lei fosse la giovane amante di un uomo a cui viene concesso di trascorrere il Natale con la propria moglie.
Si sedeva al tavolo, con il caffè davanti a lei, lo sorseggiava lentamente, senza nessuna fretta.
Era come se lasciasse al pianoforte un vantaggio che comunque avrebbe potuto recuperare in qualsiasi momento.
Io suonavo ma intanto la sentivo dietro di me, sentivo i minuti scorrere, la tela costruirsi, la melodia che ogni tanto perdeva una nota o due, il mio cuore battere, l’erezione crescere.
Una volta bevuto il caffè metteva la tazza nella lavastoviglie e si avvicinava al pianoforte. A piedi nudi, non faceva rumore.
Le mie note le accarezzavano la vestaglia, scivolavano sul suo corpo giovane scoprendolo, scolpendolo.
Lei non diceva nulla. Sulla bocca aveva un sorriso, lieve, di chi sa cosa sta vivendo e provando, di chi sa cosa vuole e come ottenerlo.
I piedi nudi sul parquet, la vestaglia che si apre, la consapevolezza di avere un corpo vivo, sano, caldo, vibrante. Era una tentatrice.
Mi lasciava suonare, mentre si sedeva proprio di fronte a me, sul pianoforte. Allargava le gambe davanti alla mia vista, appoggiava le punte dei piedi sui tasti, li suonava a modo suo, senza badare alle note che ne uscivano, senza il timore di rovinare la mia musica. Non aveva paura di nessuno.
Poi si tirava su la vestaglia e mi mostrava la sua intimità, in tutta la sua bellezza.
Me la rivelava in modo spudorato, con grande sicurezza, senza ridere né sorridere.
Eccola qui, voleva dirmi. L’avevo vista fino a poche ore prima, sul nostro letto, l’avevo divorata senza sosta, poi l’avevo riempita di me. La adoravo.

La mia musica rallentava.
Lentamente diventava una musica fatta di silenzio, una musica interrotta solo da alcune note sul pianoforte, scolpite dai tasti che premevamo entrambi, ognuno come era capace, io con le dita delle mani e lei con quelle dei piedi.
Io suonavo così, prima una nota ogni secondo, poi ogni due, perché non mi volevo fermare, volevo che il nostro amore fosse fatto in tre, in quel modo. Le baciavo la caviglia, le facevo sentire la lingua, le leccavo la gamba dalla caviglia fino all’interno del ginocchio, e lo facevo senza alzarmi dal pianoforte.
Lei si metteva meglio, si distendeva e mi offriva l’interno delle sue cosce alla giusta altezza, in modo che potessi averla senza interrompere la musica.
Io gliela leccavo, era carne tenera e dolce, era pura passione di trent’anni, la sentivo ansimare e intanto i Notturni di Chopin erano rallentati al punto da tenersi in vita grazie alla gravità stessa, a ciò che stavamo facendo su quel pianoforte io e lei.
Durava a lungo quella melodia, perché io non la interrompevo, la musica doveva essere suonata fino alla fine, secondo me, e così le leccavo il clitoride lentamente, una nota alla volta, la baciavo con amore, fino a quando la musica non si esauriva, fino a quando l’ultima nota non veniva suonata.
Solo successivamente le mie mani potevano abbandonare la tastiera in favore delle sue caviglie. Con quel gesto le facevo capire che ora avrei suonato solo per lei.
Facevamo l’amore così, attorno a tutto quello che avevo, sperando che lei sentisse ancora la musica del pianoforte e che il pianoforte ascoltasse i gemiti degli orgasmi che nascevano in lei.
Io solo con entrambi provavo di essere vivo.

1450073_972307289522710_3441274746246263131_n

Annunci

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...