Ricordati che nessuno sa di noi


Ho tentato varie volte di scrivere questo racconto, ma non ce l’ho mai fatta.
Ormai credo di essere diventato troppo vecchio per scrivere.
Vecchio nel senso di disilluso, noioso, incapace di dire quello che invece vorrei dire.
Per scrivere un racconto ci vuole un talento particolare. Non basta saper narrare una storia. Un racconto deve racchiudere la perfezione di un momento. Il vero contenuto del racconto sta nella parola non detta, nel silenzio che c’è tra una frase e l’altra, in quello che rimane dopo l’ultimo punto, come un iceberg che sta in gran parte sotto al livello del mare.
Non sono mai riuscito però a scrivere questa storia come se fosse un iceberg. In questo caso, nonostante tutti i miei tentativi, le mie parole hanno sempre descritto una stanza chiusa, senza finestre, ma non è così che dovrebbe essere.
Allora ho deciso di non scrivere un racconto vero, ma di scrivere solo ciò che avrei voluto che fosse il racconto.

Nel mio racconto io e lei abbiamo avuto una storia diversa. Non siamo mai stati ragazzo e ragazza, amanti e innamorati. Non ci siamo conosciuti in una bella domenica di dicembre: noi ci conosciamo da sempre. Non abbiamo mai fatto l’amore nelle camere degli alberghi prese solo per un pomeriggio. Non abbiamo visitato le città più belle senza vedere nulla che non fosse il nostro sguardo, senza il desiderio di chiuderci dietro la porta e di far sfogare la nostra voglia di noi. Io e lei siamo stati amici. Siamo stati “migliori” amici.

Ecco la storia.

Conoscevo la sua mamma e il suo papà ed io ero un amico di famiglia, come lo erano i miei genitori, fin da quando eravamo piccoli. Frequentavo tutti i suoi amici e soprattutto conoscevo il suo ragazzo. Io e lei avevamo un rapporto fraterno e per lui non c’era mai stato nessun problema: praticamente ci aveva sempre visti uniti in quel modo. Quando capisci che una cosa esiste da molto prima di te ed è molto più forte di te, te ne fai una ragione. Comunque avevo un buon rapporto anche con lui e gli davo consigli su ogni argomento, compreso il suo modo di stare con lei. Fa parte della mia personalità quella di essere affidabile e di riuscire a dare fiducia alle persone.
Insomma, noi siamo sempre stati i classici migliori amici, quelli che gli altri non possono capire ma di cui i rispettivi fidanzati non hanno nulla di cui essere gelosi.

Ci capitava spesso di fare dei viaggi insieme, solo io e lei.
Il suo ragazzo era impegnato con gli studi e noi due, per uno o due giorni, per lo più durante certi weekend, facevamo i turisti e passavamo fuori la notte.
Qualche volta ci capitava di dormire nello stesso letto, perché negli alberghi avevano esaurito le camere doppie ed erano rimaste solo quelle matrimoniali. Abbiamo sempre avuto voglia d’avventura, non prenotavamo mai, alla fine potevamo anche dormire in auto se ce ne fosse stato bisogno, per cui quello di dormire insieme non è mai stato un ostacolo.
Per noi non c’era mai nessun problema.
Ovviamente facevamo sempre piccole attenzioni, durante i nostri momenti intimi, ma nulla di più che non fosse semplice buon gusto. Dormire nello stesso letto, io e lei, lo abbiamo fatto decine di volte quando eravamo piccoli e lo facevamo adesso come allora, senza che nessuno avesse mai avuto niente da dire.

Quella sera cenammo fuori, tornammo in camera e ci facemmo la doccia. Eravamo entrambi in pigiama quando ci mettemmo sotto le coperte di uno di quei famosi letti matrimoniali.
Lei però si accorse della mia erezione.
“Che succede lì?” mi chiese, con un sorriso realmente fraterno.
Io avevo cercato di nascondergliela, ma ormai era troppo tardi. “Una cosa inspiegabile,” le risposi. “Prima per sbaglio ho visto che ti mettevi il pigiama e di sfuggita ho notato il tuo reggiseno. E’ venuta così.”
Si mise a ridere come una scema e io mi unii a lei.
“Ma dopo tutti questi anni, non dirmi che prima di stasera non ti era mai capitato di vedermi in reggiseno? Davvero?”
Io cercai di tergiversare. Che l’avessi vista in reggiseno anche altre volte, o addirittura anche in mutandine, era verissimo. Non mi era mai capitato però che mi venisse un’erezione.
“Sai che tu per me sei sempre stata come una sorella, non è la prima volta che mi capita di vederti in biancheria intima, ma non mi era mai venuta una reazione come questa.”
“Beh, comunque meglio che non lo diciamo a Luca, non credi?”
“Direi di no, assolutamente, questo è un altro segreto che resta fra noi.”

Cominciammo a leggere come se nulla fosse, cosa che facevamo di solito prima di addormentarci. Io però non ero concentrato sul romanzo che mi ero portato da casa. Praticamente non stavo leggendo nulla. Guardavo solo le parole stampate, indistintamente, come se una fosse uguale all’altra e nessuna avesse un significato.

“Come sei messo là sotto?”, disse a un certo punto. “La situazione è tornata tranquilla?”
“Veramente non molto.” Ero in imbarazzo, ma la sincerità fra noi veniva naturale. Se mi era venuta un’erezione guardandola in reggiseno mentre era davanti allo specchio, anche se di sfuggita, glielo dicevo e basta.
Posò il suo libro sul comodino e si girò di fianco, dalla mia parte.
I suoi occhi vedevano sempre oltre, su ogni cosa di questo mondo. Non capivo perché avesse scelto me come suo migliore amico, lei era sempre stata più sveglia di me e di tutti gli altri suoi amici, poteva avere chiunque o addirittura nessuno. Nessuno arrivava al suo livello.
Forse era la mia tranquillità a piacerle, il mio modo di essere normale. O forse il fatto che non ero come gli altri: non mi interessava portarmela a letto e le mie parole con lei erano sempre sincere. Dicevo quello che mi sentivo di dirle, senza segreti o secondi fini. E poi i miei occhi non pendevano tutto il tempo davanti alla scollatura a V di certi suoi vestiti, quando li indossava, cosa che invece facevano tutti gli altri maschi. Tranne quella volta.

“Pensi che potrei aiutarti in qualche modo?”
Io stetti zitto. In realtà stavo pensando ad altro. Pensavo a come uscire da solo da quella situazione. Di dormire in quello stato non ce la facevo proprio, era impossibile, ma non mi sembrava una grande idea quella di sgattaiolare in bagno per risolvere tutto a modo mio.
Fortunatamente non servì che dicessi nulla: certe donne fanno le domande tanto per farle, ma in realtà sanno benissimo quale deve essere la risposta e a volte non l’aspettano nemmeno.

La sua mano scivolò direttamente lì, sotto la mia pancia, e attraverso il pigiama verificò lei stessa lo stato delle cose.
Mentre sentivo la sua mano che scendeva facendosi spazio fra le lenzuola mi ero preparato al peggio, ma la cosa invece andò meglio del previsto.
La sua mano sul mio membro, prima attraverso il pigiama e poi a contatto diretto, dopo aver attentamente abbassato anche i boxer, mi sembrò una cosa assolutamente naturale.
Mi sentii sollevato. La sua mano non mi diceva nulla. Era solo la mano della mia migliore amica chiusa attorno al mio pene.
Insomma, non so descrivere bene la sensazione che provai, ma fu di estrema tranquillità. Avevo una grande erezione, certo, ed era stata lei a provocarmela, ma improvvisamente tutto mi sembrava tornato al suo posto, nonostante quella sua iniziativa alquanto imprevista. Come quando si va dal medico, per intenderci, e questi ci deve fare una visita.
“Hai proprio una erezione come si deve,” disse. “Ma come si fa ad avercelo così?” E poi una risata.
Lentamente cominciò ad andare su e giù, tenendo la mano ben stretta.
“Dai, risolviamo così questa faccenda.”

Io ero rimasto in silenzio. Sentivo solo la sua mano sotto le coperte che mi stava masturbando, ma la cosa era sempre molto tranquilla. Non volevo che fosse una storia eccitante, nonostante l’oscurità, la camera d’albergo, noi a centinaia di chilometri di distanza dagli altri e tutto quanto.
Il suo movimento era semplicemente la mano della mia migliore amica che si impegnava per farmi passare il dolore.
Pensai a Luca, il suo ragazzo, ai genitori di lei, alle sue sorelle.
Per la prima volta mi venne quel pensiero, che poi mi avrebbe accompagnato per molto tempo ancora: “in questo momento, nessuno di loro sa di noi.”

La sua masturbazione continuava, ma senza dare effetti. Sentivo un certo piacere, impossibile negarlo, ma il suo movimento non mi stava portando verso un orgasmo. La pace dei sensi, o il vuoto dei sensi, come lo definivo a volte, era ancora lontano.
Lei era girata di fianco e la sentivo vicina, il suo respiro caldo mi arrivava direttamente contro il viso, dolce come una marea che sale verso la riva ogni mattina, e sentivo la sua mano e il suo intero braccio che si muovevano su tutto il mio ventre cercando di darmi sollievo. Ma mio il piacere era ancora bloccato fra le mie gambe. Qualcosa lo stava trattenendo.

Un po’ stanca, provò ad usare l’altra mano.
La prima, arresasi dopo quel movimento continuo senza risultati, scivolò invece fra le mie gambe, iniziando a stimolarmi anche lì.
In quella nuova posizione evidentemente stava più comoda e usando la mano destra ora riusciva ad andare più veloce, ma soprattutto furono le carezze continue fra le gambe che mi fecero eccitare di più. Era proprio come una dottoressa che volesse far guarire il proprio paziente, e usasse tutti i mezzi a sua disposizione per riuscirci.
La cosa però continuava a non funzionare. Io respiravo bene, ero molto rilassato, ero eccitato ma non cedevo.
Le volli davvero bene in quel momento. La dimostrazione della nostra amicizia era tutta lì: stava facendo una cosa importante per me, e la stava facendo nonostante tutto. Le nostre vite erano appese alle pareti. Come invisibili, in quella camera c’erano dei quadri, e le persone ritratte in quei quadri ci fissavano ed erano pronte a giudicarci. Lei però non se ne badava: si fidava di me, lo faceva per me e io le fui grato per sempre.

Smise con le mani. Aveva capito anche lei che non c’era più nessuna speranza usando solo quella tecnica. Se fosse andata avanti mi avrebbe fatto addirittura più male.
Sollevò le coperte, scivolò sul letto e si stese a formare con me una specie di T. Me lo prese in bocca.
Sentivo la sua lingua muoversi sul glande e le sue labbra morbide appoggiarsi lungo tutta la superficie del mio membro.
Fu una cosa improvvisa, ma non mi fece trasalire in nessun modo.
Ripensai ancora ai nostri conoscenti che avevamo lasciato a casa e che si fidavano di noi. Io avrei fatto qualsiasi cosa per lei, per la sua felicità che era in fondo anche la mia, ma non avrei mai pensato che un giorno ci saremmo trovati in quella situazione. La vita riserva sempre strane sorprese.
Chissà se sapessero di noi. Questa idea non abbandonava mai la mia mente.

Si fermò per un istante.
“Se vuoi puoi venirmi in bocca,” mi disse. “Non farti problemi. Voglio solo farti stare meglio.”
Continuò ancora per un po’, leccandomi ogni tanto anche la pancia e i testicoli, ma io non ce la facevo proprio a venire. Nonostante con la mano continuasse a massaggiarmi da sotto, cosa che in altre situazioni mi avrebbe fatto impazzire, venire in quel momento mi sembrava impossibile.
Mi sentivo come se certi apparati del mio corpo facessero un lavoro molto più grande del dovuto. Fra le gambe, “qualcosa” era in produzione, come se improvvisamente sentissi di avere più sangue in circolo. Ma non era sangue. Eppure nulla, non venivo.

“Vediamo se questo ti aiuta un pochino.”
Smise di succhiarmelo e si tolse la maglia del pigiama. “Non era così che mi avevi vista prima? Non era stato il mio reggiseno a farti venire l’erezione?”
Io dissi di sì. In effetti quello poteva aiutarmi.
Era stesa davanti a me e vedevo il suo reggiseno. Guardai il suo seno, che era comunque coperto in buona parte dall’intimo, come mai lo avevo visto prima. Mi concentrai. Era un seno bellissimo. Portava una terza o una quarta, era morbido, con un debole segno di abbronzatura. Ci stava perfettamente sul suo corpo, non molto alto e abbastanza formoso.
Osai toccarglielo, ma in modo attento, direi quasi esplorativo. Quella che stava succedendo era un’esperienza del tutto nuova.
Abbassai semplicemente il reggiseno dalla parte di un seno e ne scoprii un capezzolo.
Fu molto curioso vederlo già turgido, senza bisogno di sfiorarlo. E allora notai anche il rossore sul suo viso: me lo succhiava ad occhi chiusi, ma riconoscevo sulle sue guance un colorito sempre più acceso.
Non disse nulla a proposito del mio gesto, né si oppose. Forse lo stava aspettando. Eravamo come due fratelli sullo stesso letto e stavamo mettendo in atto un peccato mortale.
Le toccai il capezzolo. Lei fece un gemito. Allora glielo toccai ancora.

*

Io ero sopra di lei. Addosso non avevamo più niente.
Avevo appena finito di leccarla fra le gambe, dicendole ad alta voce che nessuno sapeva di noi, che né i suoi genitori né le sue sorelle né il suo fidanzato sapevano niente di noi. Mi piaceva dirglielo perché rendeva la cosa ancora più grave. “Noi”, adesso, eravamo un peccato. Eravamo una cosa che era successa e su cui non potevamo più passarci sopra, mai più.
Eravamo così piccoli, pensavo, mio Dio, quando dormivamo insieme, in estate. E ora io ho appena finito di passarle la lingua sul clitoride, con la stessa bontà di un fratello e di una sorella che si fanno una gentilezza l’uno per l’altra.
C’erano i suoi capelli sparsi sul cuscino e il suo viso dolce era proprio sotto al mio. C’erano i suoi occhi, di un colore verde e castano insieme, che un velo di mascara hanno sempre reso i più belli che avessi mai visto. C’erano le sue labbra. Le succhiai. Le sentii tremendamente morbide. Erano labbra formose, passionali. Poi la baciai con la lingua.

“Non ho protezioni,” le dissi, ma glielo dissi tanto per dire.
Sapevamo che non era importante.
Non era importante per nessuno dei due.
Le sarei venuto dentro, avrei potuto metterla anche incinta, non importava.
Tanto nessuno sapeva.
Non lo sapevano i suoi genitori. Non lo sapevano le sue sorelle. Non lo sapeva il suo ragazzo, che ora forse se ne stava a dormire innocente nel suo letto. Lui si fidava di me e io l’avevo tradito nel modo migliore possibile. Fui orgoglioso di me.

Fu così che feci l’amore con la mia migliore amica, la feci mia e non volli uscire da lei fino quando finalmente non arrivò il momento più alto.
Glielo dissi ancora un’ultima volta, proprio mentre ci stavamo sciogliendo su quel letto e la nostra amicizia fu la migliore che mai. “Ricordati che nessuno sa di noi.”

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