Leggete che bellezza


Meraviglioso, vedere come i paesini e le città facevano ritorno alla terra, ormai completamente invasi dalla vegetazione, senza presentare quasi alcuna soluzione di continuità con la “natura”, la città diventata campagna non meno della campagna stessa, e ciò che è non-uomo deciso a integrarsi nel “tutto” con un vero “furore” di robustezza. Per un’intera giornata, tra le gole meridionali del Balcani, la locomotiva dovette aprirsi la strada tra miglia e miglia di viticci intrecciati, una cortina interminabile, dove ardevano fiori voluminosi ma scuri come le ombre della notte, che ricordavano piuttosto le giungle di Giava e delle Filippine; e nel frattempo lei, sdraiata nell’unica carrozza dietro la locomotiva, dove le avevo sistemato un piccolo “yatag”-letto preso a Tatar Pazardzik, suonava tutto il tempo la “kittur”, quasi senza sfiorare le corde, e canticchiava basso, basso, con la sua voce da contralto, eternamente la stessa melodia, una e cento volte, tubando, tubando, una melodia capricciosa, ispirata dalla musica della sua propria anima, che appena percepivo, confusa col monotono, lento affannarsi della macchina, finché alla fine mi sentivo come ubriaco di una tristezza così dolce, santo Dio, così dolce, dolce da svenire, e così tutto quel groviglio di foresta e di penombra perse per me ogni realtà, ogni identità, e divenne soltanto un Paradiso magico e pensoso, creato perché lei vi gemesse e mi cullasse; e tra le mie dita scorsero abbondanti lacrime quel giorno, e non sapevo fare altro che gemere, “O Leda, o Leda, o Leda”, e il mio cuore sembrava stesse per spezzarmisi.

(M. P. Shiel, La nube purpurea)

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