Una cosa che devi fare per me


“Pronto?”
“Sono io.”
“Puoi parlare?”
“Devo chiederti di fare una cosa per me.”
La chiamata fu molto breve, ma questo non mi sorprese perché le sue telefonate non erano mai più lunghe di così. Di solito usava parole molto dirette e ogni frase assumeva il contorno di un evento quasi inevitabile.
Nella sua vita c’era anche un altro uomo, da cui stavamo al riparo. Non era mai stato a conoscenza della nostra storia, benché fosse cominciata ben prima del suo arrivo, né avevamo intenzione di farci scoprire.
Di lui mi parlava raramente perché io non lo desideravo, ma avevo capito lo stesso che era un tipo molto geloso e facile ai sospetti.
La brevità della sue chiamate però era dovuta solo in parte a questo problema. Era anche il suo modo d’essere che la spingeva a comportarsi così, quando non stavamo insieme, e a vestirsi di un tono distaccato che nel tempo tuttavia avevo imparato a conoscere. La nostra relazione era diventata clandestina fin da subito, e non perché all’inizio vi fossero coinvolte altre persone. Faceva parte della sua natura volerlo e della mia accettarlo.
Non la sentivo da alcuni mesi. In passato era già accaduto che ci allontanassimo per periodi più o meno lunghi, ma alla fine c’era sempre stato un ritorno. La lontananza faceva parte del nostro rapporto. Potevamo viverci intensamente per lungo tempo, poi perderci di vista e infine ricominciare tutto daccapo, di punto in bianco, senza spiegazioni, non appena uno dei due avesse avuto bisogno dell’altro.
Succedeva che mentisse al suo uomo, gli diceva di voler andare da una sua amica o di doversi assentare per una giornata intera per motivi di lavoro o per altre commissioni. Erano scuse sempre molto plausibili. Poi, con le bugie ancora addosso, prendeva un treno e veniva da me.
Non mi parlava mai del suo viaggio, quasi non riguardasse il nostro stare insieme. Lungo la strada alternava il tragitto fisico a un percorso più intimo e personale, che voleva seguire in solitudine.
Forse, la distanza e la durata del viaggio le erano utili per allontanarsi dalla sua vita prima di entrare nella mia, anche se solo per poche ore. Aveva bisogno di quel distacco per arrivare da me con un animo pulito e sereno, che io riconoscevo. Solo in quel modo poteva vivermi pienamente.
Per rispetto di questo, non le chiesi mai nessun dettaglio a proposito del viaggio, anche se non potevo non immaginarla, su quel treno: non potevo non vederla nei momenti che anticipavano il suo arrivo. Era una visione che spesso mi accompagnava quando ero a casa, da solo, e mi mancava.
Metteva gli occhiali da sole per non farsi riconoscere, anche se non serviva, e in stazione saliva su una carrozza delle più vuote, verso la fine del treno, lì dove poteva stare più tranquilla.
Prima di partire comprava alcune riviste da sfogliare lungo il tragitto.
Durante il viaggio guardava in maniera disinteressata il paesaggio dal finestrino e quasi non si accorgeva che il paesaggio cambiasse chilometro dopo chilometro. Viveva quel percorso in modo tranquillo, silenzioso, anonimo, aspettando che i ricordi fin di quella stessa mattina si affievolissero e la lasciassero in pace, creando un vuoto che io poi avrei riempito per lei.
Non scattava foto e non sentiva il bisogno di farlo, anche se a lei, in altre occasioni, sarebbe piaciuto molto. Non parlava con nessuno e non sentiva intensamente il suo viaggio verso casa mia. Semplicemente, non pensava. Guardava dal finestrino e sfogliava quelle riviste. Le piaceva la sensazione della carta patinata sulle dita. Forse lo sentiva come un anticipo di quello che più tardi avrebbe fatto con me.

Non anticipava mai il suo arrivo, anche perché non era necessario. Lavorando per conto mio, da casa, senza orari e immerso in una routine abbastanza precisa, la mia vita era molto prevedibile.
Sapeva quando trovarmi.
Di solito arrivava di pomeriggio, appena dopo pranzo, quando avevo finito da poco di mangiare e di lavare i piatti. Invece di riprendere il lavoro facevo l’amore con lei per il resto della giornata, supplicandola di gemere piano per non farci sentire dai vicini o dai loro figli che a quell’ora si trovavano in casa.
Altre volte arrivava di mattina, anche molto presto. Quando aveva quegli orari di solito aveva anche meno tempo e dovevamo fare le cose più in fretta.
Lasciavo la colazione a metà, sul lavolo della cucina, perdendo la fame e il respiro nell’istante in cui me la ritrovavo davanti, con addosso un vestitino estivo che risaltava le forme del suo corpo o nell’eleganza degli abiti invernali, che sceglieva sempre con grande attenzione.
Sapevo quanto il suo uomo si vantasse di lei coi suoi amici, perché lei era bella, formosa, elegante e intelligente. Io invece non lo feci mai con nessuno.

Da molto tempo non riuscivo a prevedere il momento in cui si sarebbe trovata davanti alla mia porta. Non ero capace di anticiparlo.
Qualcuno potrebbe dire che la sua voglia di stare con me fosse dovuta a un suo bisogno, che era intenso, breve e inaspettato, e quindi difficilmente prevedibile da parte mia. Era come se fossi estraneo al suo desiderio, o ne facessi parte in forma minima, grazie al mio modo di accarezzarle il corpo e la mente quando stavamo insieme.
Avevo capito però che non era così.
Se non riuscivo a sentire il suo arrivo, leggendo le sue sensazioni alla distanza, non solo nei giorni precedenti ma anche solo pochi minuti prima che arrivasse, la colpa era solo mia. Era il motivo per cui non potevo vivere con lei, e lei lo sapeva benissimo.
L’uomo impara a conoscere i propri sensi, fin da bambino, ma può arrivare solamente a un certo limite, oltre il quale serve l’aiuto di un’altra persona per andare avanti.
Con lei avevo scoperto la totalità dei miei sensi. Entrambi abbiamo toccato le corde vive della nostra intimità, che altrimenti sarebbero state impossibili non solo da suonare, ma anche da vedere: prima di conoscere lei, quelle corde non sapevo che esistessero.
Si pensa che questo sia il culmine di un rapporto, ma non è vero: non è così.
L’apice non si raggiunge nel brivido di quei pochi istanti, ma nella vita continua, giorno dopo giorno, nelle cose che si condividono. All’inizio sembra che l’amore intenso e passionale sia tutto, e forse appena lo si scopre si pensa che lo sia davvero, ma nel corso del tempo i sensi si assottigliano e si allungano, cambiando le percezioni.
La stabilità della vita non si raggiunge con l’intensità di un orgasmo, perché è poca cosa e scivola via come neve lasciata al sole, portando con sé anche tutto ciò che rimane. La parte più complicata è arrivare al dopo.
Lo aveva capito subito, questo, a proposito di me: che quando c’era da leggere nel pensiero non poteva fidarsi.

Dopo la sua chiamata, in cui mi dava l’appuntamento per l’indomani, passai il giorno e la notte chiedendomi a cosa si riferisse, parlando di me, e quale fosse la sua richiesta, ammesso di poterla esaudire, perché ho sempre nutrito seri dubbi sulle mie capacità di riuscita in qualsiasi campo.
“Ne parliamo quando ci vediamo,” mi aveva detto, e la telefonata si era conclusa lì.
Rimasi a pensare.
Io non ero nessuno, per lei. Non conoscevo di persona la realtà della sua famiglia, dei suoi amici, non ero mai stato a casa sua.
Ero la sua voglia dei giorni più belli, o la sua consolazione quando semplicemente aveva bisogno di un conforto. Per il resto, vivevamo in mondi separati, o su pianeti lontani, attratti da un effetto gravitazionale molto instabile, per chi voleva pensarla come un fisico o come un poeta.
Nel lavoro non avevamo contatti, ma in ogni caso la mia professione era una specie di scatola chiusa e delle mie attività quotidiane la gente ci capiva poco o nulla. Altre conoscenze personali, cose per cui avrei potuto chiedere favori a qualcuno, a nome suo, non ne avevo.
Non contavo niente.
Ero una persona sola, alla quale si poteva chiedere al massimo un briciolo di saggezza, ammesso di volersela sentire amara come il sangue.

Il giorno dopo finalmente arrivò: lei suonò il campanello in perfetto orario, io la vidi e capii tutto.

Non le dissi niente.
Semplicemente, aprii la porta e la feci entrare. La baciai sulla guancia e le presi il cappotto e la borsa.
Lei non si vergognò di mostrarsi così – cosa che sarebbe stata anomala per lei, dato che era una donna sicura di sé e sapeva ciò che voleva – né fu impaurita dalla mia possibile reazione, che decisamente rimase entro i limiti di ragionevolezza di una persona equilibrata e onesta.
Mi sentii sotto controllo, anche se dentro avevo qualcosa che sembrava farmi morire.
Era incinta.

Seduti in cucina, davanti a un caffè che avevo preparato solo per me, parlammo.
Non le chiesi spiegazioni, né lei sembrò volermene dare. Era semplicemente così. Era comunque una cosa che dovevo aspettarmi.
Quando una donna ha più di trent’anni, è nel pieno della salute e convive con uomo più grande di lei, anch’esso affabile e stabile nella vita (oltre che di successo), prima o dopo succede che si voglia creare una famiglia.
Quello era lo stato delle cose, era semplicemente quello, era nitido davanti ai nostri occhi.
Ci fu un dialogo fra noi, ma come accade in molti racconti – soprattutto nei più belli, secondo me – il dialogo non spiegò assolutamente nulla: parlammo di cose insignificanti, senza che ci fosse nessuna spiegazione, senza il bisogno di aggiungere un perché.
Il perché era dentro la storia e i dettagli delle nostre vite, così come le avevamo costruite, lo spiegavano perfettamente. Le parole con le quali avevamo arricchito quel pomeriggio servirono solo a farci sentire i silenzi che le separavano.
La nostra era una storia che non potevamo vivere in quella vita.
Dopo un silenzio più lungo degli altri, mi ricordai del motivo della sua visita, quando me lo disse: “C’è una cosa che devi fare per me.”

Preparai l’ambiente, poi lei andò in camera e si spogliò molto lentamente. Non sembrava che quel giorno avesse problemi di orario. Io entrai in bagno e mi lavai i denti. Intanto mi guardavo allo specchio.
Vidi il volto di un uomo che quel giorno sembrava non avere età.
Mi capita a volte si sentire la mia vita sospesa, senza il senso del passato o del futuro. Come se finissi risucchiato oltre l’orizzonte degli eventi, lì dove la gravità è talmente forte da fermare il tempo.
Non sono momenti semplici.
Sono i momenti in cui ci viene chiesta una risposta, in cui il tempo può prendersi anche il lusso di fermarsi in attesa delle nostre azioni, che determineranno il modo in cui dopo riprenderà a scorrere.
Guardandomi allo specchio, sentivo che quello era uno di quei momenti.
Il tempo era davvero sospeso. Pensai se ci fosse un modo per non farlo riprendere. Se io e lei avessimo potuto vivere per sempre chiusi in quella stanza, o confinati al massimo in quell’appartamento, risucchiati in un vortice così forte da cambiare le leggi della fisica e della vita, in cui non ci sarebbe più stato da pensare perché la vita arrivava lì e lì sarebbe stata vissuta per sempre.
Ma questo privilegio non ci fu concesso, quel giorno. L’Universo attuale, come quello di allora, ha leggi ben precise e una di queste è che la vita scorre in moto continuo in un labirinto senza uscite.

Quando tornai in camera, lei era pronta. Nella nudità si vedeva la sua gravidanza, anche se era appena di pochi mesi.
Si era messa distesa verso il bordo del letto, con le gambe che toccavano il pavimento. Capii perfettamente come voleva essere presa.
Io le arrivai davanti, le aprii le gambe per avvicinarmi a lei e provai a baciarla, ma lei non lo volle. Allora le toccai le braccia, perché volevo sentire il calore e la morbidezza della sua pelle, volevo dimostrarle che ero lì per lei e non per la sua richiesta, ma non volle nemmeno quello.
Prima fece di no con la testa, poi me lo disse: “No.”
“Ho bisogno che tu mi venga dentro e basta,” disse.

Con le mani sulle caviglie, le tenevo le gambe aperte e sollevate, in modo da poter esercitare le mie spinte nel modo migliore possibile.
Ero in piedi, sentivo la sua vagina completamente bagnata, come mi aspettavo, anche se era la prima volta che lo facevo con una donna incinta. Prima di cominciare non avevo idea di cosa si provasse, o se una donna fosse diversa in una situazione come quella, eppure tutto era normalissimo, come sempre: c’era solamente una differenza mentale.
Trovai una posizione più stabile contraendo i muscoli dei glutei, ciò mi permise di equilibrare interamente il mio corpo e di spingere dentro di lei con più decisione e regolarità. Il mio pene entrava e usciva in lei con movimenti lunghi e precisi, entrava fino allo stesso punto, lo toccava e usciva, stimolava le fibre nervose della sua intimità in modo dolce, accurato e affidabile, e ne trovai conferma perché dopo due o tre spinte lei iniziò a gemere fortemente.
Io pensai ai vicini e ai loro figli e a quando le chiedevo di fare piano. Quella volta non mi interessai di loro.
Il suo piacere non si manifestò come accadeva le altre volte, con lei che ansimava anche soltanto per le mie carezze, prima dell’atto vero e proprio. Sentivo che adesso la sua voce roca cercava di trattenere ogni forma di piacere mentale, quello che si prova durante la prima fase dell’eccitazione, quando basta uno sguardo per sentirsi infiammare.
Quello era piacere fisico vero e proprio, dato da me, dal mio corpo, dal mio pene eretto che la toccava esattamente dove avrebbe voluto ogni donna.
Socchiuse la bocca e gli occhi, era come in trance. Forse pensava al suo compagno, al momento in cui c’era stato il concepimento.
Credo che la sua mente vagasse in uno spazio molto ampio, libera di seguire ogni direzione, ma senza la capacità di sceglierne una. Veniva trasportata ovunque, senza controllo, tra i ricordi del passato e un presente che si costruiva in modo del tutto nuovo.
Ogni tanto chiudeva la bocca, respirava, deglutiva e poi la riapriva recuperando i gemiti che nel frattempo aveva trattenuto. Le sue mani erano distese lungo il suo corpo e non si toccava, era come se un medico le avesse detto di stare ferma durante un piccolo intervento di routine.
I suoi seni si erano ingrossati, come conseguenza della natura fisica di ogni gravidanza, aveva i capezzoli turgidi e leggermente più grandi di prima. Credevo che in quella posizione avesse voluto toccarseli coi polpastrelli, ma non lo fece: ero sicuro che in quel modo l’orgasmo le sarebbe arrivato con una veemenza tale da farla gridare.
Urlò invece quando mi sentì venire dentro di lei.
In piedi, in quella posizione, per me fu tutto molto semplice. Avevo riconosciuto l’orgasmo arrivare fin dalle prime fasi. Anche lei lo riconobbe, secondo qualche capacità misteriosa che hanno certe donne di capire i segreti del corpo maschile quando si trova dentro al loro.
Mi diede uno sguardo profondo: era il suo modo di farmi coraggio, o per farlo a se stessa, o di farlo a entrambi in quel momento.
Io le restituii lo sguardo, vidi i suoi capelli scuri sul cuscino, il suo sudore sulla fronte, la sua espressione che si avvicinava a quella di una mamma novella: l’espressione di chi è carica di amore, di dolcezza e di volontà di manifestare tutti i sentimenti del mondo nel modo più profondo possibile, senza chiedere niente in cambio.
Ma quella sua espressione, per poco tempo ancora, si trovava al di qua di una soglia, e io quel giorno ne facevo ancora parte.
Non provai nemmeno a capire il motivo reale per cui fosse venuta da me, perché mi avesse chiesto di eiacularle dentro dato che “ne aveva bisogno”.
Non lo avrei mai capito. C’erano ragioni che non avrei mai potuto comprendere, perché riguardavano un livello di intimità, di profondità e anche di intelligenza che per alcuni è del tutto inaccessibile. Lei lo sapeva e non le importava: quel pomeriggio era stato costruito attorno a una sua volontà, e io ero lì solo per lei.
Provai l’orgasmo.
Pensai al bambino che aveva in grembo, al suo pancione ormai evidente, al suo compagno, a lei con le cosce spalancate davanti a me, che mi supplicava di inondarla di me perché “ne aveva bisogno”.
Quando venni, schizzai più volte e ogni volta lei urlò dal piacere, in preda a scariche di godimento che la facevano mancare la vista per brevi istanti. Era un qualcosa di assolutamente naturale, non ricercato, fatto della stessa naturalezza che fa diventare ogni donna una madre.
Lei non faceva nulla per aumentare o diminuire il piacere che provava, era come se fosse davanti a qualcosa che stesse scoprendo per la prima volta, come se non conoscesse più il suo corpo. Le molecole del suo corpo e ogni istante che trascorreva su quel letto erano vissuti da lei come una esperienza nuovissima.
Dopo l’orgasmo, mi fermai un momento per riposarmi e la guardai, ma lei non disse nulla.
Mi fece solo un cenno con la testa, autorizzandomi ad uscire da lei. Solo quando lo feci mi accorsi di quanto ero venuto. Fu molto soddisfatta.

Ci dicemmo qualche parola, ma non fu necessario parlare molto. Mi ero alzato per osservare il panorama dalla finestra, la vita del resto della città. Era dicembre al di là della finestra e qualcuno se ne andava in giro per le strade, ben coperto da guanti e sciarpe, era verso Natale. Il tempo era grigio ma nessuno se ne badava, sembra che a Natale tutti siano più buoni anche nei confronti del cielo.
In casa avevo alzato di molto il riscaldamento perché non volevo che lei prendesse freddo, questo ci permetteva di restare nudi come se fosse estate. Avevo preparato anche del tè, che andai a prendere in cucina. Glielo portai a letto. Lei lo bevve quasi distesa, lentamente, in modo simile a un’ammalata che avesse bisogno di cure e supporto. Mi sedetti sul bordo del letto, glielo porsi dopo averlo addolcito con un po’ di miele e la guardai mentre lo beveva.
Anche lei iniziò a guardare dalla finestra, ma non come avevo fatto io poco prima: lei la guardava da lontano, senza poter distinguere le cose, e io non capivo cosa vi vedesse.

Trenta minuti dopo lo stavamo facendo ancora.
Eravamo distesi di fianco, io ero dietro di lei. La tenevo in quel modo, con attenzione: fu lei a consigliarmi come farlo in quella posizione, per far bene anche al bambino, e io seguii i suoi consigli.
Di nuovo il piacere fu molto intenso. Cominciò a godere come aveva fatto prima, appena trovai la stabilità anche in quella posizione. Avevo capito che non era il caso di dar seguito a tanti gesti, bastava che trovassimo il nostro equilibrio sia fisico che mentale e che poi continuassi fino alla fine senza fermarmi. La sua richiesta era molto semplice.
In quella posizione dovevo abbracciarla per poter spingere e questo mi faceva stare bene. La penetravo profondamente, usando solo la forza degli addominali e il gioco del bacino che mi bastava muovere avanti e indietro. Intanto potevo respirare il suo profumo.
Era essenza di donna completamente nuova: la respiravo profondamente, a pieni polmoni, e ogni respiro mi arricchiva, era come una carezza che attraversava il mio corpo e lo ringiovaniva.
Lei lo capì e inizialmente sembrò volersi ritirare – sentii una specie di vibrazione – ma io fui poco arrendevole e alla fine lo accettò e si lasciò abbracciare dolcemente. Non c’era niente di male nel farsi voler bene da una persona.
Non fece altre obiezioni. Le accarezzai i seni da dietro e lei lo apprezzò, poi le toccai i capezzoli e lei lo apprezzò di più. Lo feci delicatamente perché sapevo quanto fossero sensibili per lei e non volevo che venisse così.
Lei sembrò leggermi nel pensiero. Aveva colto forse il mio tentativo. Una sua mano mi cercò sulle cosce, mi toccò fino al gluteo che spingeva, come a dirmi di andare più veloce, che bisognava ridurre i tempi, che lei aveva bisogno della sua medicina senza tante tenerezze.
Eppure quel gesto mi confuse. Teneva la sua mano calda sulla mia coscia e sui glutei, mi suggeriva così di spingere, di fare in fretta, ma mi faceva sentire anche le unghie, mi accarezzava con quelle, faceva da preda e da predatrice allo stesso tempo.
Mi fermai, aspettai che sospirasse, cambiai leggermente la sua posizione sul letto facendole distendere meglio una gamba perché mi toglieva spazio. Poi la penetrai più forte, ma senza dimenticarmi che su quel letto eravamo in tre e non in due. Le mie dita si posarono attorno ai suoi capezzoli e glieli strinsi, lei urlò di nuovo, io le misi i denti sulla spalla e i nostri orgasmi si sparsero nell’aria della stanza come folate di profumo, era odore di sesso allo stato puro.

Anche in passato, in certi lunghi pomeriggio trascorsi insieme, capitava che facessimo l’amore senza dire una parola.
La differenza per me stava nel modo di vedere il futuro. Prima tutto sembrava più semplice. Il futuro era lì, davanti a noi, forse lo avremmo percorso lungo strade diverse, ma in fondo sapevo che saremmo stati insieme, nel nostro modo di amarci senza legami, sapendo che il nostro amore – o come diavolo volessimo chiamarlo – sarebbe andato avanti per sempre.
Che lei fosse venuta da me per dimostrarmelo?
O forse ero io che dovevo dimostrare qualcosa a lei?
Era forse questa la sua vera richiesta nei miei confronti, ciò che dovevo fare per lei?
Non lo sapevo.
Di nuovo, pensai a quanto fossi limitato nella mente. Ero confuso. Come avrebbe mai potuto una donna voler stare davvero con me, volermi padre di suo figlio? Regalavo buon sesso, buoni consigli, un rifugio confortevole in caso di mare in tempesta, ma quando si trattava di prendere una decisione o di capire davvero le persone, non sapevo come muovermi.
Quella poteva essere anche la nostra ultima volta.
Poteva essere il suo modo di dirmi addio, per raccogliere in un colpo solo tutto quel che le mancava di me e in seguito non farsi vedere mai più.
Dopo sarebbe diventata una brava mamma – sicuramente lo sarebbe stata – e per le nostre follie non ci sarebbe stato più tempo.

Sul letto bevvi anch’io un po’ di tè, dal suo stesso bicchiere, anche se il tè era diventato freddo. Io odio il tè freddo ma lo bevvi ugualmente: furono la sete e il desiderio, che veniva dal sangue, di bere dal suo stesso bicchiere e di posare le labbra sullo stesso punto in cui le aveva messe lei.
Mentre bevevo, lei era seduta sul bordo del letto e si asciugava il sudore dal viso e dal corpo con un asciugamano che avevo preparato per noi. Poi si mise distesa, si rilassò, si accarezzò la pancia e l’inguine. Era come se aspettasse che il mio seme si asciugasse dentro di lei.
“Riusciresti a fare ancora qualcosina?” mi domandò.
Feci senno di sì.
Dopo un attimo di pausa sentii la sua mano prendermi il pene. Mi fece distendere e iniziò a masturbarmi.
Lo fece lentamente, senza pretese, senza mettermi fretta. Le sue dita mi toccavano quasi con il timore di farmi male, ma questo suo modo gentile mi portava anche la sua sensualità.
Mi aiutò anche con le labbra, chinando il capo verso il mio ventre e succhiandomelo con dolcezza.
“Non venirmi in bocca,” mi disse. “Mi raccomando.”
Quelle parole un po’ mi sorpresero: di solito, infatti, le piaceva succhiarlo fino a sentirmi venire direttamente in bocca. Era il suo modo di controllarmi, perché era bello per lei tenermi così, e di ricambiare il piacere che le davo io facendo sesso con lei. Credo che lo adorasse. Credo anche che le piacesse tornare dal suo uomo e baciarlo con il segno del tradimento ancora sul viso.
“Dimmi quando vuoi venire, questo è solo per aiutarti.”
Andò avanti qualche minuto, accarezzandomi il pene con la lingua ancora dolce per il miele che le avevo messo nel tè, intanto con le mani mi toccava l’interno delle cosce, i testicoli, la pancia, poi interrompeva e dal pene passava al resto, leccandomi ogni parte sensibile, continuando ad andare su e giù con la mano per non farmi perdere l’erezione.

“Ora posso venire,” le dissi.
Lei ne fu lieta, adagio si mise vicino a me, di fianco, attaccata al mio corpo. “Vienimi sulla pancia,” mi sussurrò.
Finii di masturbami su di lei, mentre lei mi fissava negli occhi e mi passava le dita sulla fronte. Era una carezza gentile.
Guarda come sei bello, sembrava dirmi con quel piccolo gesto.
Le feci vedere la lingua e lei, per la prima volta quel giorno, mi baciò sulla bocca. Poi mi prese la lingua e me la succhiò dolcemente, fino a quando altri schizzi non le arrivarono sulla pancia, come mi aveva chiesto.
Quando finii, le passai il glande sulla pancia, giocando con lei in quel modo, ma lei non se ne badò. Continuò a baciarmi mentre il nostro amore – o come diavolo volessimo chiamarlo – si spargeva non solo fino alle pareti della camera, ma oltre; aveva invaso l’appartamento e l’intera palazzina; era uscito da sotto le porte e dalle fessure delle imposte, e per un attimo quel cielo grigio di dicembre si accese di colori di nascita e di vita.

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