Il tizio


Io non so nemmeno chi è questo tizio, questo qui davanti alla porta.

Mi ha appena svegliato da un sogno che non ricordo, ma ricordo che stavo sognando e lui mi ha svegliato.

Deve aver suonato un pezzo prima che mi decidessi di venire sotto per aprirgli la porta.

Mentre scendevo pensavo di dirgliene quattro, a questo tizio, anzi pensavo di non dire niente, di aprire la porta e spaccargli il muso direttamente.

Però non lo faccio.

Apro la porta e mi chiedo solo chi è questo tizio qui. Forse anche lui si domanda chi sono. Ci guardiamo a vicenda con un’espressione di dubbio reciproco, cosa abbiamo fatto nella vita per incontrarci e robe del genere.

“Buongiorno,” mi dice.

Io non gli rispondo mica.

“Senta, qui davanti è successo qualcosa.”

“Sì?” gli dico io. “Che è successo?”

“Non so,” mi fa, “ero di passaggio, ma la porta di quella casa è aperta e c’è una finestra rotta.”

Forse ho fatto bene a non spaccargli il muso, ma sono sempre in tempo.

“Ho anche suonato, ma non è venuto nessuno. Lei conosce chi abita lì?”

“Andiamo a vedere,” gli dico io. Allora indosso qualcosa, attraversiamo la strada e intanto dico al tizio che li conosco poco i miei vicini, li vedo ogni tanto, ma appena due parole che il più delle volte si trasformano in insulti. C’è da stupirsi? E’ che io non sopporto la gente, penso fra me e me, senza dirglielo, dai confinanti più o meno lontani ai tizi che mi svegliano di domenica mattina: tutta gente che non sopporto. E aggiungo alla lista anche il cane dei vicini, che passa il giorno a dormire e la notte a latrare come la proiezione di Lucifero su questo mondo.

Quando arriviamo si conferma la versione del tizio: l’uscio è aperto, anzi direi spalancato, allora cominciamo a chiamare ma puntualmente non risponde nessuno.

Il tizio sembra convinto e vuole entrare: “Entriamo,” mi dice. “Magari è successo qualcosa.”

“Proprio per questo non voglio entrare,” rispondo io. “Non voglio saperne.” E se sono passati i ladri? E se hanno ammazzato i vicini? E se poi danno la colpa a noi? Ma chi diavolo è questo tizio?

Comunque, non so come, ma alla fine il tizio mi convince ed entriamo. Mi sembra di sentire l’adrenalina di uno della squadra scientifica sulla scena di un crimine.

Non sono mai stato nella casa dei vicini, e se sì non mi ricordo. Domandiamo ad alta voce se c’è qualcuno, ma i nostri tentativi sono ancora inutili. Il silenzio è assoluto, non c’è un rumore che alteri la quiete della casa, solo le nostre parole e l’eco di ritorno di un locale disabitato.

Le finestre sono chiuse, tranne una, quella col vetro in frantumi, ma il resto sembra tutto in ordine. Mi viene il terrore che i vicini possano far ritorno proprio adesso e scoprirci lì dentro. Cosa ci è saltato in mente? Forse hanno solo dimenticato le chiavi. Ci penso ma ormai è tardi. Il tizio sta esplorando la zona, muovendosi abilmente fra le stanze del piano terra, a suo agio annusa l’aria in cerca di indizi e osserva ogni minimo dettaglio.

“Qui non ci sono segni di colluttazione,” dice il tizio. “Che siano andati da qualche parte?”

Io non so che rispondere. Che siano andati da qualche parte? Ora mi porterà a vedere se c’è la macchina.

“Andiamo a vedere se sono a letto,” dice il tizio. “Saliamo al primo piano.”

Io non mi sorprendo più, rinuncio ad aprir bocca e siamo già su per le scale. E’ qui che vediamo la scena. Ci accorgiamo che sui gradini più in alto si distende una specie di grasso porpora, poi vediamo il mio vicino disteso a terra, con metà della faccia attaccata al corpo e l’altra metà appiccicata alle pareti. Brandelli di carne e ossa facciali colano fino al pavimento formando una poltiglia bianca, grigia e rossa, un insieme di resti umani che in un film dell’orrore farebbe la sua scena.

Mi accorgo di avere un pesantissimo mal di testa. Ora ne sono certo: nel mio cranio si è innescato un dispositivo pronto per esplodere. Lo sento dai tic sulle tempie.

“Dov’è sua moglie?” si chiede il tizio.

Dovrei dire qualcosa, almeno una parola, ma non ci riesco. Quella parola proprio non mi viene. Allora cerco di pensare. Mi vengono in mente le mie pillole. Quanto vorrei averne una qui, una sola, allungare la mano e sentirmela posare sul palmo. Mi farebbe sentire molto meglio. Poi, chissà perché, inizio a scorgere nei pensieri l’immagine del cane, prima di lui però c’è il tizio che mi fa cenni strani.

“Dov’è sua moglie?” ripete ancora, ma non servono congetture: basta fare un altro passo per scoprire che la moglie è lì, dietro all’uomo. Anche lei sul pavimento, in una pozza di sangue oleosa e maleodorante. A differenza del marito ha la testa ancora in ordine, ma è il resto del corpo ad avere parti mancanti. Sembra una preda sventrata da un leone e mezza mangiata.

“Guardi, ecco l’arma del delitto,” dice il tizio, indicandomi una scure inzuppata di sangue piantata nel parquet, come un’ascia di guerra lasciata sul campo di battaglia in segno di vittoria.

“Non ci sono dubbi,” continua, “l’assassino li ha fatti a pezzi con quell’arnese, prima il marito e poi la moglie. Ma perché secondo lei ha lasciato la scure piantata sul pavimento?”

“Adesso basta, ” gli dico. “Chiami la polizia. Io intanto vado a cambiarmi.”

Esco dalla casa, attraverso la strada e torno da me. Non c’è nessuno in giro. Se non fosse che hanno ammazzato i vicini sarebbe una domenica mattina come le altre.

Poi, quando entro in camera e vedo la coda che spunta da sotto il letto, mi ricordo cosa stavo sognando e anche tutto il resto.

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