Dove siamo adesso


La ragazza era distesa su un fianco, e leggeva. Sul letto, teneva un libro aperto fra le mani e una guancia appoggiata sul cuscino. I capelli rosso mogano si stendevano su una spalla per poi passare dolcemente fra il corpo e le lenzuola. Il silenzio era assoluto, tranne lo sfogliare delle pagine e il rumore del suo respiro che si liberava nell’aria.

Si trovava in una piccola camera, dalle mura spoglie e quasi senza arredo. Solo un letto e un comodino, lo spazio per i libri e una candela. Non c’era posto per nient’altro, niente che potesse arricchire quel luogo che era ovunque e da nessuna parte. Al ragazzo e alla ragazza non occorreva nulla che non esistesse in quel mondo.

Il ragazzo aprì la porta, piano, senza che lei lo sentisse, e prima di entrare si fermò sulla soglia. La vide stesa sul letto e come sempre rimase a guardarla. Non importava che leggesse o dormisse: il ragazzo posava lo sguardo sui suoi capelli, sulla pelle chiara e sulla forma del suo corpo, come si osservano i dettagli che nell’insieme formano un quadro meraviglioso.

La ragazza continuò a leggere per un tempo molto lungo. In quel luogo, il ragazzo poteva manipolare gli eventi e controllare i suoni. Riusciva a condurre le vibrazioni dell’aria nelle frequenze che voleva. Per non disturbarla si spostava in silenzio, fluttuando, come nel vuoto assoluto dello spazio.

“Il tè è pronto,” le disse.

La ragazza posò il libro che stava leggendo. Era un’opera maestosa, diceva, che in un tempo lontano aveva conosciuto sia in italiano che in francese, le sue lingue e le sue culture.

Il ragazzo non conosceva il francese, ma lo stava imparando. Studiava una o due parole ogni notte, perché nemmeno lì poteva acquisire tutte insieme le conoscenze del mondo, e assorbiva ogni parola come una voce nuova, pulita, una voce che avrebbe usato con lei per la prima volta.

Non gli era essenziale imparare il francese, perché lei conosceva l’italiano e lui non parlava con nessun altro. Ma nelle infinite possibilità che ci offre il sapere, pensava il ragazzo, io voglio comunicare con lei nella pienezza e nella densità di tutti i colori e in tutte le lingue esistenti, conosciute e sconosciute.

Il ragazzo guardò la copertina del libro e ne riconobbe il titolo. “Lo stai leggendo,” disse.

“Sì,” rispose lei. “Qui posso… In questo momento, solo qui.”

Qualche giorno prima il ragazzo l’aveva presa per mano e insieme si erano incamminati verso il bosco. Non c’è nulla di cui aver paura, le aveva detto, è solo uno spazio da attraversare. Avevano camminato a lungo, fra alberi sempre più fitti e su un sentiero impegnativo. Il ragazzo l’aveva presa in braccio più di una volta, davanti a ostacoli che lei non riusciva a superare, e lui, tenendola al sicuro, aveva trovato la forza di camminare per entrambi. Mentre percorreva le vie più impervie, la ragazza appoggiava la testa sulla sua spalla e il ragazzo respirava l’odore dei suoi capelli: inalando profumo di miele riusciva a oltrepassare ogni ostacolo che si presentava davanti a loro.

Poi avevano raggiunto uno spazio tranquillo e pianeggiante, e lì si erano stabiliti: in quel luogo il ragazzo aveva costruito un rifugio per vivere nel tempo.

Aveva costruito le fondamenta, alzato le mura, posato il tetto, e dopo averle chiesto il nome di un colore, per lei aveva dipinto le pareti. Aveva montato le finestre dall’esterno e infine, dopo essere entrati insieme, il ragazzo aveva chiuso a chiave la porta d’ingresso.

Era una casa a un piano, di due sole stanze. Ora si trovavano insieme in camera da letto, dove passavano la maggior parte del tempo, a dormire, a leggere e ad amarsi.

Di là c’era una piccola cucina, dove il ragazzo preparava tutti i giorni qualcosa da mangiare, quello che riusciva, non senza difficoltà, seguendo i consigli di lei che si divertiva a dargli lezioni dall’altra parte.

A volte la ragazza si alzava e veniva a controllare i suoi progressi. Non vedi cosa combini?, gli diceva, prendendolo in giro. Abbassa la fiamma del gas se non vuoi bruciare tutto. Sei una frana, non sai nemmeno rompere le uova, ma come fai? Ecco, hai visto? Hai rovinato tutto!

Secondo il ragazzo, invece, i suoi piatti erano dei capolavori: oltre a riuscire perfettamente avevano tutti un gusto buonissimo. Erano serviti solo pochi giorni di esperimenti ed esercizi per trasformarlo in un cuoco provetto, uno chef raffinato e malizioso, che ormai non ha bisogno di seguire le tradizionali regole di cucina perché può permettersi di inventarne di nuove, a suo piacimento. A queste parole lei si rassegnava, alzava le spalle e tornava in camera.

La ragazza bevve un sorso di tè.

“Grazie,” gli disse, e lui sorrise. Amava prendersi cura di lei.

Oltre la finestra, una foglia era sospesa in mezzo all’aria, ferma come se un filo invisibile la tenesse appesa al cielo.

Da quando il ragazzo aveva chiuso la porta non erano più usciti. Non sentivano il bisogno di andare altrove, di vedere se il mondo esterno era cambiato, e come, ma sapevano che prima o poi dovevano farlo. Non oggi, non domani, ma prima o poi. Lì avevano tutto il necessario per vivere, compresa una biblioteca ricchissima di libri che dovevano solo essere letti.

Molto spesso, la ragazza rimaneva sotto le coperte a leggere. Il ragazzo si sedeva a gambe incrociate sul pavimento, appoggiando la schiena sul bordo del letto, e leggeva insieme a lei. Non era possibile stabilire quante ore o quanti giorni passassero in quel modo, perché in quella casa il tempo non scorreva come al di fuori. A volte, quando facevano l’amore, vedevano il sole e la luna alternarsi senza che questo li confondesse. I giorni del mondo reale non sono i nostri giorni, dicevano, e continuavano a stringersi sul letto e a descrivere i loro pensieri come poeti.

“Vieni qui,” disse la ragazza. Appoggiò la tazza sul comodino e si spostò verso un lato del letto, per fargli posto. “Voglio sentirti qui.”

Il ragazzo si tolse i vestiti e si mise vicino a lei. Sotto le coperte la strinse piano, teneramente, e la baciò sul viso. Stesi di fianco, uno di fronte all’altra, passavano lentamente le mani sui loro corpi, scambiandosi mormorii e sensazioni piacevoli e tranquille.

“Ti voglio bene,” disse il ragazzo. “Anch’io ti voglio bene,” rispose la ragazza.

Abbassarono la voce, come se ora qualcuno li potesse sentire, e nella luce di quello che sembrava un pomeriggio bisbigliarono parole dolci fra carezze e baci sulle labbra.

“Ho tanto sonno,” disse la ragazza, chiudendo gli occhi e diventando ancora più morbida su di lui. Capitava che il sonno arrivasse all’improvviso, senza che una stanchezza lo anticipasse, e la ragazza si addormentava fra le sue braccia lasciandosi accarezzare e coccolare.

“Dormi,” le sussurrava il ragazzo, mentre lo faceva, “e dormi bene. Io sono qui.”

Poi rimaneva unito a lei, tenendola stretta, e la cullava finché non avesse riaperto gli occhi. Per quanto lungo fosse il tempo, non si stancava mai di ascoltare il rumore del suo respiro e di parlarle mentre dormiva, scrivendo le parole direttamente nei pensieri del suo sonno.

A volte, anche il ragazzo chiudeva gli occhi e si lasciava andare, trasportato in quegli stessi luoghi, immaginari e incerti, in cui si svolgono i sogni. Non per la stanchezza, ma unicamente per abbandonarsi a lei, allo stesso modo, e incontrarla dall’altra parte prima che si svegliasse.

Chiuse gli occhi. Sognò di essere nella camera della ragazza, a casa sua, la prima volta con lei, quando ancora non si chiamavano per nome. Poi ci fu un viaggio verso nord, in volo, e le sue parole iniziarono a scorrere. Le parole scritte si trasformarono in una notte d’estate, in cui continuava il sogno, una veranda e un’altra camera da letto. E in seguito un amore di pomeriggio, scambiandosi di posizione per godere del calore lasciato dall’altro, come bambini. Era un amore di parole, di gesti descritti e pensieri riportati, ma denso di emozione, affetto e piacere. Il sogno andava avanti e dopo ogni amore ne veniva un altro, a volte di poesie e sussurri, a volte di azioni e negazioni, e poi un altro ancora, senza che finissero mai.

Fu un battito di cuore a svegliarlo, e in quel momento si rese conto di quello che stava accadendo. La coscienza ci fa capire le cose prima che la nostra mente le comprenda, e alla fine del sogno alla sua coscienza era tutto chiaro, lucido come una mattina d’inverno.

Questo battito di cuore… non è il mio, pensò il ragazzo. Ma non può essere… La stanza, il letto e lei esistono in questo mondo. Lei sta dormendo appoggiando il suo seno nudo sul mio petto perché sono io a immaginarlo. Sento il suo respiro perché io stesso ne regolo le frequenze. E posso udire il suo cuore battere perché io lo voglio. Ma questo…

Senza volerlo, il ragazzo lo sentì di nuovo. Sentì il cuore della ragazza battere davvero. Non era un suono proveniente da un altro mondo, non era nato nell’immaginazione, non veniva dalle infinite sorgenti della mente umana. Era un battito di cuore reale.

Attese, per un istante che gli parve eterno. Un istante pieno di silenzio e speranza, e assente di ragione e controllo. E poi, finalmente, vibrante e reale, un altro battito.

Capì che i battiti del cuore non erano il frutto della sua invenzione, non più. Erano battiti naturali, fisici, con l’utilità di cellule che nutrono altre cellule, e che scaldano un corpo.

La ragazza continuava a dormire e lui ne udiva il respiro regolare, leggero, guidato da sogni dolci e tranquilli. E anche nella delicatezza di quel respiro ne riconosceva l’origine: era proveniente da questo mondo. Ne comprendeva perfettamente la cadenza e i suoi sensi ne assorbivano l’armonia.

La sua mente si allontanò per un istante, perdendosi come musica in una sera d’estate, che nasce in un punto e si spande verso luoghi anche molto lontani. E in questi luoghi remoti si sente arrivare, portata dal vento, una melodia che ha perso la forma di una canzone, e non importa chi la suona, ma arriva e si sente, e tanto basta.

Come questa musica che si ascolta, il ritorno dei suoi stessi pensieri trasformati, sentì la ragazza abbracciata a lui, riconoscendo il rumore del suo respiro, la sua pelle morbida e il suo corpo tiepido al contatto.

Ripensò al sentiero immaginario che avevano percorso. Come nel sogno provò a contare i passi compiuti, ma il numero era incalcolabile. Pensò se fosse importante, e non lo era. Quei passi silenziosi e invisibili si stavano trasformando in passi reali di un sentiero reale che delinea una via in un mondo reale.

Ma dove siamo adesso?, si chiese. Non ci troviamo nella casa che ho costruito nel bosco. Teneva gli occhi chiusi, cercando di localizzare la loro posizione nel mondo. Dove siamo adesso? Non lo so. Ma ora, è certo, siamo nel mondo, in un luogo, qui. Ora lei si sveglierà e vedrò per la prima volta i suoi occhi. Non come li immagino io, ma come sono veramente. E vivrò come se stessi scrivendo.

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5 pensieri su “Dove siamo adesso

  1. ” “Grazie,” le disse, e lui sorrise. Amava prendersi cura di lei. ”
    È il ragazzo o la ragazza che parla? Mi sembra ci stia meglio un “gli disse” seguendo la storia…

  2. …Sarebbe bello vivere lì, in quel posto fuori dal mondo dove il sapore dei sogni rende più dolce la nostra esistenza…

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