Il ragazzo e la ragazza


Il ragazzo e la ragazza si videro senza guardarsi, come potevano loro, e si dissero un arrivederci senza parole, come sapevano dirsi solo loro.

“È il momento di andare”, disse il ragazzo, che però voleva restare, dimenticando ogni strada tranne il sentiero verso di lei, e da lei giacere nel silenzio del suo silenzio, stringendo il cuscino e aspettandola nei suoi sogni.

“È il momento di andare”, rispose la ragazza, che inseguendo se stessa partiva per poter un giorno tornare, per riabbracciare quello che aveva perso ma che stava, piano piano, ritrovando.

Il ragazzo le passò una mano sulla fronte, scostandole i capelli, per vedere chiaramente quegli occhi che avevano pianto fino a poco prima e che forse piangevano ancora. Ripensò alle lacrime di mascara, in cui aveva intinto le sue dita, e come lei si era rigato il viso con le sue stesse lacrime perché quel giorno si sentiva così vicino a lei da voler piangere il suo stesso pianto.

“Voglio abbracciarti”, disse la ragazza, e il ragazzo le prese una mano e si appoggiò su di lei, stringendo il suo corpo e lasciando che lei lo stringesse, rimanendo a lungo in silenzio per non bruciare nessuno di quegli istanti. Era un ballo immobile, senza una musica che li guidasse, ma ondeggiavano nella stanza cullati da una sinfonia immaginaria di flauti e archi, e di un pianoforte, che prese a suonare poco dopo per accompagnare i loro movimenti.

Il ragazzo sentì un bacio e aprì gli occhi.

“Grazie”, le disse, ma lei questa volta non lo rimproverò. Aspettò solo che il ragazzo ricambiasse il suo bacio con un altro, come gli aveva insegnato, e dopo se ne scambiarono ancora. Erano baci semplici, innocui, di labbra chiuse sulle guance, ma dolci come il profumo di certi fiori che si fanno sentire da lontano, simili a un invito, e ti esortano ad avvicinarti lungo una specie di cammino. Il profumo è così strano e incantevole che vorresti correre, per vedere dove nascono, ma in realtà non hai nessuna fretta e stai bene come stai, perché il profumo è buono percepito lentamente e assaporato in una nuova fragranza a ogni passo, e sai già che ovunque siano questi fiori, prima o poi li troverai.

“Non essere triste”, disse la ragazza, come leggendolo dai suoi occhi, e lui sentì quelle parole come la sua voce per la prima volta. “Mi scriverai… ti scriverò… e ci saremo”.

Il ragazzo sorrise e come ogni sera le rimboccò le coperte, ripetendo gli stessi gesti da un tempo che gli sembrava molto lungo, e la guardò con la voglia di esaurire i propri sensi, uno alla volta: come un cieco o un sordo, che privi di una capacità riescono a svilupparne altre, il ragazzo desiderava vederla oltre la visione, ascoltarla oltre le parole e sentirla oltre la sua presenza.

“Stringile strette”, disse la ragazza, e lui lo fece, perché aveva cura di lei. Da quelle coperte non sarebbe passato un sogno che lui non volesse, non un incubo a disturbare la sua notte.

“Non sono importanti i sogni”, le disse, “ma il modo in cui li ricordiamo”. Come nel racconto, lui stesso avrebbe camminato per lei in punta di piedi, da mattina a sera, con in mano il suo bicchiere pieno di sogni; e se erano incubi, come talvolta accadeva di sognare, il ragazzo avrebbe aggiunto ai suoi sogni altre notti e altri sogni per farli passare.

Per l’ultima volta, il ragazzo le passò le dita sul viso, per imprimere nei ricordi la sua impronta, e le disse: “Dormi bene, stasera non c’è vento di cui aver paura, solo giorni da attraversare… solo versi da scrivere e giorni da aspettare”.

Poi, come se si fosse dimenticato di qualcosa, si avvicinò a lei, e le sussurrò alcune frasi all’orecchio, nelle lingue che conosceva. La sua era una voce sottile, che sembrava esaurirsi alla fine di ogni parola, come se ogni parola fosse l’ultima da pronunciare, ma il ragazzo trovava in ogni respiro la forza per dirne un’altra, e poi un’altra ancora, e in quel momento si aprì e le disse finalmente quello che voleva dire, e lei, finalmente, sentì quello che voleva sentire.

Ascoltarono insieme battere la mezzanotte, tenendo il fiato a ogni rintocco, e quando la campana rintoccò per la dodicesima volta, il ragazzo le disse che era il momento di andare, stavolta veramente, e lei annuì e disse sì, è davvero il momento di andare.

Il ragazzo si alzò e spense la luce. Subito dopo si pentì per non averla guardata ancora, prima di salutarla, ma in quel momento scoprì che come un cieco riusciva a vederla nel buio, e come un sordo ne capiva i pensieri, nella quiete della camera o fra tanti e insignificanti rumori. Si sorprese di poter dialogare con lei senza usare le labbra, senza inquinare con la voce la dolcezza di quel silenzio, e così le disse buonanotte, buonanotte, da una a mille volte, a modo suo, perché lei sentisse le sue carezze scivolare sull’anima come onde eterne su un mare senza rive.

Non gli era concesso seguirla nei suoi sogni, ma poiché non rinunciava a nessuno dei minuti che gli erano donati, anche se lei non se ne accorgeva, oltre la porta il ragazzo aspettava ogni sera che si addormentasse, prima di andare, ascoltando il cambiamento del suo respiro; e quando il respiro mutava in una melodia di tranquillità e assenza, come di chi è altrove, capiva che non c’era niente da aspettare se non il suo risveglio. Così, chiudeva la porta e le lasciava dormire il suo sonno, portandosi via le parole e i ricordi che era riuscito a conquistare.

Ma quando vide la porta chiusa davanti ai suoi occhi, sapendo che dopo quel giorno non c’erano altri giorni, altri risvegli, altre attese prima di dormire e delicate buone notti, pensando al tepore di lei e alla sensibilità del suo riposo, si sentì stordito da una malinconia profonda e triste, come il richiamo solitario di un animale perso nei boschi. La sua era una malinconia verso momenti non ancora vissuti, ma di cui si era costruito un’immagine talmente lucida da provarne ormai la mancanza.

Posò la mano sulla porta, sfidando chi gli impediva di viaggiare con lei nei luoghi creati dalla loro ispirazione, osannandolo e pregandolo di poterla incontrare almeno un’altra volta, prima che fosse giorno, in un posto senza distanze e privo dell’utilità dei ricordi.

Ma il ragazzo non poteva seguirla oltre, da nessuna parte se non fino a quel punto, e capì davvero che i passi da compiere erano stati compiuti: se quello era il limite, non da più lontano avrebbe atteso il suo ritorno, pensando a lei, vivendo per lei, scrivendo grazie a lei.

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4 pensieri su “Il ragazzo e la ragazza

  1. Sono tornato dopo molto tempo ma le tue pagine sono ferme. Perché?
    Mi sono riletto molti post e anche i miei pochi interventi, non mi sono piaciuti. Tu meriti di più ed hai fatto bene a lasciare in vita quest’ blog con la tua scrittura. Tutti i blog abbandonati mi mettono tristezza, è una sciocchezza infantile lo so ma è così. Penso che tu non leggerai questo commento, forse non passi più da qui ma io tei scrivo ugualmente. Sono il re delle cose inutili.

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