Il quaderno


No I’m not impossible to touch. I have never wanted you so much.
Come here. Come here.

Dal quaderno del ragazzo

Il ragazzo e la ragazza erano seduti uno di fronte all’altra e in silenzio aspettavano le parole da dirsi, come se le coltivassero una a una. Per loro non c’era altro modo di coglierle, le parole, potevano solo farle crescere e averne cura, e dopo lasciarle andare.

Prima di allora, e da molto tempo, solo nella fantasia avevano visto le loro immagini riflesse, nei pensieri rincorsi prima di dormire e fino al mattino, ma per vivere quell’incontro era bastato che si esaudisse un desiderio.

Il ragazzo possedeva un quaderno, un piccolo quaderno a righe sul quale annotava le parole, i raccolti della sua vita. Lo aveva con sé anche quel giorno, perché sentiva che quel luogo e quella ragazza favorissero il suo modo d’essere e la sua capacità di esprimersi. Come se i migliori istanti richiedessero un’impressione sulla carta, in una forma qualunque, per essere vissuti e ricordati.

Il quaderno era pieno di frasi, disegni, dialoghi e altri spunti che venivano dalla sua ispirazione. Ogni idea era portata da pensieri e ricordi, che lasciavano tracce del loro passaggio come polvere di un oggetto celeste. Per il ragazzo, scrivere era un arricchimento del suo spirito e il quaderno ne era la porta. Le sue pagine erano fatte di una carta che non assorbiva solo l’inchiostro, e il ragazzo, per scrivere, usava un inchiostro che non bagnava solo la carta.

Ogni tanto, mentre aspettava le parole da dire e la voce per pronunciarle, il ragazzo apriva il quaderno e aggiungeva le frasi dettate dalla sua anima, nell’attimo stesso in cui l’anima le concepiva. Ma quel giorno, la sua mano e la sua anima erano guidate della ragazza e sul quaderno versavano righe di dolcezza infinita.

La ragazza pronunciò il suo nome a mezz’aria, e gli toccò la mano. Voleva sentire se c’era, se era ancora lì con lei.

“Mi sembra di essere in un sogno,” disse il ragazzo, come rispondendo al suo invito. “E forse ci siamo davvero.”

“I sogni li ricordiamo dopo che ci siamo svegliati,” fece la ragazza, continuando a tenergli la mano. “E solo a volte. Ma finché non ci svegliamo, è come se li vivessimo realmente.”

Il ragazzo sorrise e le guardò il viso. Sulla pagina corresse in modo impercettibile la piega dei suoi capelli. Così erano perfetti. Erano di un colore proveniente da una stagione sconosciuta, una stagione mai vissuta, un autunno di nascita in cui voleva germogliare come la prima pianta in un nuovo mondo.

“Forse siamo i protagonisti del racconto che sto scrivendo qui, su questo quaderno, e non ce ne siamo accorti.” Come se gli occhi della ragazza li avesse dipinti lui stesso, scegliendo il grigio e il verde da un arcobaleno di sfumature, e lo stile della narrazione riprendesse la grazia del suo portamento.

“Magari hai la fortuna che quello che scrivi lo puoi sentire veramente,” disse la ragazza. Io non scriverei nient’altro che questo, scrisse sul quaderno.

Era una domenica di luglio e si erano trovati in un giardino immenso, un labirinto sterminato di magnolie, salici, ciliegi e piante di ogni genere, e distese d’erba appena tagliata, fresca e asciutta. Erano seduti su uno di quei prati profumati, senza confini, all’ombra di un vecchio albero con foglie sottili e mosse da brezze leggere, in una tranquillità irreale e persa di ogni orientamento. La gente sembrava magicamente scomparsa, in quel pomeriggio d’estate, o forse se ne era andata tutta insieme da qualche parte, verso il mare o più lontano, per passare una giornata diversa dalle altre. Ma quella era gente che non poteva esprimere desideri, esaudirli meno che mai.

“E’ questo il tuo desiderio?” chiese la ragazza, che aveva notato le sue parole sul quaderno. “E’ davvero questo?”

“Un mese fa non avrei saputo rispondere,” disse il ragazzo, con molta serenità. “Non mi sarebbero bastati tutti i desideri del mondo.” Ma ora, invece, è tutto chiaro come l’acqua di un torrente. Ogni cosa è limpida come l’acqua nei miei sogni.

Il ragazzo chiuse il quaderno e le disse che la questione era molto semplice. Le disse che da lì in avanti quel quaderno non gli sarebbe più servito. Non aveva più niente da chiedere, niente da inventare o da scrivere. Non esisteva ricchezza da aggiungere alla sua ricchezza. Non c’erano altri impulsi dall’anima, altre ispirazioni, nuove musiche da ascoltare. Poteva udire per sempre la registrazione infinita di quel silenzio e leggere le pagine bianche che restavano di quel quaderno. Non aveva bisogno di nulla. Tutto era già davanti a lui e dentro di lui, impresso ben oltre le retine dei suoi occhi.

“Ho sempre scritto la mia vita come se l’avessi vissuta,” disse il ragazzo. “Ma adesso vorrei viverla come se la stessi scrivendo.” Vorrei che le mie parole si confondessero con le tue. Che i miei pensieri inseguissero i tuoi. Che i nostri pomeriggi durassero in eterno e di un’eternità come questa.

“Ma il tuo racconto?” chiese la ragazza. “Finisci almeno questo. Se non lo fai, come usciremo da qui?” continuò. “Se siamo in un sogno, ci sveglieremo. Ma se siamo in un racconto, davanti a noi abbiamo solo righe vuote e pagine bianche, ad aspettarci.”

“Faremo così,” propose il ragazzo. “Finiremo questo racconto insieme. Io scriverò le ultime frasi, ma lascerò lo spazio per una parola e tu deciderai quale. Poi il racconto sarà finito e metterò via questo quaderno.”

Senza aspettare una risposta, il ragazzo riaprì il quaderno e riprese a scrivere. Ogni tanto si fermava, cancellava, la guardava e sorrideva, e poi si rimetteva a scrivere, come se trovasse sul suo viso lo spunto per una parola o un intero discorso. E lo sto trovando davvero.

Stava scrivendo la fine di un racconto, ma se qualcuno lo avesse visto, in quel momento, lo avrebbe scambiato per un pittore o un ritrattista, che usa la matita per ricamare sulla carta i lineamenti della sua musa. Lui, invece, stava scolpendo le essenze del suo spirito.

Quando ebbe finito, le passò il quaderno, coprendo con un foglio le ultime righe, in modo che lei non leggesse più in là di quello che le serviva per rispondere.

“La parola che devi scrivere è di due lettere,” le suggerì il ragazzo. “Però, ti prego, stai attenta, pensaci bene. E’ la parola più importante, e spiega tutta la storia.”

La ragazza lesse la conclusione del racconto, fino al punto in cui era richiesto il suo aiuto: “Posso baciarti?” chiedo alla ragazza. “___” mi risponde.

La ragazza prese la penna direttamente dalle sue dita e scrisse la parola che mancava. Poi gliela disse, a mezza voce, ma lui era talmente assorto in lei che non la sentì nemmeno.

Allora spostò il foglio di carta, che scivolando dolcemente sull’erba rivelò le righe che nascondeva, e lei le lesse fino in fondo: “Ma io sono talmente assorto in lei che non la sento nemmeno. Prego solo che abbia risposto di sì, perché ormai non posso più fare altrimenti.”

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7 pensieri su “Il quaderno

  1. ciao sono ellen25 scrivi davvero benissimo è come tuffarsi nel racconto e vivere l’emozioni dei personaggi. complimenti

  2. Prego solo che sul foglio lei abbia scritto “Sì”… rigorosamente con l’accento! 🙂
    Adoro le tue storie…

  3. intenso, mi piace…non è da tutti riuscire a scolpire le essenze del proprio spirito su un foglio bianco…e il ragazzo di questo racconto ci è riuscito…:-)

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