Labbra e rossetto


Entro nella stanza e lei è seduta, pochi metri più avanti, appena prima degli scaffali e della finestra, e basta uno sguardo per capire che è troppo distante, che ogni passo è enorme e che io e lei dobbiamo stare vicini da sfiorarci e ancora non è abbastanza. Allora vado avanti, vuoto di parole ma ondeggiante nelle sue sfumature, e lei mi osserva e dice ti aspettavo, dove eri finito?

I miei occhi cadono sulla forma gentile del suo viso, sui capelli lunghi e scuri che scivolano d’incanto e su un sorriso accennato che è come una carezza. Ha le spalle nude e penso che vorrei baciarle, come ogni parte di lei. E le arrivo di fronte, mi riempio di parole e le dico che non vorrei essere in nessun posto, da nessuna parte su questa terra se non lì, con lei, in quella stanza, in quel pomeriggio senza calcoli e a un bacio di distanza.

Basta poco per sentire il profumo del rossetto e coltivarne il desiderio, e avvicinarsi lentamente, guardando il rossetto e le labbra, e ancora il rossetto, e mordendo le labbra sentire il rumore di un incendio, il fuoco che esplode, divampa e travolge ciò che trova, prima il viso e poi a scendere il resto del corpo. Brucia e distrugge la carne, accelera il cuore, inonda le vene e mi toglie il respiro il sapore, morbido e dolce, del rossetto e della lingua che mi si sposta sul viso. La sua lingua che mi cerca e risponde ai movimenti della mia mano, che in mezzo alle gambe trova spazio negli indumenti madidi di umori e due dita sono dentro di lei, toccano, accarezzano e svelano segreti, e la fanno contorcere e amarmi e aprirsi a un orgasmo di zucchero.

Tutto succede, ma in mezzo a tutto io non finisco di baciarla e di strusciarmi su di lei, e mentre ci spogliamo premo senza freni il ventre sul suo corpo per farle sentire la mia voglia di lei e solo per lei. Le tolgo il resto dei vestiti e lei toglie i miei, ma le mani ci tremano e i minuti sono contati pure in quel pomeriggio eterno, e va bene strapparci di dosso quello che non viene via perché la sua pelle è droga che inebria i miei sensi e io ne sono pazzo e assuefatto. Le tolgo infine le mutandine e impugnandole ammiro il fulcro della sua profonda intimità. La sua nudità è una grazia, una magia, un incantesimo: se solo volesse potrebbe pietrificarmi in una statua e farmi restare per sempre in ginocchio davanti a lei.

Sii gentile con me, le chiedo, a bassa voce, sii accogliente con me, e lei sorride, mi bacia, mi fa sdraiare e mi risponde sarò gentile con te, sarò accogliente con te, ed è così perché mi fa entrare dolcemente ed è come volare, come se l’anima lasciasse il corpo per un viaggio verso chissà quale destinazione, ma io non voglio lasciarlo, voglio stare lì con lei e confondermi nella saliva e nel sudore, io dentro di lei e le sue gambe avvinghiate alle mie e il cigolio del letto e la luce del pomeriggio che taglia la stanza.

E facciamo l’amore in un silenzio interrotto solo dai respiri e dai sussurri, ed è meraviglioso il piacere che ci regaliamo entrambi, nello stesso momento, quasi piangendo, è come tornare dal viaggio e scoprire che non ce ne siamo mai andati.

E poi facciamo l’amore di nuovo, stavolta parlando, proponendoci di continuare fino a consumarci, che il tempo è sospeso ed è solo per noi, e allo stesso modo veniamo travolti da un altro piacere infinito, ancora stringendola forte e guardandole le spalle che ho baciato, le labbra che ho baciato e quel corpo che ho baciato e bacerò ancora e ancora.

Abbiamo strappato anche le tendine della finestra: adesso giacciono sul pavimento, immobili e inosservate, insieme coi nostri vestiti che ormai non ci servono più.

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