Io so che il vero amore non lo vedrò mai, eppure…


Ho scritto questo racconto più volte nella mia mente, volevo scrivere un racconto che parlasse del vero amore, cioè della risposta alla domanda più importante della vita, quella che in fondo ci siamo chiesti tutti, presto o tardi, lungo il sentiero che ci ha portati a conoscere qualcuno come conosciamo noi stessi.
Ho iniziato parecchie volte perché volevo scrivere una storia importante, lunga, elaborata e complessa.
Nella testa avevo un’idea fissa: svelare i passi della scoperta reciproca, la vera e propria evoluzione del sentimento.
Il primo sguardo disinteressato, la sorpresa per una frase detta o taciuta, la strana sensazione di quando si riconosce – lucidamente – la bellezza di uno sguardo o di un pensiero, l’inevitabile passaggio attraverso un dolore, perché ce ne sono tanti, nella vita, fino alla consapevolezza pura – e inconfondibile, pur non avendola mai conosciuta prima – in cui l’amore si rivela interamente.
“Eccolo qui”, volevo che il lettore pensasse alla fine.
Una delle versioni del mio racconto iniziava con queste parole.
“Sabato pomeriggio ero a casa, stavo scrivendo.
Lei era uscita per alcune commissioni dell’ultimo minuto, quelle che vengono in mente solo il sabato pomeriggio alle tre; poi si sarebbe fermata a comprare una o due cose che ci mancavano. Forse in centro avrebbe incontrato una sua amica e insieme si sarebbero sedute per un caffè.
Due donne di trent’anni, una sposata e l’altra no, che si incrociano per caso davanti a una vetrina – o forse è tutta una scusa e il loro è stato un appuntamento programmato a tavolino -, che si aggiornano con le ultime notizie, in assoluta tranquillità, sedute comodamente sul divano di un bar.”
Attraverso questo racconto volevo confessare i miei pensieri in attesa del suo ritorno. Di lei non avrei rivelato tutti i segreti perché le mie storie sono così e dei personaggi si sa poco, quasi nulla, solo quello che senza motivo decido di rivelare durante il percorso, di solito un dettaglio o poco di più.
Questi pensieri sarebbero andati fino a molto indietro nel tempo, avrei forse parlato della mia vita, dei miei dubbi, della classica ricerca degli uomini modesti, chi sono e cosa devono fare della loro esistenza per darle un senso.
Avrei iniziato descrivendo i miei pensieri fra le righe di un romanzo che nasceva proprio sotto alle mie dita, avrei continuato a farlo mettendo in ordine la casa in attesa del suo ritorno, apparecchiando la tavola e scegliendo gli ingredienti per preparare la cena.
Poi, a un certo punto, avrei sentito il rumore della sua chiave nella serratura, lei sarebbe entrata, avrebbe posato la sua borsa sulla sedia e, senza volerlo, cioè senza un gesto vero e proprio, mi avrebbe fatto provare la sensazione delle sue labbra nelle mie. “Venti minuti e la cena è pronta,” le avrei detto, il tempo necessario per sistemarsi, farsi una doccia e sedersi comodamente davanti a me.
Prima di cenare avremmo bevuto due aperitivi a base di vodka, perché su certe cose non ci passo mai alla leggera.
In questa versione del racconto, dopo cena avremmo fatto l’amore – non so ancora se con la tavola ancora apparecchiata o solo più tardi, dopo aver bevuto sul divano qualche altro bicchiere, aver visto un film o aver fatto altre cose nostre, mi sarebbe venuto in mente dopo.
Il punto è che in questo racconto avrei parlato dell’amore da giovani, mentre si pensa alla propria moglie quando non c’è, e di conseguenza ci manca, di quando si prepara una cena veloce mentre le lasciamo il tempo per rilassarsi un po’, dimostrandole il nostro bene anche così, e infine dell’amore rivelato nella forma del sesso, quello fatto sotto le lenzuola in uno qualsiasi dei milioni di modi che ci sono stati concessi.
C’era una frase che volevo usare in questo racconto, mi era venuta in mente quasi da sola in una delle mie fantasie e mi aveva colpito molto.
Nel racconto io e lei siamo sposati da meno di un anno, siamo pieni di vita, i nostri colori sono quelli dell’estate anche se ci piace di più l’inverno, le stagioni sono come le sentiamo noi.
In camera nostra, finalmente iniziamo a fare l’amore. Io le accarezzo i capelli castani, lunghi, li sento morbidi e profumati. Gli occhi cangianti, la pelle chiara, il rumore del respiro, l’oscurità totale della stanza che al contrario ci fa vedere di più – non serve molto, poi, bastano venti centrimetri appena oltre i nostri corpi – siamo come due ciechi che usano altri sensi.
“Sono la tua puttana? Sì?” Sento queste parole nel buio, avvinghiati attorno a una nudità fisica e mentale, nella sensazione di possesso reciproco, di dare e avere. Questa era la frase centrale. L’amore tenero e dolce, trasformato nel sesso più semplice del mondo, dalla chiave di volta della storia.
Si riesce così a creare l’eccitazione anche partendo da una storia normalissima, come tante altre, rivelando ciò che è ovvio ma che a volte bisogna anche scandire parola per parola.
Lei pronuncia questa semplice frase e la stanza si trasforma, ora tutto diventa imprevedibile e lo fa in modo improvviso. Sembra che la tranquillità di prima, della cena preparata in casa in un sabato sera qualunque sia servita solo per arrivare fino a questo momento e a innalzarlo.
“Sì?” mi ripete, dopo un sospiro, perché vuole una risposta. Poi allunga una mano verso il bordo del letto, distende il braccio come per fuggire o per farsi venire a prendere.
L’amore era infine questo? Stare con una donna, volerle bene, amarla, sposarla, prepararle la cena, baciarsi per ore prima di ritrovarsi così, sul nostro letto fino a quando un treno di emozioni diverse non ci avesse travolto?
Per molti, l’amore è anche meno, ma io non mi sentivo completamente soddisfatto. Era come se fossi arrivato quasi a toccarlo, ma non era abbastanza, cercavo qualcosa che si trovava ancora a pochi centrimetri da me.
Perciò ho deciso di continuare la storia, di scavare più a fondo, anche se è una metafora banale – scavare – come se le cose importanti fossero sepolte e non davanti ai nostri occhi.
Io volevo scrivere di un amore che non si esaurisse mai, che non cambiasse mai, pur nelle mille sfumature di cui naturalmente è composto, volevo trovare il suo stato definitivo, lo stato in cui lo possiamo finalmente vedere per come è fatto.
Ci accontentiamo tutti di un amore spezzettato, ci facciamo bastare le piccole cose dell’amore, pensiamo che tutte le sue minuscole parti servano per costruire il pezzo intero, che non si può vedere, ma che in qualche modo si può sentire, si può intuire, si può ricordare.
Io so che il vero amore non lo vedrò mai, eppure ho voluto provare lo stesso a scriverlo. E per me è fatto così:
“Camera nostra sembra vuota, eppure è densa di ogni cosa.
Un letto, un comodino da usare in due, pochi libri appoggiati sul pavimento.
Le nostre vite non si svolgono interamente qui, sono comunque vite nuove, vite che sappiamo come saranno vissute di qui a molti anni.
Inutile dirlo, inutile descriverlo. Inutile che dica i nostri nomi, o cosa abbiamo fatto per arrivare fino a questo punto. Dietro di noi abbiamo lasciato solo una lunga serie di scelte, una più giusta dell’altra.
Sdraiati su questo letto, ti fai vicina vicina.
Apriamo un libro – uno solo -, uno dei tanti, e lo leggiamo insieme, in silenzio, ognuno per conto suo.
Non mi piace quando le coppie si leggono le cose a vicenda, a voce alta, è come recitare una parte, ma come facciamo noi è diverso.
‘Se mi devo spiegare, allora è tutto inutile’ dice anche quel libro.
Leggere un libro tenuto nelle mani dell’altro, e viceversa, arrivare in fondo alla pagina, aspettare che l’altro la volti, sentire il rumore della carta nella stanza e capire che il libro non c’entra proprio nulla con quello che si sta facendo.
Nella vita si leggono libri diversi, poi lo stesso libro. Poi pagine diverse, poi la stessa pagina. Da un momento in avanti, le cose diventano sempre più piccole.
Ti sento ridere piano, sul mio petto, e io lo so il perché, un istante prima che accada.
Ti passo le dita sulle braccia. Sono carezze durante la lettura. Stiamo coltivando qualcosa che cercheremo di far fiorire, e fiorirà sicuramente. Non c’è niente di più bello che avere tanti giorni davanti, tutti da aspettare.”

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