Grazie del penny


Andrea stava ancora pensando a lei mentre saliva le scale per uscire dalla metropolitana. L’aveva salutata poco prima, come in certe storie d’amore, davanti a un treno che stava per partire.

In realtà, il treno di Harriet, la ragazza di cui stiamo parlando, non era ancora arrivato. Andrea l’aveva lasciata da sola ad aspettare il treno perché tanto, loro due, Harriet e lui, non avevano più niente da dirsi. Secondo lei era meglio interrompere quella relazione e Andrea non poteva farci granché.

A un certo punto, mentre saliva i gradini, ripensò ai libri che aveva letto e gli venne in mente che le storie d’amore hanno esiti sorprendenti. Si girò di scatto, cercando con gli occhi il viso di Harriet fra quelli in fondo alle scale. C’era una confusione diffusa, uomini e donne con borse della spesa e altri viaggiatori, ma di Harriet nessuna traccia.

Si fermò e pensieroso riprese a scendere, con passi cauti, uno scalino alla volta. Dai corridoi sotterranei sarebbe sbucata all’improvviso, come in un evento magico. Era convinto che Harriet avrebbe avuto un’indecisione davanti alle porte a scorrimento del suo treno, appena prima di salire, e sarebbe tornata indietro; o l’avrebbe fatto apposta, chissà, per vedere se Andrea era veramente un romantico come diceva di essere.

Invece arrivò fino al luogo di prima, del bacio sulla guancia e della parola di addio bisbigliata all’orecchio, ma lì non c’erano né Harriet né il treno: erano partiti entrambi in perfetto orario.

*

Il sabato gli metteva sempre una gran tristezza: niente da fare o da aspettare. E le storie d’amore che finivano di sabato erano le peggiori. Anche la sua, naturalmente, era finita di sabato. A essere sinceri, la loro non poteva considerarsi una vera e propria relazione, questo lo aveva detto anche Harriet, ma secondo Andrea non era certo dal numero di appuntamenti che si poteva determinare l’intensità o l’importanza di una storia d’amore.

Così adesso se ne stava ad aspettare il treno, quello vero, perché a differenza di Harriet che abitava dentro la Città, Andrea viveva un posto più tranquillo e per andare a casa doveva impegnarsi in altri quaranta minuti di viaggio. In quel tempo avrebbe avuto modo di meditare sulla situazione della sua vita e su quel pomeriggio finito così tristemente. Nel buio di quell’autunno appena cominciato, ma ancora caldo, già sentiva l’oscurità entrare in lui e riempirlo di malinconia. Era proprio vero, non c’era più niente da aspettare.

Poi ripensò all’episodio di prima, di quando era tornato indietro in cerca di Harriet e non l’aveva trovata. L’idea era stata geniale e lo aveva fatto quasi commuovere. “La prossima volta glielo devo raccontare,” pensò Andrea. Infatti con Harriet erano d’accordo di sentirsi più avanti, fra non molto: uno dei due (Andrea) avrebbe telefonato all’altro (Harriet) per raccontarsi come andavano le cose.

Un barlume di speranza affiorò nella sua mente. Sapere che prima o poi avrebbe riascoltato la voce di Harriet lo aveva fatto stare meglio. Anche sapere che avrebbe usato la sua voce per parlare con Harriet lo aiutava molto. Gli sembrava di trovare un significato nei suoi propri sensi quando li usava con Harriet. La voce, l’udito e le capacità tattili, quando stava con Harriet avevano una dimensione e una forza completamente diversa.

Il treno intanto scorreva veloce nel buio di quel sabato di settembre. Insieme a lui altri passeggeri guardavano fuori dal finestrino e ognuno raccontava a se stesso storie diverse. Dal fondo del corridoio vide il controllore che stava arrivando. Adesso tutti i passeggeri si erano uniti nel gesto di cercare il biglietto obliterato, le donne e le ragazze guardavano dentro le loro borse, i bambini allungavano le mani verso i genitori mentre quasi tutti gli uomini lo avevano già in bella mostra.

Il controllore lo aveva chiamato tre volte prima che si riprendesse: infilandosi una mano in tasca per cercare il biglietto, Andrea aveva trovato anche il penny. Era assorto nei suoi pensieri come Marcel che riscopre la sua infanzia assaggiando le madeleine.

*

Dopo essersi sbarazzato del controllore Andrea si guardò il palmo della mano: “Eccoti qui, Penny,” pensò, tenendo gli occhi fissi sulla monetina e chiamandola con un nome proprio. “E meno male che dovevi portarmi fortuna.”

La teoria di Andrea era molto semplice: ad ogni penny, al momento del conio, veniva iniettata una quantità di fortuna, ma non sempre la stessa, ogni moneta aveva la sua dose, limitata e non trasferibile nel tempo. Era praticamente impossibile che ogni penny del mondo portasse fortuna in modo indeterminato e continuo, senza condizioni, questo per ovvi motivi di relativismo terrestre. Tutta la buona sorte dell’umanità non poteva essere infinita e pertanto non erano infiniti neanche i penny.

Ora, le possibilità potevano essere due: o quel penny era già passato di mano in mano talmente tante volte che aveva offerto ai suoi possessori – consapevoli o no – tutta la sua fortuna, esaurendosi definitivamente prima di capitare nelle mani di Andrea, oppure semplicemente quello era un penny sfortunato a cui, il giorno della sua metallica venuta al mondo, era capitata una dose limitata di fortuna spendibile, o forse addirittura nessuna. Del resto, anche quando nascono le persone succede così. Alcuni sono più fortunati nella bellezza, altri nell’intelligenza, altri ancora nella furbizia e via via gli altri in tutte le virtù apprezzate di questo mondo.

Il problema delle monetine è che quando ti danno il resto non sai mai quale ti può capitare perché hanno tutte lo stesso valore.

Continua…

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