Permettetemi di dirlo


A volte penso a Fiamma che si tocca nel silenzio della sua stanza.
Certe mattine sono più dolci delle altre, direbbe lei, e così prima di alzarsi lascerebbe che le sue dita, ammorbidite appena dalle labbra, le regalassero un orgasmo mattutino.
Una volta erano le mie dita a gioire delle sue meraviglie. La svegliavo così, dopo che magari avevamo fatto l’amore anche due o tre volte prima di addormentarci.
La sentivo nel tepore della nostra camera da letto, respirare piano piano, un respiro che seguiva probabilmente certi suoi sogni. Io mi avvicinavo, con attenzione scostavo le lenzuola, annusavo il profumo della sua pelle abbronzata sul finire dell’estate, le passavo le dita sull’orlo delle mutandine.
Lei non si svegliava: forse percepiva le mie carezze come un piccolo disturbo notturno, invece non era così; si spostava per ritrovare un suo spazio, ma io ero ancora lì, e continuavo fino a quando le sue gambe non si aprivano come desideravo: solo allora mi fermavo, soddisfatto, e lasciavo che il sottile disordine del suo sonno tornasse a comporsi.
Ascoltavo profondamente il suo respiro, senza che altri rumori mi distraessero. Il momento veniva quando il suo sonno tornava ad essere calmo e tranquillo, come dopo un falso allarme.
Allora l’accarezzavo con le dita, piano, e l’agganciavo nei sogni. Era come quella poesia, quella dell’uomo che restava sul bordo del letto della sua amata, perché lei si riposasse; rimaneva lì mentre lei sognava, aspettando il suo risveglio e cercando, al limite del possibile, di entrare nei suoi sogni.
Io, permettetemi di dirlo, riuscivo anche in qualcosa in più.
Non sognava più adesso, io lo sapevo: dormiva, respirava, i capelli castani erano scomposti sul cuscino e il suo corpo emanava il calore e il profumo di una donna di trent’anni, fatta e finita, un bocconcino di passione, simpatia, desiderio e un po’ di pazzia.
Poi il respiro diventava un sussurro, il buio diventava un sogno, il riposo diventava un senso di dolcezza che le inondava le vene partendo dal centro del corpo.
Mi bastava un dito per giocare con lei. Sentivo il polpastrello che man mano si inumidiva.
Sapevo dov’era, cosa vedeva e cosa sentiva, io ero con lei.
Sognava di essere su un prato fiorito, sotto al cielo infinito della fine della primavera. Noi due sdraiati su una coperta guardavamo gli alberi, eravamo soli, la mia mano nelle sue mutandine, un tocco appena, in mezzo alla natura.
Ma la natura, vedete, al di qua del sogno, era una mia creazione.
Una leggera pressione e il cielo si oscurava e le nuvole si addensavano in nuovi colori.
Cominciava a piovere, poi smetteva, poi ricominciava, faceva freddo e caldo, avevamo i vestiti bagnati, poi asciutti, poi di nuovo bagnati, il tempo non finiva.
Lei singhiozzava, gioiva del sole ma piangeva della tempesta, aspettava che quel tempo esplodesse in qualche modo e la divorasse, intanto i capezzoli le erano diventati turgidi e i suoi piedi premevano sul materasso, per lei l’erba era soffice e il vento la riempiva.

Annunci

Un pensiero su “Permettetemi di dirlo

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...